Violenza su docenti, tutta colpa di genitori e studenti? L’ombra della costituzione parte civile

di Cinzia Olivieri
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Tra i primi argomenti trattati dal Ministro Bussetti nel corso dell’audizione dell’11 luglio sulle linee programmatiche del dicastero “la rottura del patto formativo scuola-famiglia”, conseguenza in particolare “del clima generale di impoverimento culturale”.

La “rottura” del “patto educativo”

L’utilizzo del termine “rottura” fa pensare a qualcosa di definitivo ed irrimediabile, ad un danneggiamento talmente grave da rendere quello strumento del tutto inservibile. Il che appare coerente alla ribadita intenzione di “verificare e valutare … la possibilità che il Ministero si costituisca parte civile nei procedimenti penali che abbiano ad oggetto episodi di violenza o anche di semplice minaccia posti in essere da studenti o dai loro genitori parenti nei confronti di docenti, dei dirigenti o del personale ausiliario”.

Per l’effetto quindi tutte le responsabilità sembrano ricadere soltanto sui genitori/studenti, tanto da pretendere esplicitamente “che gli studenti e le loro famiglie abbiano nei confronti dell’istituzione scolastica e di tutte le sue componenti un atteggiamento di rispetto”. Eppure le cronache attestano una crisi reciproca e raccontano eventi che riguardano tutte le componenti. D’altra parte l’incidenza dei gravi episodi richiamati, sebbene amplificata dai media, è decisamente poco rilevante rispetto ai milioni di alunni che frequentano le nostre scuole. Basti pensare che alcuni dati riportano che solo la procedura per le iscrizioni on line al nuovo anno avrebbe riguardato 1.455.850 studentesse e studenti dalla primaria alla secondaria di secondo grado.

Il patto si è rotto per tutti o solo per chi ha mancato di rispetto?

Dalla partecipazione alla corresponsabilità

Storicamente, con l’istituzione degli organi collegiali a livello di circolo, di istituto, distrettuale, provinciale e nazionale al fine di “realizzare la partecipazione della gestione della scuola dando ad essa il carattere di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale”(Dpr 416/74 art. 1 e art. 3 comma 1 del Dlgs 297/94) è riconosciuto l’ingresso dei genitori nella scuola.

La soluzione normativa, com’è noto, ha costituito una scelta di metodo per superare il clima turbolento della seconda metà degli anni sessanta di “contestazione generale” (e non soltanto studentesca) ad ogni autorità.

Tanto non è servito tuttavia a cambiare la considerazione della famiglia, spesso avvertita piuttosto come un intralcio, specie in un confronto di tipo progettuale e operativo.

Del resto l’interesse dei genitori ha finito per concentrarsi di frequente su iniziative di critica ovvero di controllo, anche generalizzato, sull’operato della pubblica amministrazione (in particolare sull’utilizzo delle risorse), piuttosto che in un’attività propositiva e costruttiva, mentre resta sostanzialmente sulla carta il previo ascolto delle proposte e dei pareri di organismi ed associazioni dei genitori e degli studenti prima dell’elaborazione del P(T)OF (art. 3 Dpr 275/99).

Il Dpr 567/96, nel disciplinare le iniziative progettuali complementari e integrative promosse ed attivate dalle istituzioni scolastiche, potenzia e riconosce le opportunità soprattutto del comitato studentesco (ma praticamente ignora quello dei genitori), introduce i Forum delle associazioni di studenti e genitori e le sole Consulte provinciali degli studenti. Resta la carenza territoriale e non sono comprensibili le ragioni di tale disomogeneità, specie allorquando Bolzano ha costituito invece un sistema di rappresentanza equilibrato e collegato (LP 20/1995) ed anche la provincia autonoma di Trento ha istituito la consulta provinciale dei genitori (L 10/2016).

Con l’avvento dell’autonomia ed i poteri e funzioni riconosciuti alla nuova figura dirigenziale (in particolare dal Dlgs 165/01 art. 25), mai istituiti i nuovi organi collegiali territoriali, progressivamente privati di poteri, risorse e componenti quelli esistenti (non più rinnovati), senza adeguamento delle disposizioni del Testo Unico, è diventato quindi inevitabile chiedersi se servono ancora gli organi collegiali. Il problema non è semplicemente riconoscere la loro esistenza ma conferire funzioni che diano un senso alla partecipazione e ragione al tempo che vi si dedica (a prescindere dalla possibilità di godere di permessi retribuiti).

In tutte le recenti legislature sono stati presentati (ed anche discussi) progetti di riforma che prevedono una “riduzione” della rappresentanza, sia dal punto di vista delle competenze che degli organi e del numero dei rappresentanti. Anche attualmente risulta presentato il DDL S155 in VII Commissione Senato ed il PDL 697 in VII Commissione Camera (di cui ancora non si conosce il testo). Comunque una simile riforma sulla governance difficilmente può influire sulla gestione dei rapporti.

Il rapporto scuola famiglia

Sicuramente il rapporto scuola famiglia non ha tratto giovamento, tanto che la situazione contingente e le urgenze sociali conseguenti a ricorrenti fatti di cronaca, hanno determinato nel 2007 le modifiche al DPR 249/1998 introdotte con il DPR n. 235/07, che insieme ad un inasprimento del sistema sanzionatorio ha previsto il Patto educativo (art. 5-bis), che i genitori (e gli studenti) sono chiamati a sottoscrivere all’iscrizione, “finalizzato a definire in maniera dettagliata e condivisa diritti e doveri nel rapporto tra istituzione scolastica autonoma, studenti e famiglie”, nella pratica entrambi rimedi di scarsa efficacia dissuasiva e pedagogica. Nonostante le dichiarazioni di principio anziché il principio della corresponsabilità educativa tra famiglia e scuola spesso prevale il reciproco discarico delle responsabilità.

