“Zazzeri (non) pensa solo a nuotare”: la storia di Lorenzo, studente e campione olimpico di nuoto, e dei disagi degli studenti atleti. INTERVISTA

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“Poiché mi allenavo alle 5 e mezzo di mattina, arrivando con i capelli bagnati i miei professori erano già prevenuti. Mi interrogavano il lunedì pur sapendo delle gare: le solite cose che fanno i professori che vogliono remare contro gli studenti atleti”. E ancora: “Nonostante tutto questo sono sempre stato promosso e alla maturità anche se il presidente della Commissione mi voleva far passare con un voto più alto, i miei professori spinsero a farmi dare un voto più basso, lo so perché ho origliato dopo l’esame e sentii dire Zazzeri pensa solo a nuotare”

Nonostante tutto, la doppia carriera di Lorenzo Zazzeri, 29 anni, studente e campione olimpico di nuoto, dopo il diploma di maturità si è iscritto all’università e si è laureato con 110 e lode. Di più: dopo la laurea si è iscritto all’Accademia di belle arti, poiché oltre alle doti agonistiche ha la passione della pittura che gli ha consentito di esporre in importanti mostre. E oggi, conscio dei disagi, spesso gravi, ai quali vanno incontro gli studenti atleti nei casi in cui non riescono a trovare il sostegno dovuto della scuola, e altrettanto conscio dell’importanza della visibilità acquisita, ha prodotto un podcast intitolato Sportiva Mente, lanciato proprio oggi. Lo ha realizzato assieme al suo collega Matteo Restivo, altro campione mondiale di nuoto e laureatosi anche lui in medicina – anche lui con la lode e che sarà protagonista di un’ulteriore intervista nell’ambito della nostra inchiesta sulla dual career. Nelle intenzioni dei due campioni-dottori è palese l’obiettivo di fare divulgazione e di creare consapevolezza sull’importanza e sulla delicatezza della doppia carriera: “Vogliamo scardinare gli stereotipi che accompagnano la dual career – dicono i due campioni – e dare spunti ed esempi di come sia possibile conciliare lo studio e lo sport. Un docente che sa come sostenere un atleta-studente può fare davvero la differenza”.

Il concetto di dual-career, secondo la definizione data dall’Unione Europea, consiste nel “dare agli atleti la possibilità di avviare, sviluppare e terminare con successo un percorso sportivo di alto livello, in combinazione con il perseguimento di obiettivi legati alla formazione, al lavoro e ad altri obiettivi importanti”. Gli atleti, nel corso del loro percorso professionale, “devono affrontare la sfida di coniugare la loro carriera sportiva con l’istruzione o il lavoro. Il successo ad alti livelli nello sport, infatti, richiede allenamenti intensivi e competizioni in patria o all’estero che possono essere ardui da conciliare con le richieste e le restrizioni del sistema educativo e del mercato del lavoro”. Per evitare circostanze in cui giovani talenti siano costretti a scegliere tra istruzione o sport e tra lavoro o sport, non bastano alti livelli di motivazione, impegno, resilienza e responsabilità da parte dell’atleta, ma sono necessari specifici accorgimenti. Tali accorgimenti, detti di doppia carriera, “dovrebbero agevolare la carriera sportiva degli atleti consentendo loro istruzione e lavoro, promuovendo la realizzazione di una nuova professionalità dopo quella sportiva e proteggendo nonché salvaguardando la posizione lavorativa degli atleti”.

I progetti riguardanti la doppia carriera sono stati introdotti solo di recente nella maggior parte degli Stati membri e delle discipline sportive. Negli Stati membri in cui questi dispositivi sono sviluppati, mancano, a volte, solidi accordi tra il sistema sportivo ed il settore dell’istruzione. Da qui la necessità di alcune Linee guida che agevolino il percorso degli studenti atleti, che si trovano a dover affrontare la sida della doppia carriera, nella speranza di non dover essere costretti a sceglie o una o l’altra.

Lorenzo Zazzeri, nel suo caso si può parlare di triplice carriera.

