“Virgilio” di Roma, Indelicato (FdI-AN): scuola governata da studenti, perché autorità preposte depotenziate

di redazione
ipsef

item-thumbnail

comunicato Alfonso Indelicato (FdI – AN ) – La pubblica denuncia della Preside del Liceo Virgilio di Roma indigna ma certamente non stupisce. Che nel liceo un gruppo di studenti abbiano instaurato un “clima omertoso” – come ella dichiara – e che dunque siano sostanzialmente i padroni della scuola, è un evento assolutamente normale, di quella anormale normalità che caratterizza la nostra istituzione scolastica. E il nome di “collettivo” che sembra accomunare i membri di questo “regime segreto” sembra più un nom de plume che un qualcosa di evocativo delle lotte dei padri nei loro anni ruggenti, quelli in cui i ricchi giocavano ai paladini dei poveri.

Il fatto è che l’autorità, come la natura, è affetta dall’ “horror vacui”. Se le autorità istituzionalmente preposte a governare la scuola rinunciano a tale esercizio, qualcuno ad esse dovrà subentrare. Ed è comprensibile che in un liceo di élite (per quello che il termine può significare in questo mondo alla rovescia) come il Virgilio, i più titolati al subentro siano gli studenti.

Questa violenza che marca il territorio viene del resto esercitata in altri ordini di scuole con altri mezzi. Si tratta di mezzi più elementari e plateali: insulti, gesti di sfida e aggressioni agli insegnanti. Le cronache sono piene di questi episodi. Ma la jeunesse dorée del Virgilio, come di altri licei “bene”, non ha bisogno di tanto. Studenti callidi e azzimati, preside e insegnanti se li mangiano in un sol boccone con più raffinati strumenti. Lingua svelta, spalle coperte, avvocati di grido pagati da papà, sono in grado di incutere soggezione a chi dovrebbe incutere rispetto in nome della propria cultura e di un riconoscimento sociale consolidato, nonché di una condizione professionale che degli insegnanti riconosca le prerogative, li tuteli e li garantisca.

Ora tutto questo non c’è: la condizione dell’insegnante può essere vagamente paragonata a quella degli istitutori del ‘700 che si occupavano dei figlioli delle famiglie nobili e ricche, soggetti al capriccio della Duchessa Serbelloni di turno, con lo svantaggio, per gli odierni insegnanti, che gli istitutori erano quasi tutti religiosi, e godevano del rispetto che gli si doveva di conseguenza.

Ancora una volta si pone il problema della qualificazione professionale di una categoria le cui mansioni sono sempre più burocratizzate e gestite in un contesto di natura aziendalistica che non valorizza la loro funzione ma la soffoca. Il problema di un riconoscimento che non c’è, e di una retribuzione che di per se stessa scoraggia il docente che volesse prendere di petto certe situazioni, col rischio di un processo, per lui insopportabilmente oneroso, intentato da genitori che possono permettersi un intero collegio di avvocati.
Meglio allora rifugiarsi nel celebre “tengo famiglia” che secondo Leo Longanesi dovrebbe essere stampato sul nostro tricolore, e voltare la testa dall’altra parte, o nel tablet che gestisce il registro elettronico.

Versione stampabile
Argomenti:
anief anief voglioinsegnare