Vivalascuola. Arrivano i buoni

di
ipsef

concesso da lapoesiaelospirito.wordpress.com – Docenti comunisti che inculcano agli studenti valori contrari a quelli delle famiglie, libri di Storia faziosi che denigrano il premier… Andiamo a vedere cosa succede in una regione dove governano i buoni: ad esempio il Veneto.

concesso da lapoesiaelospirito.wordpress.com – Docenti comunisti che inculcano agli studenti valori contrari a quelli delle famiglie, libri di Storia faziosi che denigrano il premier… Andiamo a vedere cosa succede in una regione dove governano i buoni: ad esempio il Veneto.

Come falsificare la Storia e distruggere un tessuto civile: il caso Veneto
di Roberto Plevano

Partiamo dai programmi di Storia: davvero le foibe non sono mai esistite?

I programmi di storia dell’ultimo anno delle scuole superiori comprendono i drammi e gli interrogativi del confine orientale nel Novecento: la tragedia delle foibe e dell’espatrio di tanti Giuliani, checché ne dica Mario Giordano (il Giornale del 28 febbraio 2011, lo stesso numero che offre ai suoi lettori il “testamento politico” di Mussolini).

E le foibe? Mai esistite… Basta sfogliare i manuali su cui studiano abitualmente i nostri ragazzi…: questo scrive tra l’altro Giordano tra una spiritosaggine e l’altra, senza citare uno straccio di testo, tanto ormai si può dire di tutto e impunemente; il mestiere del “giornalista” Giordano, a differenza di quello degli storici che scrivono i manuali, prescinde dall’accertamento dei fatti – che tristezza. Spero che almeno si sia d’accordo sul principio che può esserci confronto tra differenti idee o posizioni politiche, ma le balle sono balle e basta, sulle bugie non c’è né ci può essere discussione.

La legge n. 92/2004 e il Giorno del ricordo

La legge n. 92 del 30 marzo 2004 istituisce un riconoscimento ufficiale del 10 febbraio quale “Giorno del ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. La data prescelta è quella della firma nel 1947 del Trattato di pace che prevedeva la cessione alla Jugoslavia della maggior parte della Venezia Giulia, ad esclusione di parti della provincia di Gorizia, Istria, golfo di Fiume, isole del golfo del Quarnaro, la cittadina di Zara, e l’istituzione di Trieste e provincia come territorio libero indipendente.

Comunque la si pensi sull’opportunità, storica, civile, politica, soprattutto morale, di stabilire per legge una ricorrenza di ricordo di fatti collettivi drammatici, dai crimini perpetrati e subiti all’esodo forzato di tanta parte della popolazione di lingua italiana della Venezia Giulia destinata entro i confini dello stato jugoslavo, è bene ricordare che il “Giorno del ricordo“ fu fissato sulla data di un trattato di pace, il che indica una certa volontà di chiudere le questioni storiche aperte, e semmai di consolidare una memoria condivisa. Non fu fissato infatti sulla data delle prime violenze contro cittadini italiani in Istria (tra il 18 e il 30 settembre ’43), né su quella dell’ingresso in Trieste delle milizie partigiane slovene del IX Corpus (1 maggio ’45, a cui seguirono quaranta giorni di terrore nei territori di Trieste e Gorizia). E nemmeno sulle date che scandiscono il dramma delle vittime dell’espatrio, all’incirca il 90% degli originari residenti italiani della Venezia Giulia divenuta jugoslava.

I costi umani sul confine orientale tra il ’43 e il ’45 sono spaventosi

Più di 5000 scomparsi nel ’43 e nel ‘45, duecentomila profughi. Questi i numeri nudi e crudi, ben noti a tutti coloro che abbiano preso in mano qualche seria opera di ricostruzione storica dei, e riflessione sui, fatti. Senza alcuna pretesa di completezza, segnaliamo i seguenti tra i più recenti studi:

  • Fascismo, foibe, esodo. Le tragedie del confine orientale. Atti del Convegno organizzato dall’Associazione nazionale ex deportati politici e dalla Fondazione Memoria della Deportazione a conclusione del XIII Congresso dell’ANED tenuto all’interno della Risiera di San Sabba. Trieste – Teatro Miela, 23 settembre 2004. (disponibile online qui)

  • Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, Rizzoli 2006.

  • Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, Il Mulino 2007.

Questi del confine orientale tra il ’43 e il ’45 sono numeri spaventosi, che danno un senso preciso all’espressione tragedia degli italiani del testo di legge. Sono comunque numeri che uno storico ha il dovere di considerare nel contesto dei contrasti e delle tensioni nazionali europee della prima metà del ‘900 e del più grande conflitto mai visto nella storia dell’umanità.

Per dare spessore alla complessa vicenda del confine orientale è necessario ricordare tantissimi altri fenomeni, a partire dal precipitare dei nazionalismi in Europa e di riflesso nei Balcani, e fatti come, per esempio, l’incendio ad opera di squadre fasciste della Narodni Dom, la sede del teatro e delle associazioni slovene in Trieste il 13 luglio 1920 (le squadre erano guidate dall’allora segretario del Fascio a Trieste Francesco Giunta, poi accusato dalla Jugoslavia di crimini di guerra e la cui estradizione fu negata dalla Stato italiano nel 1946); o anche le rappresaglie dell’esercito tedesco dopo la rioccupazione nazifascista dell’Istria, in cui quasi quattromila “banditi” vennero uccisi tra il primo e il 7 ottobre 1943.

Fatti noti (a chiunque abbia la pazienza di informarsi), cose ovvie (per chiunque abbia contezza del metodo necessario per studiare e comprendere il passato). Piuttosto, va osservato che con l’ufficializzazione della “Giorno del ricordo“ tutta la questione del confine orientale ha ricevuto nuova attenzione e studio, in parte grazie all’apertura degli archivi in Slovenia e Croazia.

Molto lavoro resta da fare per non limitarsi alla mera narrazione dei fatti e arrivare alla conoscenza e concatenazione delle cause prossime e remote, alla ricostruzione delle vicende civili e politiche delle comunità italiane autoctone lungo l’Adriatico orientale, e della presenza slovena, tedesca e croata nella Venezia Giulia, e ai rapporti tra il primo e il secondo conflitto mondiale nella vita di queste comunità.

Un esempio di virtuosi rapporti tra istituzioni, associazioni, scuole e docenti

Un po’ per necessità di aggiornamento, un po’ per approfondire lo status quaestionis, un po’ per esigenze didattiche, dedico un paio di pomeriggi al Corso di formazione docenti Fascismo foibe esodo. La tragedia del confine nord-orientale, organizzato nella mia città, in occasione del “Giorno del Ricordo” 2011, da ANPI e ISTREVI (Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Vicenza), in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale per il Veneto Direzione Generale / Uffìcio XIII – Ufficio Scolastico di Vicenza.

Il corso è una miniera di materiali e informazioni, sono due giornate interessantissime, le relazioni complete, equilibrate, soprattutto molto competenti. Molti docenti della provincia vi partecipano. La responsabilità organizzativa e finanziaria è a carico di ANPI e ISTREVI (è bene ricordarlo in questi tempi in cui le amministrazioni scolastiche lesinano i fondi perfino sui 10 euro di rimborso taxi di conferenzieri da esse stesse invitati).

Così come è stata a carico dell’ANPI (Comitato Provinciale di Vicenza) la redazione e la pubblicazione di un opuscolo di 32 fitte pagine, “Il problema del confine orientale italiano nel Novecento” (disponibile online qui), che espone in sintesi gli eventi, i problemi e i drammi del confine orientale alla luce della ricerca più recente, allo scopo di diffondere la conoscenza e il significato del “Giorno del ricordo“. Chiunque può rendersi conto di persona della serietà e qualità di questo lavoro, riconosciute d’altra parte anche dalla Giunta della Regione Veneto, che ha concesso per l’opera un finanziamento di 7000 Euro con delibera del 2 novembre 2010.

Tutto questo delinea un quadro complessivo di virtuosi rapporti tra istituti di ricerca, associazioni e istituzioni da un lato, e scuola e docenti dall’altro. Nel rispetto della lettera e dello spirito della legge n. 92 del 30 marzo 2004, con la quale il legislatore intendeconservare e rinnovare la memoria”, che agli atti pratici significa per il docente di storia fare bene il suo lavoro, cioè assicurare la trasmissione di una qualche autentica conoscenza del passato.

