Vincolo quinquennale: disagio, discriminazione e cattivo funzionamento della pubblica amministrazione. Tre storie a confronto. LA NOSTRA INCHIESTA

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Quella del vincolo quinquennale per i docenti immessi in ruolo nel 2020 è una storia che nasconde storie di delusione e di stanchezza, di rabbia e di demotivazione. A poche settimane dalla pubblicazione dell’ordinanza sulla mobilità resta ormai solo qualche spiraglio sul quale tanti docenti continuano a sperare facendo affidamento alle dichiarazioni di vari politici del governo, tanto più che ora son tutti, o quasi tutti al governo.

Annunciano di volere intervenire apportando un emendamento capace di introdurre una deroga almeno per quest’anno alla vicenda che vede coinvolta l’esistenza di molti insegnanti e la serenità delle loro famiglie. Evidentemente ci si sta rendendo conto che, al di là del suo nobile intento, la norma sul blocco quinquennale ha inciso solo in piccola parte sulla continuità didattica, introducendo, se possibile, ulteriori forme di disagio, di discriminazione e di cattivo andamento della pubblica amministrazione. Di discriminazione poiché chi era stato assunto prima questo problema non lo ha avuto. Addirittura chi è stato assunto a luglio 2019 sui posti lasciati liberi dai pensionamenti ex quota cento non ha subìto questo vincolo.

“A decorrere dalle immissioni in ruolo disposte per l’anno scolastico 2020/2021, i docenti a qualunque titolo destinatari di nomina a tempo indeterminato possono chiedere il trasferimento, l’assegnazione provvisoria o l’utilizzazione in altra istituzione scolastica ovvero ricoprire incarichi di insegnamento a tempo determinato in altro ruolo o classe di concorso soltanto dopo cinque anni scolastici di effettivo servizio nell’istituzione scolastica di titolarità, fatte salve le situazioni sopravvenute di esubero o soprannumero”. Quindi niente mobilità, niente avvicinamento, niente art. 36 del contratto collettivo: tutte opportunità delle quali si è fruito a piene mani negli anni e nei decenni e che hanno certamente influito sul balletto delle cattedre, abbandonate ogni anno per trasferimento, assegnazione provvisoria in altri plessi della medesima o di altre province e regioni.

“La disposizione del presente comma – precisa la norma – non si applica al personale di cui all’articolo 33, commi 3 e 6, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, purché le condizioni ivi previste siano intervenute successivamente alla data di iscrizione ai rispettivi bandi concorsuali ovvero all’inserimento periodico nelle graduatorie di cui all’articolo 401 del presente testo unico”. Dunque le opportunità previste dalla legge 104 sono ancora applicabili ma solo se il familiare si ammala dopo l’iscrizione al concorso. Scelta che molti dicono di non comprendere, addirittura si parla di norma che incita a licenziarsi.

“A causa di questa legge, imposta retroattivamente – spiega una maestra interessata dalla vicenda e che preferisce non apparire per evitare ripercussioni sulla propria situazione personale che sta vivendo in maniera paradossale in una scuola emiliana – migliaia di docenti si trovano impossibilitati nel chiedere mobilità, assegnazione provvisoria, utilizzazione, art. 36. Addirittura non è concesso alcun movimento neppure per madri con figli minori di 3 anni o titolari di legge 104. In questo ultimo caso è possibile concedere la mobilità solo se lo stato di invalidità si è presentato dopo la pubblicazione del bando concorsuale che si è espletato. Le Gae e il concorso 2016 non avevano vincoli. Il concorso straordinario 2018 lo aveva ma era triennale, con vincolo su provincia e non su scuola e con possibilità di assegnazione/utilizzazione. Ci sono docenti che da Forlì sono state mandare a Piacenza e viceversa. La situazione è invivibile. Sappiamo che potrebbe esserci la possibilità di inserire una norma d’urgenza nel Decreto sostegno che possa prevederne almeno una deroga. Il tempo però è davvero agli sgoccioli”.

