Verso la mobilitazione generale del 26 settembre a Roma per la scuola. Scende in piazza tutta la comunità educante

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Il 26 settembre, a Roma, si terrà la manifestazione indetta dal Comitato “Priorità alla scuola”, alla quale prenderanno parte anche i sindacati Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola Rua, Snals Confsal e Gilda Unams.

Una protesta organizzata “per riaffermare il ruolo centrale della scuola e della conoscenza come condizione di crescita del Paese e per denunciare ritardi e incertezze che accompagnano l’avvio dell’anno scolastico”.

Per Orizzonte Scuola, Gloria Ghetti e Costanza Margiotta, hanno realizzato un documento in cui si rendono note le motivazioni della manifestazione di sabato prossimo a Roma.

È arrivato il tempo in cui chiunque abbia a cuore la scuola pubblica in questo paese riconosca che Priorità alla scuola ha avuto ragione. In primis, quando a metà aprile con una lettera al Ministro Azzolina (sottoscritta da poco meno di 90.000 persone) si è detta preoccupata per la scomparsa della scuola tra le “priorità” del governo e per la completa assenza di idee su come riaprire le scuole in sicurezza in una situazione di emergenza pandemica e post-pandemica. Ha avuto ragione quando da subito ha denunciato che il governo, l’Italia, stava sacrificando la scuola sull’altare della produttività. Ha avuto ragione quando con determinazione ha iniziato la costruzione, passo dopo passo, luogo dopo luogo, realtà dopo realtà, soggettività dopo soggettività, di un movimento di genitori, studenti, studentesse, insegnanti e personale ATA per denunciare che la scuola non era e non è la priorità di questo governo.

Ha avuto ragione a scendere in 20 piazze il 23 maggio e in 60 il 25 giugno riaprendo una stagione di lotte per la scuola e per ribadire che la scuola che vogliamo deve essere migliore di quella pre-Covid non peggiore e che quella che fino a oggi ha indicato il governo semplicemente non è scuola.

Ha avuto ragione a fine luglio a lanciare una manifestazione nazionale che si terrà a Roma il prossimo 26 settembre in Piazza del Popolo dalle 15.30 perché si dia il via a una mobilitazione permanente nazionale per la scuola. Ha avuto ragione perché la scuola il 14 settembre (ma non in tutto il paese, né in tutte le città) non riaprirà nemmeno nei modi e nei tempi pre-Covid e il 14 settembre questo sarà evidente finalmente a tutti, famiglie, studenti e personale scolastico.

Il movimento priorità alla scuola ha ripensato dopo decenni la scuola come corpo unico le cui componenti, student*, docenti, genitori, personale ATA ed educator* hanno ricominciato a dialogare su basi nuove creando nuove connessioni tra le soggettività. Priorità alla scuola è nata per lottare per la trasformazione in positivo della scuola pubblica e non solo per la sua necessaria e non più rimandabile riapertura in presenza, in sicurezza e in continuità.

Per questo da aprile chiediamo che le siano destinati investimenti straordinari e ordinari: perché abbia più spazi, più organico, meno studenti per classe; perché ci siano misure di sicurezza sanitaria e di prevenzione e per questo abbiamo evidenziato le problematiche con cui la scuola pubblica in Italia convive da decenni.

Adesso, dopo mesi di pandemia, è necessario che tutta la società divenga consapevole della centralità della scuola e del fatto che la scuola esiste se è in presenza. Non è possibile dis-connettere la sua funzione educativa dalle componenti della socializzazione, dello sviluppo delle relazioni e dell’autonomia, della convivenza, dell’affettività e delle passioni, del confronto e della condivisione in uno spazio pubblico.

Per questo Priorità alla scuola chiede da mesi, e continuerà a chiedere anche dopo la riapertura a settembre, che il governo dia all’istruzione pubblica quella centralità che è cruciale per il futuro di qualsiasi società.