Arriva l’assessore Donazzan: come distruggere un tessuto civile

Un tessuto civile è fatto anche di queste cose, ed è tessuto fragile, difficile da costruire, facile da distruggere. Si può contribuire a distruggerlo indicendo il 10 febbraio una conferenza stampa a Venezia in palazzo Ferro-Fini, sede della Consiglio regionale Veneto, nel corso della quale conferenza Elena Donazzan, assessore regionale all’istruzione, Piergiorgio Cortelazzo, vicecapogruppo PdL in consiglio veneto, Federico Cleva (Comitato 10 febbraio) e Silvio Giovine (Giovane Italia), denunciano «iniziative di dubbia valenza storica realizzate con finanziamento pubblico e circolanti nelle scuole». Donazzan aggiunge:

«E’ incredibile: né una legge dello Stato (che introduce il giorno della memoria) e neppure una riforma della scuola sono bastate a rimuovere la cortina di silenzio e di omissioni su una tragedia italiana a lungo negata».

Secondo l’assessore, l’ANPI tratterebbe l’argomento secondo un taglio fazioso e inaccettabile:

«All’ANPI, l’anno scorso, una delibera della giunta regionale ha assegnato 50 mila euro di contributi per attività storico-culturali nelle scuole. Nell’occasione io espressi voto contrario. Ora intendiamo verificare come sono stati impiegati questi fondi».

Il giorno seguente le rimostranze di questa componente del Partito delle Libertà trovano eco ne Il Giornale di Vicenza. Tra l’altro, in ossequio al nome della formazione politica a cui i rimostranti aderiscono, ci sono affermazioni interessanti riguardo la libertà di insegnamento dei docenti, proprio quella assicurata nella Costituzione (art. 33, comma 1) e in seguito principio accolto nel testo dell’art. 1 del D.Lgs. 16 aprile 1994, n. 297 (Testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione valido per le scuole di ogni ordine e grado), che sancisce:

… la libertà d’insegnamento è intesa come autonomia didattica e come libera espressione culturale del docente… ed è diretta a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni“.

Dice dunque Elena Donazzan che in merito al dramma delle foibe,

«le cose non vanno ancora come dovrebbero», lamentando «lo scarso impegno da parte di molti insegnanti nel celebrare la giornata facendo conoscere ai propri allievi questi drammi della storia contemporanea».

Il mancato impegno è per Donazzan il “sottoutilizzo, a suo dire («è stato in molti casi praticamente fatto sparire»), di materiale preparato dalla Regione Veneto tre anni fa (per inciso, nella mia scuola quel materiale è stato usato, il che non ha voluto dire sbattere gli studenti per 60 minuti davanti a uno schermo e intanto andarsi a bere un caffè. Un insegnante decide secondo coscienza che cosa insegnare e come farlo). Per ovviare a questo “scarso impegno”, secondo Elena Donazzan con gli insegnanti, inadempienti «chiaramente per pregiudizi ideologici», bisogna usare il bastone: lei stessa «cercherà di individuarli per segnalarli all’Ufficio scolastico regionale». In Italia queste affermazioni si chiamano minacce, dirette contro un diritto riconosciuto dalla Costituzione.

C’è di più. I rimostranti del PdL denunciano

«un grave episodio di falsificazione della storia… l’opuscolo… redatto dal Comitato provinciale dell’ANPI di Vicenza, zeppo di falsi storici e di omissioni sugli orrori perpetrati dai partigiani comunisti titini. L’impressione che si trae è che si sia voluto tracciare un quadro falsato degli avvenimenti allo scopo di giustificare operazioni di pulizia etnica come le foibe le cui vittime furono almeno 12 mila e non 4500 tra italiani e sloveni come è scritto nel testo dell’ANPI e come la cacciata degli italiani per far posto agli slavi».

Che dire? È bene guardarsi da chi giocherella con disinvoltura con i numeri, con i numeri degli scomparsi e morti ammazzati. Qui non è questione di differenti credo politici, di destra o di sinistra. Ci si potrebbe domandare che se davvero costoro, i rimostranti, sono interessati alla conoscenza della storia della Venezia Giulia, perché allora dovrebbero screditare e denigrare la ricerca storica più aggiornata? Temo che risposta a questo non ci sia. È invece questione dell’elementare decenza, morale prima ancora che intellettuale, che detta di dire la verità, rispettare i morti e la loro memoria.