Quando fu fatta la legge, insiste la maestra, ci sono state proteste ma le proteste diventano concrete quando le situazioni diventano vere, e sono diventate reali solo questa estate. In ogni caso nonostante le proteste c’è stata una grande chiusura del ministero”. La ratio del vincolo, come detto, è la salvaguardia del mantenimento della continuità didattica, “ma è un falso problema: se mi danno una terza superiore o della primaria poi che cosa faccio dopo cinque anni? Abbandono ugualmente i bambini. Lo dimostra anche il fatto dei diplomati magistrale ai quali non è più stata data l’utilizzazione, quest’anno il Ministero non ne ha voluto sapere”. Ma questa è un’altra storia.

E la politica che cosa fa? A parole c’è una convergenza di tutte le forze politiche tranne una”. Si tratterebbe del Movimento Cinquestelle, che ha fatto del vincolo una bandiera. Una bandiera nobile, sia chiaro, a patto che ora si vadano a verificare i risultati, che nella pratica non sono tutti e del tutto lusinghieri, come emerge da questa nostra inchiesta sul campo. A sentire i docenti interessati, è possibile cogliere anche all’interno dei Cinquestelle qualche apertura ma “il problema sono i tempi, – spiega la docente – la domanda esce entro marzo. Quindi l’idea è quella di fare entrare un emendamento all’interno del Decreto sostegno, cioè congeliamo per quest’anno il vincolo e diamo a tutti la possibilità di muoversi e poi lasciare a una legge il compito di modificare la situazione futura”. La mobilità non è più materia contrattuale da dicembre 2019 e dunque si rende plausibile solo un intervento legislativo “ma si richiede un tempo che non abbiamo”.

Per ora la norma non è entrata. I docenti speravano: “c’è una pandemia, si sta lontano dai figli, si vive sui pullman, sui treni, sembrava anche logico, anche perché era un’azione a costo zero. Ma non è entrata, ora non si sa bene che cosa aspettarsi al photophinish. Il sottosegretario Sasso e il senatore Pittoni dicono che c’è ancora tempo per ridurre i danni del vincolo ma non si sa come la cosa si possa tradurre nella pratica. Il fatto è che nel frattempo tanti stanno vivendo male anzi malissimo la vicenda, molti si sono o si stanno per dimettere dal ruolo. Non si riescono a reggere per così tanto tempo le spese e i costi di ogni genere legati alla lontananza dalla sede di residenza. E qui non si tratta di pretendere il trasferimento al paesello del Sud dove non c’è il posto, dacché si assiste a situazioni paradossali che vedono docenti alzarsi alle 3 e mezzo del mattino per raggiungere la sede di servizio di una città dalla quale nel frattempo partono per un viaggio all’incontrario colleghi analogamente stressati, sfiduciati, arrabbiati nel vedere i tantissimi posti liberi assegnati con criteri che non soddisfano nessuno, tantomeno gli alunni che meriterebbero di avere insegnanti ben più sereni. E’ tutta gente non più giovanissima, che ha famiglia, genitori anziani e malati, figli e spesso malati.

Famiglie che hanno un mutuo o un affitto sulle spalle e che non sempre riescono a sopportare le spese per un nuovo alloggio. Molti dicono: tanto vale restare precari, un sacrificio uno lo fa, ma cinque anni senza possibilità di spostarsi è insostenibile. Del resto lo si era visto con la call veloce in ruolo che prevedeva per primi di settembre l’assunzione da tutte le graduatorie regionali per i posti residui: “è stata stata un fiasco – spiegano i docenti – perché la gente non se l’è sentita, tenuto conto del rischio del vincolo. La norma era utile e intelligente ma molta gente ha fatto due conti e ha detto: sto meglio da precario, magari mi faccio 40 km ma non 200 e tanta gente non ha i soldi per un secondo appartamento. Tanti docenti si stanno informando sul preavviso per licenziarsi”. Il paradosso è che la nobiltà delle intenzioni sottese al vincolo è comunque mitigata dal fatto che tutto ciò che viene negato a queste persone viene al contempo concesso a tutti gli altri. Chiunque non rientri in quella categoria – che comprende, oltre ai docenti di tutte le classi di concorso, anche molti insegnanti diplomati magistrale che avevano perso o lasciato il ruolo ottenuto con riserva e che si sono messi a studiare per il concorso straordinario del 2018, superandolo o quello in corso, e anche loro subiranno il vincolo – potrà invece usufruire dei trasferimenti e di tutti i movimenti previsti dalla normativa in via di pubblicazione.

