Vivere e insegnare al tempo della pandemia nelle scuole dei borghi delle alte Madonie: “il capitale educativo” degli insegnanti, come investirlo nel nuovo anno scolastico

L’avvio dell’anno scolastico 2020-2021 sarà forse il più difficile mai registrato nella storia dell’istruzione pubblica in Italia, quantomeno sotto il profilo della sicurezza.
Come affrontarlo? Non è certo nostre compito avanzare proposte in tal senso, tuttavia siamo certi che lo sconvolgimento emotivo che in varia misura interessa tutti noi e il ‘caos organizzativo’ che attraversa le istituzioni, la scuola in primis, possano/debbano essere un opportunità per una ‘rigenerazione pedagogica’ e una riorganizzazione flessibile in grado per questa inedita sfida

Occorrono ovviamente strutture fisiche funzionali e spazi adeguati, procedure sanitarie semplici e chiare, approcci educativi e metodi didattici efficaci, ma al contempo e forse più di ogni altra cosa è indispensabile una comunità educante autoefficace, autorevole e credibile, consapevole dell’importanza della mission educativa alla quale è chiamata in questo difficile momento storico.

Abbiamo avuto il privilegio, agevolato dalla disponibilità dei Dirigenti scolastici di r(a)ccogliere le idee e le opinioni di buona parte della comunità educante delle scuole dei borghi delle alte Madonie, anche quelle dei ragazzi e dei genitori, idee e opinioni personali alle quali abbiamo dato il rispetto e la riservatezza che meritavano, gemme preziose che custodiamo con cura, sedimentate dal profondo del vissuto di ciascuno durante la pandemia .

Avremmo voluto raccogliere anche i sogni riferiti alla scuola al tempo della pandemia, semplicemente per disegnare un tappeto onirico che avrebbe illuminato ancor più l’esperienza emotiva dell’arcipelago educante delle alte Madonie.

Le indagini hanno coinvolto via via i ragazzi e i genitori delle classi 2^ delle Medie, i genitori dei bambini di 2^ (e una 3^) e 4^ della Primaria, soddisfatti per avere avuto la possibilità di esprimere le loro emozioni ed opinioni e sentirsi coinvolti e non solo spettatori di una situazione finora inimmaginabile.

Al termine dell’anno scolastico, per chiudere il cerchio, destinatari gli insegnanti, nella stragrande maggioranza donne e per i due terzi ultracinquantenni, è stata realizzata una ricerca per tirare le somme di un’esperienza speciale e per volgere lo sguardo al nuovo e incerto anno scolastico.

Ed è alla comunità educante, alle sue criticità e soprattutto ai suoi punti di forza, che si riferiscono le riflessioni successive nate dalle emozioni, opinioni, idee, metafore e osservazioni espresse dagli insegnanti (ma anche genitori e ragazzi) e che il nostro gruppo di lavoro ha pazientemente raccolto, classificato, incrociato e collegato fra loro e che per ciò merita un ringraziamento speciale.

Resilienza educativa e fragilità’ incombenti.

La risposta emotiva della maggior parte degli insegnanti durante il confinamento ha poggiato sulla tranquillità , fiducia e, in misura minore, speranza, con alla base la tristezza, il sentimento di gran lunga prevalente; hanno affrontato, quindi, la difficile situazione con uno stato emotivo congruo, una forma di resilienza educativa, probabilmente generata da una buona autostima personale e professionale. Meno di un terzo degli insegnanti ha vissuto con paura e rabbia il tempo della Covid-19, emozioni anch’esse legittime in tempo di emergenza ma poco funzionali per gestire l’attività scolastica.

La reazione emotiva di paura e tristezza, dal confronto dei dati, è stata più accentuata tra gli insegnanti della Primaria/Infanzia rispetto a quelli della Media, analogamente le risposte sulle conseguenze della pandemia per il prossimo futuro sono state in maggioranza abbastanza/molto preoccupato/a , più marcata tra gli insegnanti della primaria/infanzia rispetto a quelli della media.

Le difficoltà e i disagi degli insegnanti durante l’attività didattica a distanza non sono mancati, i più frequenti sono stati , nell’ordine, forte senso di affaticamento , senso di preoccupazione e ansia, stile di vita negativo (alimentazione ‘disordinata’, sedentarietà, ecc.), negatività (disaffezione lavorativa, sensazione di non essere produttivi, ecc.), in misura minore irritabilità e non riuscire a prendere sonno la notte e, poche unità, sensazione di rabbia e aggressività. Difficoltà/disagi più marcate tra gli insegnanti della primaria/infanzia rispetto a quelle della media, in un numero limitato di insegnanti questi ‘sintomi’ si si sono presentati in forma aggregata (due, tre o più) quasi a configurare una vera e propria sindrome di burn-out, ovviamente i dati raccoltinon sono di tipo clinico e quindi abbandoniamo simili congetture.