“In effetti, più che dual la mia è stata o vissuto una triplice carriera: C’è stato un periodo nel quale oltre che fare sport agonistico, studiavo Scienze motorie, sport e salute al Morgagni di Careggi dove poi mi sono laureato con lode e dipingevo, cosa che faccio tuttora. Poiché arrivavo dal liceo artistico Leon Battista Alberti di Firenze, non ho mai tralasciato questa mia passione e vocazione artistica, e quindi ho sempre sentito la necessità di esprimermi con la pittura. Quindi oltre che nuotare e inseguire il sogno della nazionale muovevo i primi passi nel mondo artistico tanto è che nel 2017 ho avuto il privilegio di esporre alla Biennale di Firenze…”

Una cosa da niente…

“Una cosa che per un giovane rappresenta un bel passo. A quell’esposizione sono seguite altre, anche all’estero. Piano piano questa passione si stava trasformando in una sorta di lavoro parallelo anche se non ci ho mai potuto dedicare tanto tempo. Diciamo che, nella mia vita, finora, all’arte ho dedicato il 10 per cento del mio tempo perché il nuoto con gli allenamenti frequenti ha ricoperto buona parte dei miei impegni. Ho fatto varie mostre fin quando a livello sportivo sono emerso e sono entrato in nazionale”.

È stato definito il nuotatore con il pennello

“La visibilità che mi dava il nuoto si riversava sulla visibilità artistica. I giornali oltre che del nuoto parlavano dell’arte. Il nuoto dava all’arte e viceversa. Sono noto anche come il nuotatore artista”.

Ci elenchi qualche successo sportivo

“Alle olimpiadi di Tokio 2020 sono stato medaglia d’argento nella staffetta 4×100 stile libero risultato storico perché ha rappresentato la prima medaglia per l’Italia alle olimpiadi di una staffetta di 4×100 di qualsiasi sport. Ho inoltre disputato la finale dei 50 stile libero, ritenuta la gara degli uomini più veloci del mondo nell’acqua, dopo 21 anni dall’ultima volta, dopo Lorenzo Vismara a Sidney 2000. E’ stata una grande olimpiade, poi altri titoli europei e mondiali, con 25 medaglie internazionali tra olimpiadi e campionati europei e mondiali”

Quanti anni aveva quando ha iniziato a nuotare?

“Ho iniziato a nuotare a livello agonistico che avevo 7 anni. Mia madre è stata la mia prima istruttrice di nuoto. Proviene dall’Isef, ora insegna a scuola, al liceo Machiavelli di Firenze, dove ha fondato assieme a un collega il Progetto Studente atleti allargandolo rispetto a quanto previsto dalle linee guida ministeriali”.

Si avverte davvero l’esigenza di allargare le maglie previste dai protocolli ministeriali?

“Guardi, se la scuola si fosse attenuta alle linee guida ministeriali, in tutto l’istituto ci sarebbero solo 20 atleti”

E invece?

“E invece, grazie all’ampliamento, gli atleti sono 170, solo in quell’istituto. Questo perché il protocollo del Mim è molto restrittivo in quanto le linee guida non sono applicabili di fronte ad atleti che non hanno ancora risultati eccellenti a livello nazionale, anche se conducono uno stile di vita identico a quello di un atleta professionista. Stessi sacrifici”.

La discriminante è il risultato. E’ così?

“E’ così. Ma la discriminante non può essere il risultato, bisogna piuttosto tenere in considerazione quanto l’attività sportiva incida sulla carriera scolastica. Se prendiamo due atleti, uno magari campione italiano e l’altro che non ha ancora questi risultati, ecco: uno rientra e l’altro no”.

Prendiamo il suo caso, giusto per avere un’idea concreta e dimostrabile

“Io sono entrato in nazionale a 22 anni. Stando alle attuali linee guida io stesso all’epoca non sarei entrato nel protocollo ministeriale. Allora non esisteva, ma anche oggi non mi avrebbe cambiato nulla. L’esistenza delle Linee guida naturalmente è una cosa è valida, ed è bene che ci sia, tuttavia lo strumento rivisto e allargato senza tenere conto dei risultati sportivi ma tenendo conto dell’impegno richiesto agli studenti. Anche perché gli anni del liceo sono i più delicati per uno studente atleta e il rischio di abbandono, mi creda, è alto. Uno può dimostrare anche dopo di essere un campione, però gli anni del liceo sono duri, così come è stato per me”.

Ha delle recriminazioni verso la scuola riguardo al suo percorso?

