Videoscuola (quasi) per tutti! Lettera

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Inviata da Giuseppe Scafuro – “ Videoscuola per tutti” è il titolo di un servizio che “L’espresso” di questa settimana dedica alle conseguenze dell’emergenza Coronavirus sul mondo della scuola.

Dopo aver letto l’interessante articolo a firma di Francesca Sironi,
verrebbe, però, da parafrasare : “quasi per tutti!”.

Il perché è presto detto. Nel servizio vengono anticipati i risultati di un’inchiesta dell’Università di Milano- Bicocca , condotta, nel 2018, su un campione di 3.300 studenti delle scuole superiori di Milano e Monza- Brianza. Dalla ricerca emerge che il 98,8% dei ragazzi possedeva un cellulare: il 21% di questi lo ha ricevuto in regalo dai propri genitori prima degli 11 anni di età. Gli autori dell’inchiesta, intitolata” L’età dello smartphone”, sono pervenuti alla conclusione che quanto più basso è il livello di istruzione del contesto familiare, tanto più si riduce l’età in cui i figli hanno ricevuto in regalo il telefonino; sottolineano, inoltre, che gli
alunni degli Istituti Professionali ne sono entrati in possesso prima di quelli dei Licei. Il dato più preoccupante che emerge da tale studio e su cui occorre riflettere è “ un’associazione negativa tra l’età precoce di arrivo del primo smartphone” e lo sviluppo di competenze non solo in Italiano, ma anche – sembra paradossale- nell’utilizzo creativo degli strumenti digitali.

In pratica, chi riceve uno smartphone a un’età troppo precoce, tende, poi, a utilizzare Internet in maniera passiva, si focalizza su poche funzioni
facilmente praticabili che esso veicola e viene distolto da altre attività più complesse che i pc, invece, favoriscono.

Altro dato da tener presente è che “ al diminuire dell’età di arrivo
dello smartphone diminuisce anche la probabilità che in casa dello
studente ci sia anche un pc”.

Se ce ne fosse bisogno, quest’ultimo è un dato confermato dal rapporto Istat, che si riferisce al 2018/2019 e di cui tanto si è parlato nei giorni scorsi, secondo cui il 30% delle famiglie italiane non ha pc o tablet in casa, con percentuali che crescono vertiginosamente al Sud fino ad arrivare al 41%.

Nel 57% dei casi, inoltre, i ragazzi devono condividere l’uso del computer con altri fratelli o sorelle o con i genitori impegnati, in questo periodo,
nello smart working. L’Istat ci dice pure che soltanto 3 ragazzi su
10 hanno elevate competenze digitali.

Non sembra azzardato concludere, dunque, che un numero piuttosto alto di studenti, dalle primarie alle superiori di primo e secondo grado, sta attualmente svolgendo lezioni di didattica a distanza attraverso uno smartphone, sia perché non possiede un pc sia perché è costretto a condividerne l’utilizzo con altri familiari.

Ben vengano, quindi, i 70 milioni che il decreto Cura Italia ha stanziato per l’acquisto di tablet e portatili, anche se probabilmente non sono sufficienti a risolvere il gap tra chi può avere un dispositivo tutto per sé e chi, invece, non se lo può permettere.

Ma se la scuola o è inclusiva o non è, se la scuola non può e non deve lasciare indietro nessuno, se la scuola non può diventare “un ospedale che cura i sani e respinge i malati” ( per ripetere una frase forse un po’ abusata di don Lorenzo Milani), allora non si può far finta di nulla! Non si può ignorare che molti dei nostri alunni si collegano alle attività della Dad con lo smartphone “tanto è la stessa cosa!”. No, non è assolutamente così!

Consentire in questa situazione l’uso del cellulare significa togliere opportunità a una parte considerevole dei nostri studenti, già svantaggiati dalla condizione socio- economica di partenza, significa compromettere lo sviluppo di competenze nei vari campi del sapere ( anche le competenze digitali!) , significa ostacolare e non favorire la loro crescita culturale, aggravare la dipendenza dallo smartphone , che già utilizzano a tutte le ore del giorno ( e della notte!) , significa lasciarli indietro! Questo la scuola e i
docenti non possono e non devono farlo, altrimenti si verrebbe
meno al nostro compito primario, che, anche nelle situazioni di emergenza come quella che stiamo vivendo, è e rimane sempre lo stesso : “educare” le giovani generazioni, aiutarle a crescere e a diventare persone migliori .

Vanno , pertanto, stigmatizzate quelle scuole che non si sono tempestivamente attivate per garantire in tempi brevi ai loro alunni
i dispositivi di cui necessitano per seguire con efficacia le lezioni da remoto , non provvedendo né a consegnare i tablet già in possesso delle stesse istituzioni scolastiche, né velocizzando le procedure di acquisto dei pc, attraverso i fondi stanziati dallo Stato, e di assegnazione in comodato d’uso degli stessi. Ritardi ingiustificabili e colpevoli omissioni che hanno portato alla deplorevole situazione di studenti che, a tutt’oggi, quando ormai
manca poco più di un mese alla conclusione dell’anno scolastico, si vedono costretti a utilizzare il cellulare o, in caso di mancanza di connettività di rete, addirittura non possono partecipare alle videolezioni.

Più che mettere in evidenza i limiti della didattica a distanza, che
pure ci sono, ma esulano dal discorso che, qui, preme portare avanti, sarebbe , invece, il caso di coglierne i lati positivi e approfittare dell’ occasione per ridurre l’uso degli smartphone e favorire quello dei pc, di fare, come si suol dire, di necessità virtù.

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