Annachiara, abita a Milano, ma è stata assunta a 130 km, nel Bresciano

L’anno di aspettativa non mi vale neanche

Causa covid non siamo andati di persona è stato un algoritmo. Sarebbe andata bene anche Brescia città. 130 k da casa.

Vita dura, si parla tanto di evitare spostamenti per il covid, un conto è fare 40 km altro 130 km. La Lombardia è grande.

La maestra Annachiara Di Salvio ha 40 anni e abita a Milano. Insegna da sei anni ed è entrata in ruolo con il concorso straordinario del 2018. Il vincolo l’ha colpita e affondata. Come tanti altri era già di ruolo con riserva alla primaria essendo entrata dalle GAE come diplomata magistrale. “Come tanti ho fatto e superato il concorso con il massimo dei voti: aspetterò. A giugno ho avuto il ruolo da gae, mentre facevo le supplenze annuali. Ho accettao l’assunzione da GAE in attesa dell’assunzione da concorso, a settembre sono passata assieme ad altre tremila persone. Per colpa del Covid non siamo stati presenti alla convocazione e ci ha pensato un algoritmo a darci una sede”

Lei dov’è stata mandata?

“Ho avuto la provincia di Brescia, Maberbio, a 130 kilometri da Milano. Brescia, nona provincia scelta, soluzione non gradita. Sapevamo che era regionale ma uno si aspetta che tra dodici province ci si possa coolocare meglio che non nella nona provincia, anche considerando il fatto che tanti colleghi di Brescia, collocati prima di noi in gradutoria, sono andati a Milano o Monza mentre noi siamo stati inviati a Brescia, anzi in paesini della provincia bresciana, con tutti i posti che c’erano a Milano. Molti di noi, di Milano, non hanno trovato posto a Milano”.

Come si è organizzata?

“Io per un periodo sono andata avanti e indietro da Milano a Manerbio, in una quarta primaria. Per arrivare non riscivo a essere in orario alle 8, il primo treno parte alle 6,20 per Brescia per poi prendere la coincidenza per questo paese, una coincidenza da prendere entro 8 minuti, una situazione oltremodo stressante. Poi mio malgrado ho trovato una sistemazione lì, in un bed and breakfast, a 500 euro al mese che si aggiungevano ai costi dell’affitto di Milano dato che non potevo certo lasciare l’appartamento dove vivo. Tutti i soldi dello stipendio se ne andavano in due alloggi. Non ho famiglia, e aggiungo per fortuna, almeno in questo caso, con gli stipendi che abbiamo alla primaria”.

Quanto percepisce?

“Con il bonus di Renzi arrivo a 1400 al mese, ma il bonus non incide sui contributi”

Quanto ha retto?

“L’ho fatto per un periodo. Ho chiesto un’aspettativa per motivi di studio, visto che sto prendendo una seconda laurea”.

Meglio la vita da precaria?

“Sì, devo dire che nel mio caso sarebbe stata meglio la vita da precaria. Tra l’altro io sono in graduatorie superiori nelle Gps e mi arrivavano in continuazione le convocazioni a Milano. Non ho potuto accettare a causa del blocco quinquennale. A volte mi chiedo se sarebbe stato meglio non accettare il ruolo. Avrei accettato la supplenza alle superiori, insegnavo filosofia e scienze umane, con la A18. Sono laureata in scienza della comunicazione…”.

Allora se l’è cercata

“Sì, riconosco che me la sono cercata. Comunque, ho 40 anni anni e avevo impostato la mia vita, che ora si vede stravolta ed è pesante da mandare giù. Io non chiedo di tornare a Salerno, da dove provengo, e dove non ci sono posti, io chiedo di potere tornare a Milano dove ci sono tanti posti liberi che vanno a supplenza. Vengo chiamata dalle superiori e non posso accettare. Dicono di averlo fatto per tutelare la continuità didattica ma è davvero rispettata? Mi è stata data una classe quarta, mica una prima, di quale continuità stiamo parlando? Se non si mettono i docenti nelle condizioni di poter lavorare in serenità di cosa parliamo?”