“In quarta e quinta dovetti lottare contro l’ostracismo di alcuni processori. I miei genitori furono convocati a scuola e i docenti mi consigliarono di andare in una scuola privata perché non erano orgogliosi di me. Io ero percepito come un problema. Proprio in quinta entrai in nazionale juniores. Quando si venne a sapere di questa cosa i professori andarono nel panico, tanto da riconvocare i genitori. Inoltre, poiché mi allenavo alle 5 e mezzo di mattina, arrivando con i capelli bagnati loro erano già prevenuti. Mi interrogavano il lunedì pur sapendo delle gare: le solite cose che fanno i professori che vogliono remare contro gli studenti atleti”.

E lei come reagì?

“Iniziai a portarmi il phon, così mi asciugavo bene i capelli prima di andare in classe”.

Andò meglio da quella volta?

“Riconvocarono i miei genitori per dire: vedete che ora il ragazzo segue di più? Questa è la dimostrazione del pregiudizio che avevano. I miei avevano hanno detto loro: interromperà gli allenamenti mattutini per essere più produttivo. Ma io non feci certo questo. E se devo dare un parere su cosa debba essere migliorato su questo tema è proprio il fatto di creare consapevolezza perché lo sport è uno strumento che forma i giovani e i cittadini del futuro con dei valori più sani”.

Su questo fronte ha avuto dei riscontri diretti nell’ambiente?

“L’ho avvertito come esperienza all’università. Là c’erano ragazzi che andavano nel pallone perché non sapevano gestire l’ansia né affrontare lo stress, cosa che chi fa sport agonistico impara ad affrontare fin da piccolo e questo è fondamentale nella vita: ti mette di fronte ai tuoi limiti. Lo sport è un valore: manca nei professori la consapevolezza che lo sport è uno strumento formativo al pari dello studio perché fa sviluppare quelle che oggi si chiamano le soft skill, quelle abilità, quelle attività come lo sport che impari non studiando e che serviranno anche nel mondo del lavoro. Vedo che nelle aziende, dove spesso mi invitano assieme al mio collega Matteo Restivo, si sono accorti che lo sport ha molte similitudini con le professioni”.

Secondo lei lo studio non è importante per un atleta?

“No, non sto dicendo che lo studio non sia importante visto che ho continuato a studiare e pure mi sono laureato. Ma secondo me molto semplicemente sport e studio devono andare di pari passo. Io ho un caro amico che ha fatto sport a livello agonistico con risultati mediocri e ora lavora all’Onu e il suo curriculum è stato scelto perché lui aveva fatto sport a livello agonistico. Hanno esplicitamente preferito lui perché avendo praticato nuoto a livello agonistico hanno ritenuto che avesse una marcia in più per tutte le qualità che lo sport fa sviluppare durante gli anni anche quelli dell’adolescenza. Se una persona gestisce meglio l’ansia e i pensieri negativi è chiaro che sarà una persona più produttiva anche in ambito lavorativo, e io questo l’ho sempre notato in ambito accademico: ragazzi che sono dei fenomeni nei gruppi di studio, quando invece si trovano a dover affrontare un esame in pubblico magari vanno in bambola. E certe cose non s’imparano studiando, s’imparano con lo sport che ti mette davanti a stress, ansia, pressione, dubbi che devi affrontare e sciogliere. E non importa andare alle Olimpiadi: è sufficiente praticare uno sport a livello agonistico. Per questo noi abbiamo deciso di fare questo podcast intitolato Sportiva mente: per fare divulgazione e per creare consapevolezza su questi argomenti della doppia carriera. Vogliamo scardinare gli stereotipi che accompagnano la dual career e dare spunti ed esempi di come sia possibile conciliare lo studio e lo sport. Un docente che sa come sostenere un atleta-studente può fare davvero la differenza”.

Secondo lei non c’è il rischio che l’affaticamento sportivo e il surplus di impegni distoglano dallo studio e che portino lo studente al fallimento scolastico?

“La domanda è valida e molto opportuna. Dipende dagli obiettivi che ha un ragazzo. Dando per scontato che ci sia la doppia motivazione, e per lo sport e per lo studio, lo sport ti aiuta nello studio perché ti crea la capacità di ottimizzare il tempo, di scandire con efficienza gli impegni, di concentrarti e infine di sfruttare le ore disponibili della giornata. Sa quante volte mi son sentito dire: smetto perché non riesco a gestire le due cose?”

Lei che cosa ha risposto?