Le tragedie della Storia e le faziosità di funzionari pubblici

Degli italiani gettati dai comunisti slavi nelle foibe e fatti scomparire si può commettere oggi un secondo assassinio, che è quello della memoria, a partire dalla pedestre strumentalizzazione dei fatti del confine orientale, a partire dal gettare alle ortiche la seria, faticosa, paziente, sofferta indagine storica, spesso condotta da figli di quella terra, e definirla come una falsità di parte.

Si accusano allora gli storici onesti di diffondere volute falsità, di “giustificare” i crimini della Venezia Giulia del ’43 e ’45, e quindi di essere conniventi e in sostanziale complicità. E lo si fa in qualità di funzionari pubblici, di assessori regionali, che “ricevono dal Presidente della Giunta le deleghe corrispondenti alle diverse funzioni esecutive relative ai compiti della Regione, cui la Giunta regionale è preposta”, secondo lo statuto della Regione Veneto.

Posizioni come quello espresse dai rimostranti pongono insomma anche un problema politico di congruenza con gli atti stessi della Giunta regionale. Proseguono gli esponenti PdL:

«Chiediamo alla Regione Veneto che ha finanziato questo libretto di fare un mea culpa e di chiedere spiegazioni all’ANPI», dal momento che Donazzan ha «votato contro (la delibera del 2 novembre 2010) ritenendo l’ANPI un’associazione di parte e, quindi, non qualificata per affrontare temi così importanti della nostra storia contemporanea».

A cercare di capire, bisognerebbe stabilire quale “parte” sia quella riservata all’ANPI. Quella degli infoibatori, parrebbe. O forse qui si vuole dire che una ricerca storica completa deve comprendere la versione delle vittime inseme a quella dei carnefici: com’è che i manuali di storia non includono l’apologia del fascismo accanto alla ricostruzione del delitto Matteotti? Capitoli del Mein Kampf sulle pagine dedicate alla Shoa? Simpatetici ritrattini di Beria nella discussione del massacro di Katyn e il sistema dei gulag? Dichiarazioni di esponenti di Al Qaeda nelle cronache par condicio sull’uccisione di Bin Laden?

Il vicecapogruppo Cortelazzo aggiunge un grottesco paragone, rivelatore degli standard culturali a cui si vorrebbe conformare la discussione sulla storia italiana: che l’ANPI si occupi di storia del confine orientale «sarebbe come affidare ai tifosi del Milan la campagna abbonamenti per l’Inter».

Come minare alla base l’intero percorso di istruzione

Io non credo che uscite come questa dei rimostranti PdL siano da accantonare con una scrollata di spalle, limitandosi a rilevarne assurdità e controsensi. È già difficile istillare nelle nostre classi il senso storico degli eventi, l’idea che davvero siamo prodotti delle azioni e dei movimenti e dei propositi degli esseri umani venuti prima di noi, il rispetto del e per il passato.

Proprio quando si cerca di costruire un discorso approfondito sul giudizio e la responsabilità storica, sullo stato, sulla nazione italiana, al termine di un curriculum di scuola superiore, gli studenti sono esposti a prese di posizione, non in discorsi da bar ma espresse ufficialmente da personalità pubbliche, che di fatto minano alla base l’intero percorso di istruzione e di formazione dei cittadini di una moderna comunità nazionale.

Oggi questo accade sulle vicende del confine orientale, e anche sul Risorgimento, sul tema della Resistenza, sulla Costituzione, attraverso polemiche che nulla hanno di documentato o meditato, ma sono solo l’agitare scomposto di dispute e provocazioni interessate e strumentali, e il dispiegarsi di un’unica, generale, damnatio memoriae dei momenti definitori della nostra comunità nazionale. La verità, la storia sono le prime vittime di questo cattivo costume.