Anche perché quella che a aprile era solo una preoccupazione, oggi è diventata una tragica realtà. In questi mesi abbiamo ripetuto che il rientro a scuola in presenza, continuità e sicurezza sarebbe stato possibile solo attraverso un investimento economico ingente perché volto a supplire ai tagli ventennali di cui la scuola era stata vittima e di cui il Covid ha dimostrato tutta l’inderogabile necessità. Per allinearci alla percentuale europea di investimento nell’istruzione e nella ricerca occorre aumentare almeno di un punto percentuale la quota del Pil ad esse destinata e assegnarvi una percentuale significativa del Recovery Fund, almeno il 15%. Quello che era e resta necessario erano più spazi per la scuola, non teatri o bed and breakfast, ma ripristino delle scuole dismesse, edifici pubblici da recuperare e riconvertire all’edilizia scolastica. Quello che occorre sono più docenti e stabili, riconoscendo il valore fondante che questa professione ha nella crescita del paese. Invece si sono umiliati i “precari storici” procrastinando un concorso che avrebbero potuto essere evitato immettendo in ruolo docenti che da anni insegnano nelle nostre scuole con contratti che scadono al termine delle lezioni e si è svilita la loro professionalità trasformandoli in merce usa e getta. Gli effetti nefasti della precarietà nella scuola sono evidenti ad ogni avvio dell’anno scolastico: nei termini della mancata continuità didattica per gli studenti e dell’impossibilità per i docenti non solo di avere garanzie economiche sufficienti per vivere, ma anche per programmare seriamente il proprio lavoro. Inoltre il governo di una Repubblica fondata sul lavoro ha introdotto una nuova fatale forma di precariato: il contratto per 9 mesi con la clausola di immediato licenziamento senza alcun indennizzo nel caso del ripresentarsi di condizioni epidemiologiche che impediscano la scuola in presenza. Oltre al danno la beffa, per docenti e studenti che si vedranno inseriti in un nuovo gruppo classe, tutta in remoto, con un nuovo insegnante, mentre il docente resterà a casa senza lavoro e senza stipendio.

Priorità alla scuola ha riunito in questi mesi tutta la comunità educante, docenti, educatori, studenti, genitori che hanno chiaro quanto i loro destini siano interdipendenti: non c’è diritto al lavoro per genitori che non hanno certezze intorno alla scuola dei loro figli, per ragioni molto materiali e pragmatiche: gli orari dei lavoratori non possono piegarsi a quelli di una scuola che diminuisce il tempo scuola dei loro figli, che taglia il tempo pieno, o dimezza la didattica in presenza alternandola con quella a distanza. Contestualmente non c’è diritto alla salute per docenti cui non siano assicurati controlli obbligatori per verificare periodicamente che il loro stato di salute sia compatibile con il lavoro che svolgono e  che non sia di nocumento per colleghi e studenti; e non c’è diritto alla salute neanche per quegli studenti che, indipendentemente dal rischio di contagio, hanno diritto a una salute che non è solo quella fisica ma va intesa come salute complessiva, psicofisica in cui un ruolo decisivo giocano le relazioni tra pari e il libero sviluppo emotivo e affettivo che si realizza nella socialità e nell’emancipazione dal contesto familiare di provenienza. Destano preoccupazioni i dati relativi agli effetti della didattica a distanza in termini di disturbi della concentrazione, del sonno, della vista, senza contare che il Covid 19 ha dimostrato quanto le nostre esistenze siano interconnesse rendendo evidente che alle minacce globali del nostro tempo non possiamo rispondere con soluzioni individuali, né sul piano personale né su quello statale. Se è palese la necessità di politiche improntate alla collaborazione, come pensiamo di poterle sollecitare educando le nuove generazioni nella condizione distopica dell’isolamento sociale prodotto dalla dad? E non è bastato mutarla da didattica a distanza a didattica digitale integrata, anzi il trasformismo degli acronimi nasconde solo a chi non la vuol vedere la chiara intenzione di trasformare la scuola una volta per tutte, e in peggio non in meglio. A tutto questo Priorità alla scuola si è opposta quando tutto questo sembrava solo una fosca minaccia e tanto più vi si oppone oggi che tutto questo è diventato una drammatica realtà. Per questo andremo a Roma il 26 settembre convinti come siamo che senza scuola non ci sono diritti, senza scuola non c’è crescita, né umana, né civile, né politica e neppure economica, senza una scuola che forma e trasforma non c’è un paese ma solo una massa di monadi senza finestre che vivono un’atomizzazione sociale i cui effetti abbiamo tragicamente constatato nel secolo scorso.

In questi mesi Priorità alla scuola ha costruito un’articolazione fra genitori, insegnanti, personale ATA e studenti: non era forse mai successo prima che tutti i soggetti coinvolti fossero capaci di guardare oltre se stessi per riconoscere che la scuola riguarda tutta la società e che può esserle data priorità solo se a rivendicarla sono tutte le soggettività: se in questi mesi a manifestare sono stati per lo più gli adulti che vedevano bloccata insieme alla loro vita, quella dei loro figli e quella dell’intero paese, adesso che la scuola, non per tutt*, è pseudo-aperta anche agli student* è giunto il momento che essi si sentano coinvolti in questa protesta. Devono aver chiaro che è per loro e con loro che la lotta deve continuare, perché a essere in gioco è il loro presente, il loro futuro che è il presente e il futuro di tutto il paese. Per loro è nata PaS, per loro e con loro e per tutta società continueremo a lottare.

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