Questi fattori, in parte contingenti in parte preesistenti e persistenti, alla lunga possono minare l’autostima professionale e la resilienza educativa, la cui difesa richiede tra l’altro una forte consapevolezza circa le proprie aspirazioni professionali e le possibilità reali che la scuola di oggi offre agli insegnanti.

In ultima istanza, tuttavia, disagi e difficoltà incluse, gli insegnanti con tranquillità e fiducia (quindi occhio al futuro, possibilità di farcela, di riuscire) hanno trasmesso implicitamente agli alunni un messaggio positivo, rassicurante, in qualche modo di ottimismo, che ha dato linfa vitale alla comunità scolastica durante il confinamento, ‘risorse’ necessarie anche per il presente.

La maggioranza degli insegnanti ritiene che in seguito all’esperienza del confinamento il loro prestigio sociale sia rimasto come prima (giudizio che non ha risentito della retorica dei media sull’eroismo degli insegnanti) un quinto circa pensa che sia cresciuto e solo alcuni di loro credono che sia diminuito, alcuni hanno evidenziato come l’importanza del loro lavoro è stata riconosciuta dai genitori ma poco dalle istituzioni sovraordinate.

La stragrande maggioranza di loro si dichiara abbastanza/molto soddisfatto/a della sua professione, pochissime unità poco soddisfatti e un quarto circa, con una prevalenza degli insegnanti della primaria/Infanzia, si sente in parte soddisfatto/a e in parte insoddisfatto/a.

Alla domanda ‘se potesse tornare indietro rifarebbe l’insegnante?’ oltre l’80% ha dichiarato Sì, quote pressocchè identiche tra media e pimaria/Infanzia, mentre ‘solo’ il 65% degli insegnanti della media e il 75% degli insegnanti primaria/infanzia consiglierebbe al/la figlio/a di un/a suo/a amico/a di fare questo lavoro.

Stando a questi pochi ma significativi dati, gli insegnanti delle scuole delle alte Madonie si auto-rappresentano come un gruppo sociale omogeneo con una identità robusta, con una buona autostima professionale, un attaccamento al proprio lavoro e un orgoglio del proprio essere insegnanti, consapevoli del suo valore sociale, nonostante le critiche e le intemperie alle quali sono stati esposti negli anni.

Fra le criticità presenti nell’esercizio della professione quella di gran lunga prevalente è l’eccesso di adempimenti burocratici, con i quali si manifesta tutta la pesantezza dell’istituzione scolastica, quindi quella con gli allievi (motivazione all’apprendimento, disciplina e relazioni) e, infine, con i colleghi nei momenti collegiali. Un quinto circa degli insegnanti ha dichiarato di non riscontrare nessuna criticità.

Ci raccontano di una identità professionale sottoposta a tensioni, non sempre adeguata a coinvolgere ragazzi demotivati, bambini indisciplinati, genitori ipercritici, modelli valutativi complessi (‘vorrei una scuola con meno numeri anche se sono una prof. di matematica’) e istanze burocratiche via via più pesanti, ‘criticità che rischiano di dissipare/logorare quel ‘capitale educativo’ faticosamente accumulato negli anni.

Non abbiamo risposte pronto uso, siamo certi che occorre riscoprire il senso della professione attraverso il pensiero critico sul proprio agire professionale, il confronto, il lavoro in gruppo, l’atteggiamento di ricerca, ecc. e, ovviamente, la formazione.

A tal proposito, i bisogni formativi espressi dagli insegnanti si polarizzano sulle strategie e tecniche per motivare e coinvolgere gli alunni allo studio – forse la criticità più pregnante – e sull’ acquisire maggiori competenze nell’utilizzo degli strumenti digitali, competenze che dovrebbero includere anche quelle sull’uso critico degli stessi.

La Didattica a Distanza o della mancata vicinanza: un’utile esperienza sul campo.

Al di là degli aspetti tecnici l’uso della D.a.D. (o, per meglio dire, della Didattica dell’emergenza o della mancata vicinanza ) ha costituito per la generalità degli insegnanti un’esperienza unica e irripetibile che ha svolto la funzione di surrogato didattico e soprattutto di ‘connessione emotiva’ per tutta la comunità scolastica.