Colpire l’insegnamento e quanto rimane di un comune sentire civile

Questo clima di polemiche pretestuose ha inoltre effetto su quello che dovrebbe essere un diritto tutelato in ogni sede: la libertà di insegnamento (che è correlato inseparabile della libertà di apprendimento). Va da sé che sapere che gran parte del programma di Storia e di Educazione civica, e l’insieme della scuola pubblica e di chi ci lavora, è sottoposta da amministratori e funzionari pubblici, nell’esercizio delle loro funzioni, a plateali messe in stato d’accusa prive di alcun fondamento, a torrenti di fango, a costante diffamazione, impedisce la serenità di insegnamento. C’è un permanente, pervasivo condizionamento che degrada la qualità della vita nelle scuole.

E soffoca quanto rimane di un comune sentire civile. Secondo l’Assessore veneto Donazzan, l’antifascismo non è e non può essere considerato un valore.

a partire da ciò che accadde in nome dell’antifascismo, in particolare durante quel periodo che ancora in troppi, compresi coloro che hanno votato questa legge, si ostinano a non chiamare con il giusto nome: Guerra Civile. Eccidi, giustizia sommaria, delitti, violenze, persecuzioni a cui la storiografia ufficiale non ha mai dato dignità né ospitalità. Questa è parte dell’eredità lasciataci dalla resistenza, a cui la retorica resistenziale impedisce qualsiasi forma di ufficialità”.
(Stile italiano, mensile della Giovane Italia di Vicenza, Dicembre 2010/Numero 7, seconda di copertina)

Ora, della Costituzione è sufficiente scorrere i primi tre articoli (non ancora abrogati, a mia conoscenza) per comprendere che il documento fondativo dello Stato italiano è per essenza antifascista. Anche un bambino lo capirebbe, meglio forse di certi adulti. Questo può piacere o no, ma è un fatto facilmente verificabile, quindi ciò che l’editoriale sostiene è semplicemente falso storico.

Sull’eredità della Resistenza le bugie continuano

In merito all’“eredità” della Resistenza, le bugie continuano: basti dire che una delle opere più obbiettive ed equilibrate – e soprattutto conosciute — sul periodo resistenziale è Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza di Claudio Pavone, che fin dal titolo contraddice l’editoriale e l’insensata affermazione sulla “storiografia ufficiale”, nota evidentemente a Donazzan sola.

Questa “storiografia ufficiale” sarebbe figlia di un’ideologia (non si dice marxista-comunista-leninista-stalinista-gramsciana-togliattiana ecc.., ma si intende in modo trasparente questa brutta roba da cui l’Italia deve essere ripulita), e anziché ricercare

le storie che abbiamo conosciuto in famiglia, nelle nostre comunità là dove la verità si dispiega con la vita stessa, ha rimosso tutte le colpe ed i colpevoli, ha assolto in via definitiva l’antifascismo e la resistenza, che celebra eroi le cui gesta farebbero vergognare chiunque, che ha scritto le pagine della storiografia ufficiale”.

Giampaolo Pansa, ecco la ricerca storica che piace all’Assessore

Ciò che invece l’Assessore Donazzan vuole spacciare per storia è un’altra cosa

proprio ora che i libri più letti in Italia sono quelli di Giampaolo Pansa, che anche la ricerca storica sta operando per far emergere le pagine strappate della storia d’Italia, che timidamente si sta dicendo che la “barbarie” non era esclusiva di una parte“.

Ora, mettiamoci nei panni di un insegnante di Storia che debba portare le sue quinte alla maturità. Può questo (o questa) insegnante segnalare le recenti opere di Pansa come materiale di studio? Certo, come altre opere di inchiesta e narrativa, che è un campo sterminato. Può raccomandarle come opere di ricostruzione storica? Assolutamente no, perché non c’è accertamento delle fonti, ricognizione documentale, e tutto il corredo necessario alla trattazione storica. Pansa questo lo dichiara apertamente, tra l’altro. Se si confondono questi due piani, non si è capito che cos’è la Storia e il suo studio, e allora non si dovrebbero scrivere editoriali su quello che non si conosce. Oppure si è manifestamente in malafede.

