Voti agli studenti, “ecco perché dovrebbero essere aboliti”. Il punto di vista del Dirigente Vincenzo Caico. INTERVISTA e un progetto sperimentale

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I voti sono tutto nel mondo scolastico. Delineano i risultati e motivano gli studenti a studiare sodo e ad esibirsi bene. O almeno, questa è una teoria. Il dibattito sul fatto che i voti aiutino o ostacolino l’apprendimento degli studenti è vecchio quanto lo stesso sistema di valutazione risalente alla fine del 1800. Per quanto sorprendente possa sembrare, alcuni insegnanti non pensano che i voti siano uno strumento utile. Molti docenti, in particolare quelli coinvolti nel processo di rinnovamento del sistema di valutazione, dibattito che sta interessando alcuni dirigenti scolastici molto illuminati, si lamentano della scala di valutazione perché ritengono che inibisca l’apprendimento o, comunque, ne valuti solo alcuni aspetti. Questi critici sostengono che la valutazione incentiva gli studenti a perseguire buoni voti a scapito di un apprendimento significativo.

I sostenitori dell’attuale sistema di valutazione con i voti

Gli studenti – scrive Thompson – spesso vedono i voti come il principale ostacolo all’accesso all’università, al conseguimento della laurea o all’ottenimento del lavoro dei loro sogni. Per molti studenti, questa pressione provoca ansia e stress. Naturalmente, molti educatori e la maggior parte delle scuole secondarie, di primo e di secondo grado, e delle università preferiscono ancora il sistema di valutazione tradizionale. I sostenitori sostengono che i voti ritengono gli studenti responsabili del loro lavoro e forniscono un semplice quadro di riferimento per la loro posizione in classe. La maggior parte delle scuole fa affidamento sui voti per valutare il rendimento degli studenti, sebbene alcune scuole li abbiano banditi in via sperimentale (e solo per alcune tipologie di valutazioni) nell’ambito delle proprie prerogative autonomistiche senza, però, inficiare il sistema di valutazione definito dalla normativa vigente. Alcune istituzioni favoriscono metodi come il sistema di valutazione pass-fail, autovalutazione e valutazioni dei professori invece dei voti. Per dare un senso al discorso in corso sulla valutazione, abbiamo raccolto alcuni degli argomenti comuni a favore e contro la valutazione.

L’intervista al prof. Vincenzo Caico, dirigente scolastico contro il sistema tradizionale di valutazione degli apprendimenti a carattere sommativo basato sui voti

Qualche mese fa il dirigente scolastico prof. Vincenzo Caico, a guida dell’Istituto di Istruzione Superiore “Michelangelo Buonarroti” di Monfalcone, molto conosciuto in Italia perché pilota autorevole di un importante istituto, fucina di sperimentazioni e revisioni di tradizionalismi ormai troppo vecchi che ingessano la scuola italiana, aveva deciso di rivolgersi direttamente ai genitori con una lunga missiva. Scriveva il prof. Vincenzo Caico “Valutare vuol dire dare un giudizio di valore sulla distanza che separa una studentessa o uno studente dai suoi obiettivi di apprendimento. Ma non solo.  In inglese valutazione si dice assessment, che deriva da latino “ad sedere”, ovvero sedersi accanto, il gesto che dovrebbe accomunare spesso chi insegna e chi impara”. Cosa pensa della valutazione e quanto sia proiettato verso il futuro lo si vede proprio da quanto rilasciato nell’articolata intervista che segue.

Dirigente, cos’è effettivamente la valutazione?