Ha pensato anche lei di dimettersi?

“In tanti pensiamo di licenziarci. Cinque anni sono un’eternità. Perché io devo essere bloccata mentre tanti altri miei colleghi possono fare tutto ciò che a noi è negato?”

Si riferisce a tutti coloro che sono stati assunti fino al giugno 2020?

“Mi riferisco a loro, si tratta di una discriminazione non comprensibile. La scuola che mi avevano assegnato nel ruolo con riserva mi andava benissimo, in quella condizione paradossalmente avevo più diritti. Allora mi pento a questo punto di non essere rimasta lì anche se pendeva su di me la Spada di Damocle della sentenza contro di diplomati magistrale. Perché avete accettato il ruolo?, mi chiedono in tanti. E’ una frase orribile, visto che alcuni l’hanno davvero rifiutato, il ruolo. Pensare di essere stati messi nelle condizioni di rinunciare a un ruolo dopo il concorso è davvero frustrante”.

Che tipo di proteste avete fatto?

“Abbiamo fatto ricorso al Tar, attendiamo l’esito di un altro ricorso che pende al Consiglio di Stato. Dopo le lamentele non si è mosso nulla, per la ministra Azzolina questo vincolo era un simbolo anche se era stato firmato da Fioramonti. Quale voce avremmo potuto mai avere noi se la Azzolina non voleva sentire neppure i sindacati? Ora con Bianchi forse c’è un’apertura ma ci vuole una legge”.

Cosa vi aspettate ora?

“Ci aspettiamo una deroga per quest’anno, che arrivi in tempo per la mobilità, non c’è tempo per una nuova legge”

Qual è la considerazione più pratica che la fa più arrabbiare?

“Ci si arrabbia quando si vede che nel frattempo tanti colleghi di Brescia sono stati mandati a Milano e vivono la stessa tragedia da Brescia a Milano e da Milano a Brescia”. Allora legga con noi la prossima intervista.

Barbara, abita nel Bresciano, ma è stata assunta vicino Milano

“La mia collega Annachiara è stata mandata andata a Manerbio, ci andrei volentieri volentieri io a Manerbio – un’ora di auto sarebbe stato accettabile – e lei sarebbe più contenta di andare a Monza più comoda per chi vive a Milano. Se fosse stato possibile avremmo fatto volentieri lo scambio”. La fortuna della maestra Barbara Manni, 49 anni, è che non le pesa molto non dormire più di tanto e che ha una salute di ferro. Abita a Vestone, un paese di 4300 abitanti situato 35 kilometri da Brescia. Per arrivare in tempo a scuola si alza alle 3 e mezzo del mattino, prende l’auto, raggiunge la metro, arriva in stazione, prende un altro treno per poi arrivare a Monza. E’ lì che l’algoritmo l’ha inviata a settembre, con l’assunzione in ruolo. Proprio così: mentre da Milano e Monza tanti colleghi sono costretti a fare un viaggio all’inverso, cioè verso Brescia e il suo entroterra. Barbara è entrata in ruolo quest’anno, dopo 14 anni di precariato alla scuola primaria e una precedente assunzione con riserva, come diplomata magistrale, assunzione investita dalla conosciuta vicenda giudiziaria, culminata con la risoluzione del contrato e la perdita del ruolo.

E’ così, maestra Barbara Manni?

“Ero stata immessa in ruolo nel 2019/20, poi è arrivata la sentenza a febbraio contratto fino al 30 giugno, nel frattempo, a settembre 2020, arriva il ruolo da concorso straordinario, purtroppo immessa a Monza senza avere nessuna assegnazione, né avvicinamento a meno di uno spiraglio, ci spero tanto”.

