Era veramente così male la scuola del passato? Lettera al futuro ministro dell’ Istruzione

di redazione
ipsef

item-thumbnail

Inviato da Paolo Martena – Egregio Ministro, mi congratulo per la sua nomina e spero che porti i frutti che tutti gli operatori del settore e l’opinione pubblica si attendono.

Sono un insegnante e sono grato alla vita per il mio nobile lavoro, tanto che provo a tenermi sempre aggiornato e di intessere relazioni con colleghi provenienti da ogni parte del mondo, perché sono convinto che la mia sia una professione in continua evoluzione.

Durante la campagna elettorale, ho sentito molti politici di tutti gli schieramenti argomentare riguardo alla necessità di una riforma della scuola e la cosa mi ha terrorizzato. E se provassimo per qualche anno a fare scuola, senza riformarla o addirittura un ritorno alle origini?

Era veramente così male la scuola del passato?

Quando entrava l’insegnante ci si alzava in piedi, perché si riteneva opportuno che gli alunni apprendessero il rispetto dei ruoli. Si sollevava persino la mano prima di parlare, perché stare al proprio posto senza prevaricare gli altri era considerato un valore. Poi, si ascoltava la spiegazione, se ne discuteva con i professori e i compagni e, talvolta, ci si cimentava in esperienze laboratoriali e in lavori di gruppo. Per Natale e per la fine dell’anno, si spalancavano le porte delle sedi scolastiche per far entrare la comunità locale: molti ragazzi si esibivano o esponevano i loro lavori, ricevendo in cambio la gratificazione sociale. Grazie a queste iniziative, molti vincevano la timidezza e imparavano a relazionarsi con gli altri. Ogni giorno gli insegnanti assegnavano alcuni esercizi di compito e gli alunni eravano tenuti a farli, altrimenti non avevano il permesso di allenarsi o di uscire con gli amici. Servivano per introiettare quanto appreso in classe. Se non si raggiungevano gli obiettivi stabiliti, si veniva bocciati e si ripeteva l’anno. Spesso, dopo essere stati sottoposti a un esame, non si riusciva a ottenere il titolo di studio, si andava a lavorare, senza nessun “accanimento terapeutico”. Non c’erano PEI e PDP, ma non si richiedeva mai agli alunni qualcosa di superiore alle loro potenzialità; si chiamava: buon senso.

La scuola dell’infanzia era denominata “materna” perché costituiva un passaggio graduale tra la famiglia e la società. Magari questo nome rammentava a qualche cattiva maestra (poche, fortunatamente) che i bimbi non sono lì per essere picchiati. La scuola elementare affrontava argomenti semplici perché doveva dare le basi, che venivano gradualmente approfondite nella scuola media e nella scuola superiore. Nessuno parlava di continuità: perché la discontinuità era una tappa della crescita. Non c’erano nemmeno enormi calderoni di matrice anglosassone chiamati “Comprensivi”, perché gli alunni crescono così in fretta che non possono finire in un’unica scuola da quando portano il pannolino a fino a quando sperimentano i primi amori.

I programmi generali del Ministero e i commissari esterni, che spesso provenivano da scuole distanti centinaia di chilometri, garantivano una sorta di omogeneità sul territorio nazionale e nessuno ripeteva la frase squallida, superficiale, anacronistica e falsa: “l’Italia viaggia a due velocità”

Per quanto riguarda il reclutamento degli insegnanti, potrebbe avvenire tramite concorso e solo in base ai posti disponibili: se mancano insegnanti di matematica perché espletare un concorso per docenti di arte?

Se alcuni insegnanti, poi, hanno scelto di avere il ruolo lontano da casa, evidentemente hanno fatto una scelta di vita e l’opinione pubblica dovrebbe schernirli per i lunghi cortei vittimistici e lo Stato punirli per eventuali certificati medici fasulli. Ci sono centinaia di migliaia di persone qualificate disposte a prendere il loro posto.

Quello che scrivo sembrerà a qualcuno fuori dal tempo, ad altri utopistico, ma sono certo che ne sentiamo tutti un po’ di nostalgia. Erano tempi in cui il Nord Europa era conosciuto per i boschi, l’America per i grattacieli e la Finanza e l’Italia per la cultura.

Buon lavoro,

Paolo Martena, docente di Matematica e Scienze

Versione stampabile
anief
soloformazione