«Prima di interrogarci su che cosa sia la valutazione, vale la pena chiedersi quale sia il ruolo che dovrebbe svolgere la scuola. Accanto a quello dell’istruzione, la scuola ha il dovere di offrire un servizio educativo che concorre e sostiene quello svolto da chi ha la responsabilità genitoriale, e quando si parla di educazione non si tratta solo di conferire ai ragazzi e alle ragazze i valori condivisi su cui si fonda la nostra società, ma anche di accompagnare la loro crescita, in anni di tumultuosi e costanti cambiamenti personali, alla scoperta delle proprie attitudini, dei propri talenti e dei propri desideri per il futuro, sostenendoli nello sviluppo della loro autonomia e della responsabilità personale. Se ragioniamo in questi termini, anche la valutazione dovrebbe svolgere un ruolo formativo ed educativo che accompagni costantemente la studentessa e lo studente nei suoi processi di apprendimento, aiutandoli a conoscere e superare i propri limiti e dando valore ad ogni conquista culturale e personale. L’apprendimento però è un processo complesso multidimensionale. Quando verifica il raggiungimento o meno di certi obiettivi di apprendimento, l’insegnante valuta diverse dimensioni, in base alla prova di verifica, e formula un giudizio di valore intrinseco e talvolta inespresso tenendo conto anche della storia scolastica e personale dello studente. È facile comprendere che riassumere questi giudizi e queste valutazioni sintetizzandole in un numero è una banalizzazione sia degli sforzi compiuti da chi impara, sia della professionalità profusa da chi insegna».

Dirigente Caico, serve ancora questo benedetto numero per valutare i nostri alunni?

«Il voto numerico, ovvero il posizionamento della prestazione di uno studente su una scala di misurazione, dà solo un’illusione di sintesi e di oggettività. La vera valutazione non ha nulla a che vedere né con la sintesi, per i motivi che ho appena espresso, in quanto anche una singola prestazione offerta merita un’analisi multidimensionale e un feedback fornito alla studentessa o allo studente altrettanto multidimensionale, né con l’oggettività. Banalmente, se incarichiamo dieci insegnanti di correggere lo stesso compito d’italiano, ciascuno di loro esprimerà un giudizio diverso come saranno diversi anche i voti assegnati nonostante l’utilizzo possibile della stessa rubrica o griglia di valutazione. Anche la valutazione di un compito di matematica è multidimensionale: oltre alla corretta applicazione di un procedimento risolutivo si può tenere conto della padronanza del linguaggio specifico della disciplina, della capacità di individuare la strategia risolutiva più appropriata, dell’utilizzo del pensiero logico, etc. Valutare vuol dire dare un giudizio di valore sulla distanza che separa i livelli di apprendimento di una persona dai suoi obiettivi di apprendimento. In questo giudizio, oltre agli elementi raccolti, ha un ruolo imprescindibile l’apprezzamento dell’insegnante. L’unica prova di verifica che si presta bene ad una misurazione è una batteria di domande a risposta chiusa. In tal caso ha un senso dire che uno studente si posiziona al livello 38 su un fondo scala di 50, in tutti gli altri casi no. Non ha senso se intendiamo la valutazione come una forma di insegnamento che ha il compito di aiutare le ragazze e i ragazzi a raggiungere i loro obiettivi. Il voto numerico non soltanto non aiuta in tal senso, ma non aiuta nemmeno ad esprimere il semplice raggiungimento o meno degli obiettivi».

C’è un’alternativa vera al voto numerico?

«La scelta è tra un sistema di valutazione degli apprendimenti a carattere sommativo-certificativo, più adatto a valutare i candidati ad un concorso pubblico, e un sistema di valutazione realmente formativo ed educativo. Il secondo modello non può che essere fondato sul riconoscimento che i processi di apprendimento sono complessi e personali, e su un costante dialogo educativo tra chi insegna e chi impara. L’insegnante fornisce quindi dei feedback il più possibile tempestivi, espressi tramite annotazioni sintetiche o giudizi descrittivi più completi, che offrono un resoconto del livello di apprendimento raggiunto nelle diverse dimensioni di interesse per la valutazione. Ma l’insegnante riceve anche dei feedback dalla studentessa o dallo studente, utili per rendere più efficace la propria didattica. La vera valutazione educativa è costante, in quanto forma di controllo del livello di comprensione da parte delle studentesse e degli studenti di ciò che si sta insegnando loro, ed è anche bidirezionale e trasformativa, in quanto volta a migliorare sia i loro processi di apprendimento, sia i processi di insegnamento del docente. La vera valutazione formativa, inoltre, incoraggia e sostiene l’autovalutazione di chi impara, ovvero la riflessione della studentessa e dello studente sui propri processi di apprendimento. Infine, dà un giudizio di valore anche su quegli atteggiamenti, come la perseveranza, la resilienza o lo sviluppo di un metodo di studio efficace, che aiutano chi impara ad imparare meglio».