C’è veramente da chiedersi perché proclamare di difendere “l’onore d’Italia, di chi ha combattuto credendo in un ideale, di chi, pur sapendo che avrebbe perso tutto, non ha tradito un giuramento, un impegno, una scelta” (aggiungiamoci anche di chi ha combattuto perché altrimenti sarebbe stato deportato o fucilato, lui e la sua famiglia, com’era prassi per i renitenti alla leva obbligatoria della RSI) sia nei fatti un occultamento della verità, della quale si diceva invece una volta che essa sola fa onore. Per tacere di ogni altra considerazione sulle “parti” in guerra in Italia durante il conflitto 40-45. Non si può sostenere che “in guerra civile non c’è parte giusta o parte sbagliata” (altro commento dell’Assessore in occasione del 25 Aprile 2011): nel luglio 1943 la grande maggioranza degli Italiani sapeva bene quale fosse la parte sbagliata. Giova ripeterlo, non è qui una questione di destra o sinistra.

È invece in questione la misura necessaria delle parole di chi parla ricoprendo un ruolo pubblico. E il rapporto tra cittadini e funzionari pubblici.

Quali considerazioni? Mi pare un episodio emblematico del fatto che gli spazi di discussione, di critica, che sono il sale di ogni occupazione intellettuale, sono stati in questi anni progressivamente limitati dal clima di rabbiosa revisione dei principi del nostro vivere civile comune di nazione. Questa revisione, al di là dell’effettivo successo nel sostituire alla complessità del divenire storico una narrazione caricaturale, artefatta, semplificata all’estremo, dei fatti, produce però un effetto di “silenziamento” di chi ha gli strumenti culturali per comprendere la revisione in atto, e la responsabilità istituzionale, a tutti i livelli, di denunciarla.

Costruire una rappresentazione della realtà lontana dal vero accertato è lavoro non di storici, non di una classe politica responsabile, ma di altra genia di persone. Chi fa tale operazione, va da sé, non può avere l’autorevolezza (a prescindere dai titoli) per coprire alti incarichi pubblici, di dirigenza o indirizzo del settore dell’istruzione.

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Materiali

In un clima politico acceso da accuse sugli insegnanti che “inculcano” nozioni non gradite a figure governative, l’Assessore Elena Donazzan si è resa protagonista di personalissime interpretazioni storiche.

Ha difeso i giovani del PdL della Giovane Italia che festeggiavano il 25 Aprile con saluti romani e bandiera della RSI, cosa che, al di là della fattispecie di reato, denota una certa confusione cronologica. In ogni caso l’Assessore ha sempre denunciato l’antifascismo come disvalore e causa di terrorismo (vedi qui).

Qui, e qui le sue posizioni sulla necessaria bonifica di libri e autori indesiderabili (degenerati?) nelle biblioteche venete.
I Centri di Formazione Professionale gestiti dalle Province vanno chiusi, secondo lei, per evitare la nuova società cosmopolita ed integrata.
Nelle scuole italiane l’insegnamento della religione deve tornare a essere obbligatorio ed è necessario inserire un numero chiuso, per la presenza di bambini extracomunitari. Il tema della religione a scuola è una costante preoccupazione per l’Assessore.

Nel novembre 2009 alcune scuole vicentine ricevono un opuscolo di 44 pagine intitolato “Europa: unita, libera, forte. 1989/2009”, introdotta dai saluti del’on. Elena Donazzan. L’opuscolo, finanziato dalla Regione Veneto con ben 15000 Euro, è un approssimativo e pedestre copia-incolla di

«fonti eterogenee: wikipedia e un sito turistico sulla Germania, la recensione di un saggio di Sergio Romano e gli interventi di un’onorevole Pdl ai convegni di Azione Giovani, siti di estrema destra. Il tutto condito con un corredo fotografico in cui le croci celtiche vengono presentate come simbolo della spiritualità irlandese».

L’intera imbarazzantissima faccenda, che ha lasciato strascichi legali di violazione di diritti d’autore, è riassunta qui. Scoperto il pasticcio, secondo l’assessore regionale la colpa è del PD, che ha sollevato la cosa per strumentalismi elettorali, mentre l’appunto che lei stessa si sente di fare è che «L’unico errore è stato non inserire la bibliografia. Capirai che errore…».

Un comunicato stampa che è un manifesto dell’Assessore, uno straordinario documento che apre squarci sul suo pensiero, si può leggere nel suo sito personale in data 9 febbraio 2011, in preventivo commento alle manifestazioni “Se non ora quando” (vedi qui).

