Cosa può fare un insegnante che subisce un’aggressione? I consigli dell’Avvocato

di Vincenzo Brancatisano
ipsef

item-thumbnail

“Non esiste più il bullismo, ora si deve parlare di reati veri e propri e di codice penale. Basta buonismo o si fa un danno ai ragazzi”.

L’avv. Maria Giovanna Musone rilancia la sua proposta di legge di modifica della Procedura penale minorile che abbassa a 12 anni l’età per l’imputabilità dei minori artefici di aggressioni e violenza. E avverte i docenti e i dirigenti: “Hanno l’obbligo di denunciare alunni e genitori quando commettono reati”.

E’ convinta che occorra dare finalmente un giro di vite al contrasto del fenomeno della violenza dei minori, che sempre più spesso si traduce in aggressioni nei confronti dei propri insegnanti, come dimostrano i fatti delle ultime ore, che si aggiungono a quelli degli ultimi giorni, a quelli delle ultime settimane e degli ultimi mesi.

Aggressioni che si uniscono alla violenza anche grave manifestata ormai quotidianamente contro gli insegnanti anche dai genitori, dai nonni, dai parenti di vario grado. Un’emergenza vera e propria che probabilmente sta sfuggendo di mano. Maria Giovanna Musone è docente di Diritto presso l’Itc “Levi” di Torino e avvocato del Foro della stessa città, proprio quella dov’è avvenuta una delle ultime aggressioni, e anche Responsabile Cultura dell’Apidge, l’Associazione Professionale Insegnanti di Scienze Giuridiche ed Economiche. Musone è firmataria, assieme all’avv. Camilla Sgambato di Santa Maria Capua Vetere, di un osteggiato progetto di legge di modifica della procedura penale minorile, con la quale si chiede di abbassare a 12 anni il limite di imputabilità dei minori.

Professoressa Musone, mi risponda intanto da avvocato: che cosa possono e devono fare i docenti di fronte ai singoli casi di violenza di cui sono vittime all’interno della propria scuola? E i dirigenti?

“Intanto il datore di lavoro e anche l’Ufficio scolastico provinciale e il Miur devono proteggere per legge la salute fisica e psichica, nonché la sicurezza dei lavoratori, e quando succedono queste cose ci sono dei reati sia da parte dei genitori, sia da parte dei ragazzi. Occorre denunciare anche per prevenire eventi simili che possano capitare in futuro. Questi fatti vanno sanzionati dalla magistratura”.

Il docente aggredito deve insomma rivolgersi alle forze dell’ordine con una denuncia…

“Ci vuole la denuncia dell’interessato ma anche da parte della scuola. Certo, dev’esserci un minimo di accertamento, poi però, quando la scuola sarà certa rispetto a quanto è successo, quando avrà raccolto informazioni sufficienti in merito alle aggressioni, dovrà denunciare. Del resto, se non ci fosse nulla di grave nel recente caso della professoressa disabile derisa in classe e alla quale gli alunni spostavano la cattedra dove si appoggiava, non si comprenderebbe il motivo di una sospensione addirittura per un mese di tutta la classe. Dopo di che, se dall’accertamento e dalle varie notizie raccolte si risale alla verità e ci sono dei reati occorre denunciare. La prima cosa che deve fare il docente è chiamare la polizia. Il docente è un pubblico ufficiale e il pubblico ufficiale è tenuto a denunciare. Se è vittima di un’aggressione dovrà andare al pronto soccorso e farsi fare subito dal dirigente una relazione di servizio dettagliata sui fatti avvenuti. Nell’immediatezza del fatto e con la certificazione del pronto soccorso metterà nell’angolo il dirigente che avesse eventualmente sottovalutato la cosa, anche perché è tenuto alla sicurezza dei lavoratori. E qualora ci fosse un minimo dubbio in merito alla rilevanza penale dei fatti dovrebbe avvisare la magistratura altrimenti ci sarebbe un’omissione. Non può non denunciare”.

Talvolta accade che docenti e dirigenti denuncino prontamente. Altre volte sono animati dal desiderio di proteggere i ragazzi, vista la loro età, dal trauma di un procedimento penale.

“Ma i docenti non capiscono che così facendo non fanno il bene dei ragazzi, che in questo modo entrano in confusione. Il perdono è giustificato e insegna quando si tratta di episodi sporadici e non gravi, quando non si tratta di reati. In questi casi possiamo pensare a un perdono educativo ma quando c’è aggressione il reato va denunciato. Solo così il ragazzo capisce che ha fatto una sciocchezza e che deve stare attento quando agisce e quando parla”.

E se il docente colpito non denunciasse?

“Il docente dovrebbe capire che la persona che lo ha aggredito potrebbe essere una persona socialmente pericolosa. Omettendo la denuncia in realtà non sta facendo il bene di persone che potrebbero finire nelle grinfie di persone pericolose la cui pericolosità non la giudica lui con la sua denuncia ma la magistratura. Altrimenti lascerà che questa persona continui ad agire nell’anonimato. Anche per il minore va valutata la sua pericolosità sociale da parte della magistratura, che peraltro è la prima cosa che fa. Si riesce a capire se si sia trattato di un episodio sporadico o se il comportamento possa recidivare un giorno con altre persone e con altre modalità”.