Si faccia forza

“Sono poco positiva su questo, malgrado io sia una persona positiva. Quest’anno per via del Covid le tante riunioni somo state fatte da remoto, la dad ci ha sollevati, ma il prossimo anno sarà diverso”.

Lei a settembre ha comunque preso servizio. Fino a quando è durata?

“Ho lavorato fino all’inizio della didattica a distanza”.

Mi racconti la sua giornata tipo di maestra pendolare

“Quando prendo servizio alle 8,15, devo partire da casa alle 4 e un quarto, la sveglia suona alle 3 e mezzo. Quando invece inizio alle 10,30 parto da casa verso le 6 meno un quarto”.

E il ritorno? A che ora rientra a casa?

“Il rientro a casa in quest’ultimo caso avviene verso le 18, ma nei giorni nei quali ho anche il servizio di mensa dei bambini finisco alla 16,30 e se tutto va bene sono a casa mia alle 20. In tutto sette ore di viaggio, sempre che tutto vada bene ma ci sono guasti e ritardi vari”.

Lei ha una famiglia da gestire?

“Ho un figlio. E’ grande, per fortuna, ha 17 anni. E ho un compagno. Per questo ho escluso la prospettiva di un alloggio sul posto perché costa tantissimo e sarebbe un sacrificio enorme per tutta la famiglia: preferisco pagare un abbonamento mensile da cento euro”.

Ha prova ad andare in auto?

“Certo, ci ho provato. Ma a Monza non ci sono parcheggi liberi, e sarebbero 15 euro al giorno di autostrada, oltre alla benzina e ai costi di parcheggio a pagamento. Ho optato dunque per questa vita e per fortuna ho tanta salute dalla mia parte, non mi pesa il sonno. Un’altra che invece avesse bisogno di dormire e avesse la salute precaria non ce la farebbe, ne sono sicura”.

Ma come si sente quando arriva a casa, la sera, sapendo di doversi alzare prestissimo? Che vita è la vita di una maestra che nel 2021, in Lombardia, parte da casa alle 4 del mattino e rientra alle 20?

“Quando arrivo a casa non vado a dormire, ho un figlio, le sue esigenze scolastiche, i colloqui, la casa, tutto il resto. Preparo le lezioni nel week end, non riesco purtroppo per la stanchezza a dedicarmi alla scuola come vorrei, durante la giornata. Un anno con un vincolo di questo tipo, senza poter chiedere un avvicinamento, con tutti i posti che ci sono qui, vicino a casa, è sopportabile, cinque sono improponibili”

Il vincolo è stato introdotto per tutelare la continuità didattica

“Con il fatto di avere immesso in ruolo persone che abitano lontano da casa non hanno valorizzato la continuità perché tanti si sono messi in malattia, hanno chiesto l’aspettativa e dunque ci sono tanti posti occupati da supplenti. Io abito in una una zona dove i trasporti non sono come quelli di una città. Non ci sono autobus così frequenti, devo prendere la macchina, fare 40 km di auto per andare alla metro. Molti hanno dovuto rinunciare al tanto atteso ruolo. E’ assurdo. Io da precaria ho sempre lavorato a dieci minuti da casa, poi prendo il ruolo e mi ritrovo a Monza? E’ inconcepibile. La mia collega Annachiara (vedi l’intervista precedente, ndr) è stata mandata suo malgrado a Manerbio. Ci andrei volentieri volentieri io a Manerbio – un’ora di auto sarebbe stato accettabile – e lei sarebbe più contenta di andare a Monza più comoda. Se fosse stato possibile avremmo fatto volentieri lo scambio”

Arrivati a questo punto tutti stanno immaginando una spiraglio. Lei lo vede uno spiraglio che serva ad alleggerire la sua situazione e a rendere pià sereno anche lo svolgimento della sua professione?

“Sono dell’idea che se avessero l’intenzione lo farebbero. Per contenere il Covid cambiano i colori delle città in un minuto. Quindi in un minuto potrebbero cambiare la vita di questi insegnanti. Io lo spero per me stessa e per tante colleghe e colleghi”.

Ha pensato di licenziarsi?