Tutto potevamo aspettarci, ma che le sessantottine che inneggiavano all’ “utero è mio e me lo gestisco io”, oggi scendano in piazza trasformate in vestali benpensanti, pronte a dispensare predicozzi bon-ton… Beh! scusate, ma c’è qualcosa che non torna…
Che fine avranno fatto le “famiglie allargate delle comuni”? Allargate non di certo alla solidarietà, ma a quella elucubrata, forte volontà di autodeterminare i propri sentimenti, che nulla era se non una innocente ammucchiata, senza morale, nè misura, tra spinelli comuni (quelli sì) e the all’LSD.

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L’occhio del lupo
Chi l’azzecca vince un premio

Il governo Berlusconi anni fa partorì un libretto sull’Aids pensato apposta per le scuole. Vi profuse alacre e sottilissimo impegno il duo delle meraviglie Sirchia-Moratti, ministri rispettivamente della Sanità e dell’Istruzione – due giganti, va detto. Fra le altre cose il manualetto etico conteneva perle di questo tipo: “L’unico modo per proteggerti davvero è non avere rapporti sessuali“. Oppure: “Che cosa puoi aspettarti da una relazione nata per caso, magari in discoteca?
Il finale della storia (e della nota) è facile: per questo, chi nei commenti azzecca il migliore, vince un premio.

(michele lupo)

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La settimana scolastica

Il tema del precariato si impone in questa settimana scolastica ed è arrivato nelle case degli italiani grazie all’intervento del docente precario Giacomo Russo nella trasmissione televisiva Anno Zero.

Ma tornando alla cronaca, la settimana ha visto discutere da una parte sulla decisione del Governo di consentire nuovamente lo spostamento di provincia ai precari: una sola a scelta del supplente. Il decreto Sviluppo approvato dal Consiglio dei ministri il 5 maggio prevede infatti che

“Dall’anno scolastico 2011/2012 l’aggiornamento delle graduatorie ad esaurimento è effettuato con cadenza triennale e con possibilità di trasferimento in un’unica provincia”.

Questo per rispondere alla sentenza della Corte Costituzionale, che ha decretato illegittima la norma introdotta dal ministro Gelmini che prescriveva per i precari che si spostavano di provincia l’inserimento in coda alle graduatorie, anziché in base al loro reale punteggio.

Inoltre per “garantire la continuità didattica, a decorrere dal prossimo anno scolastico 2011/2012, è previsto che i nuovi docenti immessi in ruolo” possano spostarsi solo dopo 5 anni. Sarà inoltre prorogato il decreto salva-precari che dà ai precari che perdono la supplenza la precedenza sulle supplenze temporanee.

La discussione è dovuta al fatto che questa norma, se da una parte è una vittoria per i precari che non si vedono discriminati passando da una provincia all’altra, come sostenuto dall’Anief che si è fatta promotrice di ricorsi, dall’altra scontenta i precari che nella loro provincia temono di vedersi scavalcati da precari provenienti da altra provincia con un punteggio superiore.

I sindacati e varie organizzazioni di precari, consapevoli della complessità del fenomeno, chiedevano immissioni in ruolo su tutti i posti vacanti. E qui si apre un altro fronte di discussione.

Il Governo con il decreto prevede anche un Piano triennale di immissioni in ruolo a tempo indeterminato di docenti e Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari) “su tutti i posti disponibili e vacanti in ciascun anno“. Quest’anno i posti vacanti sono 67.000: 30.000 docenti e 37.000 Ata.

Il piano di assorbimento del precariato sembra poco credibile, dal momento che il numero di 67.000 comprensivo di docenti e Ata non risolverebbe il problema; inoltre i tempi finora previsti per l’immissione in ruolo dei docenti inseriti nelle graduatorie a esaurimento erano stimati in 7 anni.

Quali gli altri motivi di critica al decreto? Il fatto che i commi 19 e 20 dell’art. 9 di esso permetteranno di aggirare ogni possibile ricorso, passato e futuro, per la stabilizzazione a tempo indeterminato dopo tre anni di servizio o anche solo per maturare anzianità di servizio prima del ruolo e per esigere quindi un qualsiasi risarcimento

Soprattutto preoccupa questo: che nel triennio si faranno assunzioni a tempo indeterminato “su tutti i posti disponibili e vacanti in ciascun anno” si dice solo nel comunicato del Governo; in realtà nel decreto si dice solo che, per permettere una migliore pianificazione degli organici annuali, il Miur definirà, di concerto con Tremonti e Brunetta, un piano triennale di assunzioni a tempo indeterminato; tuttavia tale piano sarà rimodulato annualmente e sarà comunque soggetto all’autorizzazione preventiva di Tremonti.