Le testimonianze degli insegnanti ne riproducono la sua natura complessa e ambivalente: ‘un’esperienza interessante ma stancante’, ‘una fatica immane’, ‘un’esperienza negativa’, ’un modo per insegnare e imparare contemporaneamente‘mi ha reso più fragile, ansiosa e apprensiva’ , ‘ha dilatato il tempo scuola ma ha accorciato le distanze tra le persone’ , ‘la prima cosa della quale mi sono preoccupata è di trasmettere agli alunni un senso di tranquillità e di fiducia”, ecc..

Differenze marcate si sono registrate circa l’efficacia della D.a.D. tra il giudizio degli insegnanti della primaria/infanzia, giudizio molto più negativo (più della metà l’ha valutata poco/per niente vantaggiosa per l’apprendimento) rispetto a quello degli insegnanti della scuola media (ben oltre i due terzi l’ha giudicata abbastanza/molto vantaggiosa); sembra che i primi siano stati un po’ più funzionali nel gestire la situazione, vuoi per la maggior autonomia digitale dei ragazzi delle medie , vuoi per le tante difficoltà dei bambini nell’uso dei device digitali che hanno richiesto il maggior coinvolgimento dei genitori e reso più arduo il compito di questi insegnanti della primaria/infanzia.

E’ probabile che i giudizi più vantaggiosi provengono da quegli insegnanti che utilizzano fluidamente i divice digitali e quindi hanno riscontrato meno difficoltà tecniche, poiché valutarne l’efficacia per l’apprendimento non è affatto agevole. Di sicuro, ha offerto agli alunni già digitalizzati di poter usufruire in modo pieno delle attività didattiche di poter sperimentare forme nuove di apprendimento; ha offerto opportunità anche agli alunni ‘meno bravi’ e piu’ insicuri che da un ambiente protetto hanno potuto partecipare più efficacemente all’attività didattica senza l’ansia da prestazione.

La D.a.D. ha mostrato di essere poco o per niente accessibile per i bambini/ragazzi con disabilità o con svantaggi, per il quali lo sforzo degli insegnanti e la collaborazione dei genitori in qualche modo ne ha evitato la marginalità e, infine, di non essere sempre sostenibile con i bisogni dell’alunno e delle famiglie.

Fra le attività svolte dagli insegnanti con la D.a.D. ha troneggiato la video-lezione (figlia d’elezione della didattica basata sulla trasmissione del sapere) , spesso accompagnata da una o più delle seguenti attività: giochi didattici, esercizi online, esercizi su libri scolastici e quaderni, attività su schede, blog creati ad hoc, esercizi ritmici, esercizi musicali, esercizi pratici, visioni di video, ricerche sul web, ecc. Un’attività su tutte promossa durante il lockdown da un prof. di attività motoria , merita di essere menzionata, “stare a casa camminando” che oltre agli alunni ha messo in movimento , in misura minore, anche insegnanti e genitori.

La D.a.D. ha dispiegato la sua efficacia in vari gradi, lo è stata maggiormente quando ha coniugato la ‘magia’ e la leggerezza delle tecnologie con la creatività e il gioco o quando ha fatto uso di App specifiche per le singole discipline, lo è stata di meno quando ha riprodotto tout court la didattica tradizionale in presenza, con l’ansia dell’apprendimento finalizzato alla valutazione o al giudizio. E’ altamente probabile che un “menu’ didattico misto” fatto di video-lezioni brevi, attività su schede, giochi interattivi, lavori di gruppo, ecc. sarà più efficace a distanza e, ovviamente, anche in presenza.

Tuttavia la D.a.D. , ha avuto il merito di avere avviato un processo di alfabetizzazione digitale tra gli insegnanti più restii all’uso delle nuove tecnologie e ha potenziato le competenze già esistenti tra una discreta quota di insegnanti, auspicabilmente da diffondere anche attraverso forme di tutoraggio orizzontale, per arricchire la cassetta degli attrezzi in mano agli insegnanti e migliorare il loro senso di autoefficacia professionale.

Un know-how indispensabile da spendere, in modo congruo e complementare alla didattica in presenza, nella scuola rigenerata dove la didattica basata sulla trasmissione del sapere sarà gradualmente rimpiazzata da quella basta sulla cooperazione, la partecipazione, la ‘leggerezza’ e la dimensione esperenziale, elementi questi, qui e la, utilizzati da alcuni insegnanti nelle scuole delle alte Madonie.