Si usa spesso il termine bullismo per identificare anche sui media gli episodi di aggressione. E’ un termine appropriato?

“No, non è appropriato. Mi sto occupando della procedura penale minorile. Il bullismo non c’è più, ci sono i reati. Il bullismo non è reato, ma ci sono i reati. Prima concepivamo il bullismo come derisione. Ora non facciamo più caso alle derisioni, si passa direttamente alla commissione dei reati. Aggressioni violenze, stalking. Ho avuto tanti casi di molestie sessuali tra minori. Ci sono delle zone di frontiera dove assistiamo all’inimmaginabile ma non è bullismo. Il bullismo è la bravata. Quello sì che è affidato alla scuola e va bene. Quando ci sono dei reati ci deve essere la denuncia. Io credo che la procedura penale minorile debba essere modificata”.

Allude alla proposta di legge sua e della collega Sgambato per la modifica della Procedura penale minorile, che pubblichiamo in questa pagina. Spieghi meglio.

“Nella relazione di accompagnamento alla proposta scriviamo che appare ineludibile la necessità di rivedere il complesso sistema delle risposte ai fenomeni di devianza minorile, non più valutabili come fatti eccezionali, ma come una vera e propria emergenza, cui rispondere in maniera adeguata. Pur non volendo in alcun modo intervenire sulle soglie di età per la punibilità – essendo comunque necessaria la considerazione della minore età del reo – è comunque necessaria la costruzione di elementi di contrasto che, senza perdere di vista la necessità educativa, siano in grado di far comprendere all’autore il disvalore dell’atto commesso e le sue conseguenze giuridiche. Abbiamo pensato con la collega Sgambato a una modifica rispetto alla convenzione di Lanzarote, che tutela i minori da abusi sessuali. Si stanno verificando casi molto gravi di reati commessi da ragazzi minori di quattordici anni nei confronti di altri ragazzi minori. Il codice per gli infraquattordicenni prevede le misure di sicurezza. La procedura penale minorile è più blanda per questi minori. Io vorrei modificarla. Se non si cambia la procedura non serve a nulla. Noi avvocati siamo tremendi perché giustamente facciamo valere i diritti dei rei. La legge consente di fare poco. Vanno riviste tutte le sanzioni da dare ai minori infraquattordicenni e anche ai minori sotto i sedici anni. La modifica oltre che alle misure di sicurezza agli infraquattordicenni prevede anche la possibilità di costituzione di parte  civile nel processo penale minorile, possibilità ora non prevista nella procedura penale minorile”.

Chi si oppone?

“Gli psicologi non vogliono abbassare la soglia a 12 anni per le loro teorie sui minori. C’è molta ostilità e ho già avuto scontri in merito. Loro ritengono che i minori under 14 non si rendano conto della gravità di certi comportamenti. Non si pongono il problema giuridico, si propongono solo quello pedagogico e psicologico. Ritengono che un tredicenne non si renda conto di ciò che sta compiendo. A loro avviso occorre responsabilizzare e sanzionare le famiglie”.

Non potrebbe essere una strada, ferma restando la responsabilità personale?

“Ma come si fa? Le famiglie non si possono responsabilizzare se non con ciò che c’è già e cioè con la responsabilità civile. Dal punto di vista penale la responsabilità è infatti personale e dunque non avrebbe senso. Ripeto, non si tratta più di bullismo, ma di reati, il ragionamento fa sì che si scappi dal problema. Non c’è una presa di coscienza di ciò che succede nella realtà. Il minore tante volte fa più dell’adulto, sono sempre al computer, ricevono cattivi esempi dagli adulti ma spesso commettono dei reati. Ho tante segnalazioni di casi gravi, il Tribunale dei minori può far ben poco”.

Il minore è eccessivamente tutelato eccessivamente?

“Ci sono tante tutele per i minori che vengono trascinati in tribunale. Il principio su cui si basa la procedura minorile è che il reo fuoriesca il prima possibile dal processo penale. Io di questo principio non vedo più l’utilità. Che cosa significa? Se il minore commette reati gravi, come gli abusi sessuali, procurerà al coetaneo danni permanenti. Non c’è proporzionalità nelle tutele. Anche una parte della magistratura è contraria all’abbassamento a dodici anni dell’imputabilità penale. Se il ragazzo presunto autore di un reato ha 14 anni e mezzo l’atteggiamento della magistratura è comunque sempre cauto perché è sempre un ragazzo per il quale pochi mesi prima c’era la non imputabilità. Non so se la magistratura faccia bene o meno, ma applica la legge. Le misure di sicurezza, come il controllo vigilato del minore, il fatto di metterlo in una casa protetta, limitano la libertà personale e quindi la magistratura è sempre attenta nell’adottare queste misure”.