Può parlarsi di un patto esistente e condiviso per il solo fatto della sua previsione, elaborazione (non ampiamente condivisa) e mera sottoscrizione (formale o materiale) senza tuttavia costruire alcun reale percorso di corresponsabilità?

Dopo oltre quarant’anni dai decreti delegati non soltanto deve ribadirsi che difetta una cultura della partecipazione, che faccia del dialogo tra le parti (e non della semplice comunicazione) una prassi quotidiana, ma occorre chiedersi se tale partecipazione ancora interessi ovvero costituisca un valore da difendere. Intanto da decenni gli omnicomprensivi restano senza consigli di istituto e sono progressivamente praticamente scomparsi i vari coordinamenti, anche di comitati genitori e di presidenti, mentre giungono segnali contraddittori quali la proposta di introdurre telecamere nella scuola dell’infanzia a salvaguardia dei minori e nel contempo nei successivi ordini e gradi come deterrente invece alle aggressioni dei docenti; l’attesa di una pronuncia delle Giurisdizioni superiori in merito al pasto da casa, allorquando sarebbe bastato il buon senso; la necessità di una norma inserita in legge di bilancio per risolvere il problema delle liberatorie per l’uscita autonoma degli studenti infraquattordicenni (non imputabili) che tuttavia sono ritenuti poi sufficientemente responsabili e consapevoli da essere sanzionati con una bocciatura… ed ora il rapporto scuola famiglia si risolve nella costituzione di parte civile dell’amministrazione?!

Quale partecipazione

Il regolamento appena approvato  dal Consiglio del II Municipio di Roma riconosce ai genitori la possibilità di “Sistemare una tapparella di un’aula, curare il verde, aggiustare una serratura”, così dal prossimo anno scolastico “potranno contribuire a riqualificare gli istituti frequentati dai figli”. Insomma meglio manutentori che rappresentanti?

Da tempo si sono indagate le ragioni del “fallimento” partecipativo, si conosce lo stato dell’arte, ci si è profusi in svariate considerazioni e si sono proposte reiteratamente iniziative: formazione, informazione, incontri, collegamento. Ora forse però non basta più formare/informare soltanto rappresentanti che i genitori neanche riconoscono e votano…preferendo agire autonomamente e persino nei casi più gravi passare alle “vie di fatto”, ma occorrono azioni sistemiche.

Intanto appare esservi un rinnovato interesse per la partecipazione in quanto il DM 851/2017  nel definire i criteri ed i parametri per l’assegnazione delle risorse a valere sulle autorizzazioni di spesa di cui alla legge 440/1997, e 296/2006, anche in coerenza con la L 107/2015, ha individuato una serie di azioni da realizzare riferite a tre aree prioritarie: a) “Inclusione e successo formativo” b)  “Innovazioni a supporto dell’autonomia scolastica” c)  “Infrastrutture”. Per ciascuna di queste sono previsti numerosi piani di intervento per i quali sono stati regolarmente pubblicati altrettanti bandi. Tra le 21 ipotesi di intervento dell’area Inclusione è il Piano Nazionale per la Promozione della Partecipazione delle studentesse, degli studenti e dei genitori. Destinatarie della selezione le istituzioni scolastiche ed educative statali di ogni ordine e grado, singole o organizzate in reti di scuole, le quali ovviamente possono scegliere a quale iniziativa partecipare. È contemplata l’individuazione di scuole polo a livello nazionale e regionale.

A questa opportunità si aggiunge quella del decreto dipartimentale n.528 del 30-03-2018, che ha definito le regole e le modalità di assegnazione dei fondi finalizzati alla concessione dei contributi per promuovere la Partecipazione dei genitori e degli studenti alla vita scolastica per la realizzazione di attività inerenti la partecipazione, nonché di informazione e divulgazione di modelli innovativi, attraverso il coinvolgimento delle Associazioni Studentesche e dei Genitori maggiormente rappresentative, di cui al D.P.R. n. 301/2005.

Ebbene, tralasciando qualunque sterile critica, in un’ottica propositiva, giacché è da intendersi che auspicabilmente i primi interventi possano avviarsi da settembre e prima delle operazioni di rinnovo della rappresentanza, l’attuale situazione di emergenza, effetto soprattutto di un problema culturale, richiede evidentemente interventi strutturali e di ampia portata che favoriscano il maggiore coinvolgimento dei genitori, anche a prescindere dal loro ruolo specifico, oltre che di docenti e dirigenti, coordinando le azioni a livello regionale e nazionale. Peraltro è auspicabile superare controproducenti contrapposizioni in una realtà in cui sempre più in pochi appaiono interessati alla questione.

E se quel patto è rotto o mai esistito allora dovrebbe pensarsi ad uno nuovo davvero condiviso che la scuola costruisca con le famiglie, ad azioni sinergiche univoche sul piano nazionale e rispondenti altresì alle specifiche esigenze a livello regionale.

A chi scrive piace pensare che vi sia una parte non detta e non scritta di quella frase: Un nuovo patto per costruire un rinnovato modello partecipativo.

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