La scuola desiderata e immaginata oggi

Alla domanda “per il nuovo anno scolastico vorrebbe che si tornasse a scuola?”, il 45% in media degli insegnanti ha risposto “in sicurezza, senza cambiamenti”, oltre il 40” in media “in sicurezza, con cambiamenti e innovazioni” e circa il 40% in media “con maggiore attenzione al benessere emotivo di alunni e insegnanti”

Dal dato tra gli insegnanti delle alte Madonie emerge prevalentemente quello che potremmo chiamare un ‘conservatorismo rassicurante’ che è in rapporto dialettico con un “progressismo aleatorio” , meno frequente, sui quali aleggia un diffuso e necessario bisogno di benessere emotivo.

Il giudizio dei genitori verso la scuola per il modo in cui ha gestito il periodo di confinamento e la D.a.D. è prevalentemente positivo, ad accezione di una quota non trascurabile di genitori dei bambini della primaria, a causa di difficoltà legate alla gestione della D.a.D, e al loro obbligato coinvolgimento, complicato nei casi di due o più bambini in famiglia.

Va , altresì, registrato il 40% circa dei genitori della primaria che hanno dichiarato che “si ritornasse a scuola in sicurezza, ma con tanti cambiamenti e innovazioni” , aspettative che ben si sintonizzano con questo quadro dinamico.

Mentre il rapporto di collaborazione fra scuola e famiglia secondo i tre quarti degli insegnanti dovrebbe essere come prima, nel rispetto dell’autonomia nei rispettivi ambiti, il 15% circa più stretto e un decimo circa di netta separazione.

Forse serve una nuova alleanza con una condivisione di fondo del Progetto educativo ma una netta separazione tra scuola e famiglia sul piano operativo, per dirla con il poeta “dalla scuola della felicità sono rigorosamente esclusi i genitori. La Scuola della felicità sarà il luogo dove i figli smetteranno di essere figli e impareranno a diventare sé stessi

RAPPRESENTI CON UNA METAFORA O UN’IDEA LA SCUOLA CHE VORREBBE NEL FUTURO PROSSIMO.

A questo stimolo hanno risposto la quasi totalità degli intervistati e ovviamente hanno prodotto una mole di materiale del quale abbiamo estratto alcuni frammenti che disegnano un modello di scuola diretto ad includere e accogliere, a migliorare i processi di apprendimento ed aperta al sociale.

Immagino/vorrei una scuola accogliente, inclusiva, ‘leggera’ (dove si impara divertendosi, meno burocratica), allegra, del benessere affettivo, una scuola in sintonia con la natura, ecc

E ancora, un circolo nel quale nessuno debba restare fuori, una scuola valorizzante, meno autoreferenziale e ’appariscente’ , un comunità educante dove discenti e docenti possano imparare gli uni dagli altri, una scuola dove si costruisce consapevolezza…

La classe non è un reggimento che marcia al passo, è un orchestra che prova la stessa sinfonia. La fiaccola del tedoforo che accende il braciere e da inizio alle olimpiadi….

Una scuola che educhi al valore del lavoro e alla cittadinanza, una scuola che faccia da argine allo spopolamento dei nostri borghi, una scuola reticolare, scuola laboratorio aperta a tutti gli spazi del territorio…..

La scuola, aggiungiamo noi, in conclusione, dovrà ricostruire la sua sacralità come istituzione attraverso poche ma solenni ritualità , es. l’apertura solenne dell’anno scolastico, la settimana dell’accoglienza, la chiusura di fine anno, ecc. ma al contempo deve alleggerire la pesantezza proprie delle istituzioni fatta di programmi, obblighi, valutazioni, compiti, a favore della leggerezza propria del ‘mondo della vita’ che si declina con l’esercizio della fantasia, l’amore per la conoscenza, la creatività, il prendersi cura, la partecipazione , ecc.

Mario Brucato è un sociologo siciliano. Lavora come tale all’ASP di Palermo, distretto di Petralia, area ‘educazione e promozione della salute’ . Nei mesi del confinamento per via del Covid-19 l’Asp ha condotto alcune indagini conoscitive su “vivere/studiare/insegnare nei borghi delle alte Madonie al tempo della pandemia” coinvolgendo ragazzi, genitori e insegnanti. “Abbiamo raccolto tanti dati, idee e opinioni”, spiega oggi Mario Brucato, del quale ospitiamo un interessante intervento.

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