Una legge del 2017 ha introdotto la fattispecie dell’ammonimento del questore per i casi di cyberbullismo, con l’aggiunta di nuove incombenze per le scuole.

“L’ammonimento del questore per chi commette un atto del bullismo così come lo definisce la nuova legge significa non dire nulla. Se si tratta di una marachella va anche bene, ma il bullismo anche qui è stato superato dalla commissione del reato. Il questore di fronte a una notizia di reato dovrebbe poi girarla alla magistratura ma questo lo sa fare anche un dirigente scolastico o un docente. Poi toccherà alla magistratura valutare se sia o meno un reato. Ma se alla magistratura non portiamo nulla come fa la magistratura a intervenire e a valutare? La legge sul cyberbullismo è un di più, ma non risolve il problema perché il problema è affrontato a latere. Invece il problema va affrontato al cuore”.

Il problema centrale, par di capire, è decidere se sanzionare o meno i minori.

“Il problema è proprio questo: vogliamo sanzionare o vogliamo coprire i fatti? Io sono per affrontare e sanzionare il reato, solo così si salvano i ragazzi. Magari uno lo sanzioni, ma gli altri dieci sapranno che il comportamento integra una sanzione e intanto finisci per punire il genitore. Che dovrà andare davanti a un giudice, dovrà cercarsi un avvocato, dovrà sostenere delle spese, seguire il figlio se avrà una sanzione di rieducazione. Molti genitori non seguono i ragazzi e allora la famiglia verrebbe costretta a seguire i figli. Lasciando correre, invece, se si è permissivi, se c’è lassismo, si peggiora la situazione. Mi ha colpito una studentessa della scuola dov’è avvenuto un recente fatto sanzionato con una semplice sospensione, quando ha dichiarato al cronista che non ha senso tornare così a scuola, come se quasi non fosse successo nulla di grave. Ripeto: i dirigenti hanno il dovere di accertare gli eventi di cui hanno conoscenza, alle indagini deve pensare la magistratura. Anche il ministero dovrebbe avviare le ispezioni e dopo di che provvedere, nel caso, a segnalare gli eventuali reati alla magistratura e senza perdere tempo. Senza peraltro aspettare che si scateni la gogna mediatica: i processi si devono fare dal giudice e non su internet, in modo da tutelare i docenti ma anche i ragazzi”.

Di fronte ai casi che vedono coinvolti gli studenti artefici di atti di prevaricazione, di aggressione, di derisione, di violenza, viene subito tirata in ballo l’educazione civica. Questa volta è il turno de leader della Lega, Matteo Salvini, che come reazione ai nuovi gravi fatti di Torino e Palermo, ha appena annunciato su Facebook di volerla introdurre nelle scuole. Che cosa ne pensa?

“Altro che educazione civica, bisogna far capire che cosa sia la sanzione penale, già a partire dalle medie, magari in maniera semplificata. Io credo nella rieducazione della sanzione, attraverso la prevenzione. A scuola si insegna il diritto penale solo in pochissimi casi e solo grazie al buon cuore di qualche docente di Diritto. Invece occorrerebbe riservare una parte del programma al codice penale”.

Eppure le scuole sono letteralmente invase da progetti di ogni tipo sulla legalità.

“I progetti sulla legalità sono delle mine vaganti. Sono dei sassolini che si perdono nel mare del sapere offerto dalla scuola. Ma resta ben poco. Già per spiegare la materia ce ne vuole, serve un docente specializzato, uno che sistematicamente dia indirizzi sui comportamenti. Se parli di etica ai ragazzi non serve a nulla, ma se parli dei riflessi giuridici di certi comportamenti invece fai loro del bene prevenendo i medesimi. Invece a loro nessuno lo dice. Come avvocato mi trovo talvolta con dei ragazzini che mi dicono che non sapevano che quel determinato comportamento fosse un reato. La scuola ora ha tante risorse come insegnanti di diritto assunti, ma che cosa fa la scuola con questi docenti? I ragazzi hanno bisogno di istruzione sulla legalità, non di informazione. La recepiscono, certo, e magari è vissuta come una perdita di un’ora di lezione, la vivono proprio come un’ora di non lezione, mentre l’istruzione li obbligherebbe a studiare. Formare con l’istruzione è cosa ben diversa dai progetti sulla legalità. I docenti devo correre con il programma di Diritto ed è difficile coinvolgerli e istruirli sui reati e sulle sanzioni penali”.

Che cosa ne pensa dell’iniziativa del sindaco di Uboldo, che ha invitato i genitori a educare i propri figli altrimenti li denuncerà ai servizi sociali e dovranno pagarsi un avvocato?

Risposta “La ferma presa di posizione del Sindaco Guzzetti di Uboldo è da condividere in toto. Le segnalazioni pervenutegli presso il suo Comune richiamano le sue competenze sull’emanazione di atti in materia di ordine e sicurezza pubblica e di vigilanza su tutto quanto possa interessare la sicurezza e l’ordine pubblico, informandone il prefetto”

Versione stampabile
Argomenti:
anief anief
voglioinsegnare