Dirigente, come potrebbe, ciascuna istituzione scolastica, attivarsi per adeguare il sistema di valutazione alla modificata necessità della formazione delle nuove generazioni?

«Basterebbe ricordare le indicazioni del D.Lgs 62/2017, in cui si afferma che la valutazione ha per oggetto il processo formativo e i risultati di apprendimento, ha finalità formativa ed educativa, concorre al miglioramento degli apprendimenti e al successo formativo, documenta lo sviluppo dell’identità personale e promuove l’autovalutazione di ciascuno. Ciascuna scuola, in piena autonomia, può sviluppare un proprio sistema di valutazione degli apprendimenti a carattere formativo, alternativo a quello comunemente utilizzato fondato sui voti. Nella scuola che dirigo, il Liceo Buonarroti di Monfalcone ci siamo riusciti e quest’anno abbiamo avviato un primo sistema sperimentale in due classi prime con l’abolizione dei voti in itinere e la loro sostituzione con giudizi descrittivi e annotazioni. Del resto, l’unico momento in cui la normativa prescrive l’utilizzo dei voti da 1 a 10 è in sede di scrutinio intermedio e finale, ma anche quegli stessi voti non vanno intesi come misura cardinale, ma come livello raggiunto negli apprendimenti a cui corrisponde un determinato descrittore che prende in considerazione molteplici dimensioni dell’apprendimento. Purtroppo la cattiva prassi di utilizzare i voti numerici anche per la valutazione in itinere è difficile da sradicare in seno alle comunità di insegnamento. Le frasi “abbiamo sempre fatto così” o “ma noi questo lo facciamo già” sono nemiche dell’innovazione e del cambiamento. Ma sono ottimista. In questi mesi ho conosciuto diversi colleghi dirigenti scolastici e tantissimi insegnanti che sono pienamente consapevoli che il sistema tradizionale di valutazione non è più sostenibile, soprattutto perché genera ansia e disaffezione allo studio, demolisce il senso dello stare a scuola per le nostre studentesse e i nostri studenti e, nei casi peggiori, porta a forme di dispersione scolastica. Seguendo l’esempio della riforma della valutazione alla scuola primaria, io ed altri colleghi siamo disponibili a costituire una grande rete nazionale di istituzioni scolastiche che intendano avviare in autonomia processi di sperimentazione anche a livello di scuola secondaria di primo e secondo grado».

Ma le competenze non collidono con un sistema che basa solo sul numero e sul “sommativo” la sua valutazione?

«Certamente. Il sistema tradizionale fondato sui voti numerici a carattere sommativo non è adatto a verificare il raggiungimento di obiettivi di apprendimento in un’ottica formativa ed educativa, ma è ancora più inadatto a promuovere lo sviluppo di competenze e a certificare questo sviluppo. Ricordiamo che le competenze mobilitano conoscenze e abilità, ma anche attitudini personali ed esperienze, in una chiave di autonomia e responsabilità personale. Riempire con dei numeri le tabelle del registro elettronico non ha alcuna attinenza con processi così complessi e direi anche così esaltanti. Nelle nostre scuole accanto ad insegnanti straordinari che sanno ispirare e motivare studentesse e studenti, purtroppo abbiamo anche insegnanti che calcolano la media dei voti e che davanti ad una media del 6 e mezzo chiedono ancora un’altra interrogazione per decidere se assegnare il 7 o il 6 allo scrutinio. Per non parlare del ruolo privo di senso in chiave educativa dei 2, dei 3 o dei 4, ovvero l’accanimento di definire e assegnare livelli di disvalore a ciò a cui non può essere dato valore, ovvero al mancato raggiungimento di obiettivi minimi. Un vero sistema di valutazione formativa ed educativa, oltre che, per sua natura, contribuire allo sviluppo di autonomia e responsabilità, può promuovere una più efficace valutazione del livello di raggiungimento di competenze, sia specifiche delle diverse discipline che trasversali e personali, attraverso il collegamento, all’interno del Curricolo d’istituto, delle stesse competenze agli obiettivi di apprendimento che ne alimentano lo sviluppo».

Valutazione apprendimenti, proposta al Collegio dei docenti

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