“No, quello no, poi cosa faccio a 49 anni? Un altro concorso? Questo è il lavoro che faccio e che mi piace fare anche se in questa fase riesco a dare il 70 per cento di quel che potrei dare”.

A Brescia mancano i prof ma Caterina è spedita a 150 kilometri

La maestra Caterina Leonesio di Brescia ha 45 anni e abita a Sabbio Chiese, un paesino che conta poco meno di 4.000 abitanti, vicino a Salò. Insegno da una decina d’anni ed è entrata in ruolo nel 2016 anche lei con riserva, per poi assumere il ruolo ruolo definitivo nel 2020. A lei è toccata la sede di Uboldo, una cittadina di 10.500 abitanti, vicino a Saronno, in provincia di Varese, a 150 kilometri dalla sua residenza bresciana. Si fa in auto tutta l’autostrada via Bergamo altrimenti avrebbe dovuto cercarsi un alloggio sul posto, “ma ho due bambini piccoli, uno va alla primaria l’altro all’infanzia”.

Qual era stata la sua aspettativa?

“La mia aspettativa era quella di andare a Brescia perché le nostre valli non hanno tanto personale. Infatti ho lavorato senza problemi e tuttora mancano i docenti, a scuola da mio figlio per mancanza di insegnanti hanno dovuto prendere personale al primo anno di università e anche di università diverse da Scienza della formazione”.

Sperava di restare vicino a casa?

“Era una valle non comodissima, quindi mi attendevo che sarei stata riassorbita assieme ad altri in zone limitrofe. Anche prima di Milano, c’era anche Bergamo. La cosa che mi ha dato fastidio è che a distanza di tre giorni tanta gente che era nelle Gae ha rinunciato e sono andate a finire in ruolo a Brescia persone che erano dietro di noi. Non mi aspettavo questo, speravo di restare vicino a casa”.

Per questo ha preso il congedo parentale?

“Non avevo mai preso prima d’ora il congedo parentale ma dopo un primo periodo di insegnamento sono stata costretta a farlo. E’ stata dura. Mi alzavo alle 5 del mattino, mi infilavo in auto verso il casello, imboccavo l’autostrada con l’ansia di arrivare all’altezza di Bergamo prima dell’intasamento del traffico. Alla barriera di Milano ci sono sempre ingorghi. Occorre passare dalla barriera di Bergamo entro le sei e trenta e così mi ritrovavo a scuola alle 7.30 del mattino, in largo anticipo.

Non ci sono mezzi pubblici?

“Non ci sono treni comodi, arriverei a mezzogiorno. Sono 150 kilometri. L’ho fatta per una settimana a settembre per le riunioni preliminari, poi ho continuato per una settimana di lezioni. Ma alla fine mi sono messa in aspettativa per congedo parentale dei figli, senza stipendio. Ho fatto in modo che gli alunni fossero tutelati. E’ un’aspettativa forzata, ho scelto di tutelare la mia famiglia”.

Quanto può durare tutto questo?

“Il prossimo anno tornerò a scuola”.

Chiedo anche a lei se in queste ore decisive vede qualche spiraglio per la sua, la vostra situazione.

“Non ne vedo, anche se mi piacerebbe. Ho chiesto per il prossimo anno un part time poiché è l’unico modo per gestire una cosa del genere. I posti liberi ci sono, dov’ero in ruolo con riserva ora c’è una supplenza, vicino a casa mia, a soli 5 chilometri. Sono ancora in attesa di una sentenza, ero di ruolo con riserva, dunque potevo rinunciare al ruolo, ma ho fatto un concorso e mi sono impegnata, a un certo punto uno ambisce ad avere un posto non precario. Tutti ci chiedevano di fare un concorso, ricorda? Bene, lo abbiamo fatto, siamo state brave, lo abbiamo superato e ora ci troviamo in questa situazione. Tanta gente intanto viene a Brescia arrivando da Milano. I sindacati hanno chiesto di scambiare i posti a parità di posizioni ma non è stato concesso. E’ illogico: noi da qui andiamo là. E loro da là vengono qui. Che senso ha? E’ un prezzo troppo alto.”

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