Insomma, in concreto in questo Decreto non si dice nulla di nuovo rispetto a quanto già in essere. Di “inganno delle assunzioni” e di “propaganda elettorale” parla Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd. “Sono un numero irrisorio e sono un terzo dei pensionamenti annuali” denuncia la senatrice del Pd Mariangela Bastico. Sul tema vedi anche qui e qui.

Intanto il Tavolo Regionale toscano per la difesa della scuola statale e l’Associazione Nazionale Per la scuola della Repubblica propongono un nuovo ricorso collettivo al Tar del Lazio contro la CM 21 del 14/03/11 “Organici per il 2011/12“.

La precarietà e il lavoro sono tra i temi alla base dello sciopero generale indetto dalla Cgil che si è svolto il 6 maggio, con una percentuale di partecipazioni vicina al 60%.

Passando all’università: sempre lo stesso decreto Sviluppo istituisce per gli studenti universitari un Fondo per il merito:

la costituzione di un Fondo per il merito, come fondazione pubblico-privata in cui far affluire fondi pubblici e capitali privati per erogare prestiti di onore agli universitari che, nei casi di eccellenza, si trasformano in vere e proprie borse di studio“.

Per la ricerca è in arrivo infine il “credito di imposta a favore delle imprese che finanziano progetti di ricerca in università o enti di ricerca“.

Per la normale amministrazione segnaliamo la mancanza di dirigenti tecnici e ispettori. Il caso più eclatante è il Veneto: 19 posti vacanti su 19, nessun ispettore. In Abruzzo sono vacanti 8 posti su 10, in Basilicata 5 su 7, in Emilia Romagna 18 su 21, in Friuli Venezia Giulia 9 su 11, in Lombardia 24 su 29, in Molise 5 su 7, in Piemonte 18 su 20, in Puglia 14 su 16, in Sardegna 9 su 11.

Invece buone notizie per il Cepu, che vola sempre più in alto, questa volta nel vero senso della parola: sarebbero prossimi corsi del Cepu per pilota di linea, commerciale e privato, con lezioni teoriche on line. E con parecchie preoccupazioni sul tema della sicurezza.

E a proposito di scuole private, anche la Regione Lazio come la Regione Lombardia propone di dare fondi alle famiglie per l’iscrizione dei figli in istituti privati. Bonus per chi si iscrive alle scuole private che il presidente del consiglio Silvio Berlusconi vorrebbe estendere a tutta Italia come rimedio ai professori “comunisti” delle scuole pubbliche.

Chiudiamo con le prove Invalsi, che dal 10 al 13 maggio interesseranno le scuole italiane. Si segnalaziono nuove prese di posizione di docenti. Proteste anche da parte di docenti di sostegno per il fatto che “Le prove personalizzate (quali sono quelle degli alunni disabili, ndr) non devono essere inviate all’Invalsi, né, tantomeno, i dati a esse relativi”. Inoltre ci sono mamme che il giorno delle prove non manderanno i figli a scuola. In molte città gli studenti delle superiori che usciranno dalle classi dove si dovessero svolgere le prove o consegneranno in bianco i materiali.

Infine il Miur ha ammesso con la Nota 2792 del 20 aprile che ogni decisione sulle prove Invalsi deve essere deliberata dal Collegio docenti. Anche gli ispettori ministeriali ammettono che “bisogna riconoscere, purtroppo, che, allo stato, manca un ‘fondamento normativo’ certo e univoco che obblighi la singola scuola.

Una segnalazione: si avvicinano gli “Stati Generali della Conoscenza“, che si svolgeranno il 17 e 18 maggio 2011, “con l’obiettivo di definire proposte di rilancio e innovazione dei sistemi di istruzione, formazione e ricerca“.

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Il decreto Brunetta qui.

Il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Un manuale di resistenza alla scuola della Gelmini qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Spazi in rete sulla scuola qui.

 

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Alessandro Cartoni, Michele Lupo, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Lucia Tosi)

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