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Valutazione tradizionale e valutazione “autentica”: il modello di Kirkpatrick e la teoria di Wiggins

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La valutazione è una parte importante del percorso didattico moderno: si tratta del momento in cui, con criteri sistematici, i docenti valutano la performance dei discenti ma anche – conseguentemente – l’efficacia del loro stesso insegnamento, nonché la qualità dell’offerta formativa della scuola.

Le triplici direzioni della valutazione

La valutazione è una parte importante del percorso didattico moderno: si tratta del momento in cui, con criteri sistematici, i docenti valutano la performance dei discenti ma anche – conseguentemente – l’efficacia del loro stesso insegnamento, nonché la qualità dell’offerta formativa della scuola.

Se triplice è dunque l’oggetto della valutazione, sono anche tre i destinatari della stessa: tramite essa studenti, docenti e genitori vengono a conoscere, in diversi momenti, il livello di acquisizione degli obiettivi individuati ex-ante – nella fase della programmazione didattica.

È importante specificare, tuttavia, che la valutazione non è un giudizio assoluto e definitivo sugli scolari in quanto persone, ma può cambiare in itinere e, soprattutto, è relativo solamente agli obiettivi che ci si è prefissati in classe: sia a livello di conoscenza dei contenuti del curricolo, sia a livello di competenze (e di questo, bisogna ringraziare Grant Wiggins, citato più avanti).

Attori e tipologie

Chi valuta gli alunni è sicuramente il corpo docenti, ma nelle sue varie forme: la valutazione viene effettuata dai consigli di classe, di interclasse, dal collegio dei docenti e dal consiglio di istituto.

Tutto questo serve per non perdere di vista la relatività del giudizio, anche all’interno del contesto scolastico (in senso più lato) dove opera il ragazzo/a.

Si è detto che la valutazione rappresenta una parte integrante della progettazione curriculare, e in effetti – in accordo con quest’ultima – la valutazione comprende quattro momenti principali:

1- la valutazione iniziale e collettiva della classe;

2- la valutazione intermedia individuale del discente;

3- la valutazione finale o sommativa individuale (a conclusione del quadrimestre o dell’anno scolastico), che è comunque effettuata nel quadro della situazione della classe;

4- la valutazione formativa (ovvero le prove di verifica in itinere, o i corsi di recupero).

È importante ricordare che, in questo modello relativamente nuovo, la valutazione tradizionale ha perso via via i tratti di mero giudizio fino a diventare una sorta di supporto al discente per una sua auto-valutazione: si tratta quindi di una valutazione che “non spiega e non giudica”, ma è un sostegno all’apprendimento.

Valutazione “autentica” o “alternativa”

Questo shift del concetto di valutazione è avvenuto grazie all’operato di diversi pedagogisti, che hanno “sfidato” il modo usuale di intenderla. Nella docimologia tradizionale, infatti, essa veniva ricavata dalla mera differenza tra le aspettative dei docenti (risultati attesi, o obiettivi) e i risultati effettivamente raggiunti dallo/a scolaro/a, valutati col sistema dei voti: ciò rischiava di diventare un sistema di giudizio selettivo, che non valuta effettivamente le cosiddette “competenze” e la capacità di applicazione delle conoscenze degli alunni nella sfera pratica. G

razie a Wiggins e alla sua “valutazione alternativa”, nata negli Stati Uniti nei primi anni ’90, tutto questo cambiò, poiché si cominciò a valutare anche la capacità di generalizzare, trasferire e utilizzare la conoscenza acquisita nei contesti reali. Si cominciò a parlare di valutazione “autentica”: essa viene definita tale se è stata progettata per insegnare (non solo per misurare) e se fornisce un feedback significativo a studenti e a insegnanti (come succede con la moderna “auto-valutazione”). Non a caso, già prima di Wiggins, le teorie epistemologiche del costruttivismo sociale avevano indicato come la capacità di apprendimento degli individui sia migliore in situazioni contestualizzate.

Kirkpatrick e la valutazione “a quattro livelli”

Vanno ricordate, tuttavia, altre teorie di valutazione, che non ebbero probabilmente lo stesso successo di quello di Wiggins: ad esempio, quello nato all’alba degli anni ’70 ad opera di Donald  Kirkpatrick.

Egli fu fautore di un modello a quattro livelli (propedeutici tra loro), per valutare l’efficacia della formazione, ed ebbe largo seguito in Italia, anche se solo negli anni ’90: in seguito, fu abbandonato perché diversi studi dimostrarono come peccava di mancanza di correlazione tra i vari livelli.

Il modello è stato ispiratore delle ricerche di mercato volte a valutare la “customer satisfaction”, poiché il suo obiettivo  è proprio quello di misurare la soddisfazione, il gradimento e il tasso di interesse dei soggetti coinvolti nel processo di apprendimento.

Questo è possibile proprio grazie al loro feedback in merito, consegnato tramite un modulo standard e rigorosamente anonimo, che richiede valutazioni qualitative su scala Likert in forma di domande chiuse (ma anche con alcune domande aperte, dove il soggetto intervistato potrà fornire commenti aggiuntivi). Dunque, i quattro livelli da valutare sono:

1- la reazione dei destinatari del questionario verso le attività svolte.

2- L’apprendimento da parte di questi ultimi, ovvero quante conoscenze hanno trasmesso, quante abilità hanno sviluppato e quanti atteggiamenti hanno modificato grazie al processo formativo.

3- L’effettivo utilizzo di queste capacità sul lavoro.

4- I risultati finali, ovvero l’analisi delle ricadute delle attività svolte.

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