Mercoledì, 01 Giugno 2016

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Bocciare è il risultato di un metodo d'insegnamento inadeguato. Lettera

di redazione
ipsef

In merito al dibattito sulla bocciatura che si è svolto sul vostro sito, io sono pienamente d’accordo con il consulente educativo, Samuele Amendola, e sottoscrivo alcune sue frasi:

Cari insegnanti, bocciare, soprattutto nelle scuole primarie, è un assurdo pedagogico. È l'ammissione di un fallimento della scuola e di chi la dirige, che dovrebbe sempre e comunque scoraggiare e limitare solo a casi eccezionali e rari, come dice la legge, il ricorso alla ripetenza.”

Io aggiungerei che è sbagliato bocciare non solo nella scuola primaria, ma anche nella scuola secondaria di I grado. Lascerei la bocciatura solo alle superiori, quando si fa la scelta di un indirizzo di studi che può anche essere sbagliato.

Dice ancora Amendola e concordo:

La bocciatura è una selezione classista, inutile negarlo: ad essere bocciati, infatti, sono quasi sempre i bambini più svantaggiati dal punto di vista socio-economico e culturale. Sono i figli di quelle famiglie più in difficoltà, che non hanno le risorse economiche per garantire il doposcuola e gli aiuti necessari ai propri figli, sono le famiglie che non hanno le forze per rappresentare un aiuto e un valido sostegno alle difficoltà che ogni giorno i propri figli incontrano nel loro percorso.”

Non è vero che la società classista non esiste più, come scrive l’insegnante Cristiano Villari nella lettera di critica a Samuele Amendola. E soprattutto non si tratta di promuovere senza merito.

Il fine è di far raggiungere, tramite l’individualizzazione, a tutti gli allievi gli stessi obiettivi. Il fatto è che la maggioranza degli insegnanti italiani è ancorata ancora al vecchio modello di insegnamento gentiliano: spiegazione degli insegnanti-ascolto degli alunni-interrogazione.

E’ ora di dire ,adesso che si parla tanto di merito degli insegnanti, che il bravo docente è quello che riesce a motivare allo studio anche l’alunno più negletto (non esiste l’alunno pigro, ma solo l’alunno che non è opportunamente stimolato!).

E’ facile dire :boccio quell’alunno, perché non ha voluto studiare… Ma tu, insegnante, che hai fatto per incuriosirlo, per invogliarlo? E’ difficile, ma il bravo insegnante deve trovare la metodologia adatta al ritmo e alle attitudini dell’allievo.

La conclusione di Cristiano Villari lascia esterrefatti: “L'ultima considerazione, non come importanza, riguarda la sua tesi sulla discriminazione dei ragazzi delle fasce più deboli. Guardiamo in faccia la realtà. Se una famiglia non è in grado di rappresentare un modello educativo valido per i suoi figli, allora è meglio che questi ultimi vengano allontanati dai loro genitori.

La colpa della bocciatura, per assolvere la scuola, è alla fine della famiglia e a quei genitori inadeguati va sottratto il figlio. Certo la scuola non può risolvere tutto, ma deve cercare di eliminare, per quanto può, le condizioni di svantaggio. Bocciare nella scuola di base significa aggravare lo svantaggio.

La riforma della scuola, la vera  “rivoluzione” pedagogica, consiste nel cambiare metodo di insegnamento: l’insegnante non è più in cattedra, ma è un  facilitatore in una classe dove gli allievi, divisi in gruppi di studio, approfondiscono l’argomento  che ha dato loro l’insegnante o, ancora meglio, sviscerano l’argomento che hanno proposto collettivamente. Sono attori attivi e non passivi del processo insegnamento-apprendimento.

Eugenio Tipaldi

dirigente scolastico

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