“Ho risposto che non è per questo, se hai la passione. Infatti, se si smette di fare sport, nella stragrande maggioranza dei casi non per questo ci si mette studiare di più. Semplicemente si posticipa, si rimanda, gli impegni di studio vengono procrastinati. Si esce da scuola alle 14, ci si mette a studiare più tardi, prima si gioca con la play o con gli amici. Io non ho mai visto studiare l’intero pomeriggio ma anzi chi fa sport è molto più organizzato e anche questa è una soft skill: lo sport aiuta nell’ottimizzare i tempi e portare a termine i compiti”.

E lei?

“Io sarò pure stato uno studente mediocre, ma non ho mai tralasciato lo studio e non sono stato mai bocciato”.

Come andò alla maturità?

“Nella prova di indirizzo alla maturità presi 15 quindicesimi, il massimo dei voti, perché sul piano mentale affrontai quella sfida come una gara di nuoto. E nonostante questo sono stato promosso con punteggio più basso anche se il presidente della Commissione mi voleva far passare con 70…”.

E questo come fa a saperlo?

“Ho origliato, dopo l’esame, mettendomi vicino alla porta. Sentii alcuni miei professori che avevo avuto per anni combattere perché mi dessero di meno: Zazzeri pensa solo a nuotare… Alla fine passai con 68”

Si è poi rifatto all’università, dopotutto

“Mi sono laureato con 110 e lode. Chi fa sport sviluppa motivazione, è motivato nei confronti della vita. Io ho riscontrato un’apatia e una voglia di non fare in tanti ragazzi e ragazze. Non è lo sport che demotiva, anzi, chi non fa sport è più facile che non sia curioso, che sia apatico, che sviluppi depressione e perda tempo con i social. Lo sport non è soltanto fama, successo e soldi, a quell’età è soprattutto comunità, divertimento: tutte cose imprescindibili per la salute di un individuo”.

Servirebbe più attenzione verso lo sport a scuola, dal suo punto di vista?

“Negli Usa e in altre nazioni scoprono i talenti proprio nei college. Questo non succede in Italia. Pensi a come la pratica sportiva viene usata e vissuta a scuola. Quasi come un peso. La scuola invece dovrebbe sviluppare una cultura sportiva e questa cosa purtroppo non avviene come dovrebbe”.

Come giudica la decisione di inserire scienze motorie alla primaria?

“E’ stata una buona idea. Ogni età però ha i propri tempi e i propri limiti. Nell’età evolutiva dev’essere un’attività ludica, poi, ma man mano che si cresce, inizia a svilupparsi il carattere che porta anche alla competizione e da adolescente si sviluppa anche l’ego, così da divertimento diventa qualcosa di più competitivo”

I suoi compagni di classe come giudicavano il suo impegno sportivo, ai tempi del liceo?

“Con me sono sempre stati solidali e curiosi. Ho percepito un sostegno che dura ancora oggi e ho avvertito questo anche all’università. I miei compagni si prodigavano per darmi gli appunti per farmi stare al passo. E anche oggi che ci sono le linee guida non penso che ci sia risentimento nei confronti dei compagni che vengono in qualche modo sostenuti dalla scuola. Non è che si agevolino, si supportano, i voti non si regalano”

Quanti giorni si allenava ogni settimana?

“Un’ora e mezzo al mattino e due ore e mezza alla sera, quattro ore al giorno, fin dai sedici anni. Gli allenamenti mattutini erano consigliati, quelle del pomeriggio erano da prassi”.

La vita sociale in questo modo viene sacrificata. E’ così?

“Non è un sacrificio ma una scelta. Gli amici più stretti provengono dal nuoto ma il tempo di uscire il sabato e la domenica lo avevo. Piu difficile è farsi capire, mi ricordo che mi dicevano: ti alleni al mattino, tu sei matto. Io rispondevo che il mio sogno era quello di andare alle olimpiadi, anche se non avevo certo la prova concreta di poterci riuscire. Per questo mi prendevano per pazzo, tuttavia era il mio sogno ma mi sostenevano ed è stato sempre facile farsi capire. Chi non fa sport non sempre riesce a capire il senso dei sacrifici di chi lo fa. Che nel mio caso non sono mai stati vissuti come sacrifici ma sempre come scelte consapevoli”.

Qual è il suo prossimo impegno agonistico?

“A fine luglio nuoterò la 4×100 stile libero e i 50 stile libero individuali alle Olimpiadi di Parigi”.

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