Per una valutazione oggettiva e realistica occorrono nuovi strumenti. Lettera

di redazione
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Fernando Mazzeo – La più alta percentuale al Sud di 100 e 100 e lode negli esami di maturità e i migliori risultati ottenuti al Nord nelle Prove Invalsi, dividono l’Italia tra settentrionalisti e meridionalisti, accendono il dibattito sulla valutazione (buonisti, permissivi, severi, tirati ecc.) e sui docenti bravi e meno bravi.

Tuttavia, in pochi si soffermano su un dato fondamentale: pur essendo a livello europeo il paese con il livello più basso di competenze in Italiano e Matematica e con il minor numero di diplomati, in tutt’Italia, nel corrente anno scolastico, è stato promosso il 99,8 per cento degli alunni negli esami di terza media e il 99,5 negli esami di maturità.
Da queste previe considerazioni si evince che il percorso scolastico italiano è molto complesso, articolato, accidentato, a tratti contraddittorio, e richiede non estemporanee considerazioni, ma una attenta analisi dal punto di vista normativo, culturale, scientifico, pedagogico e professionale.
Diversi gli interrogativi che potrebbero essere oggetto di riflessione: come mai i risultati si ribaltano passando da una valutazione oggettiva, standard ad una soggettiva e discrezionale? Perché i criteri di valutazione variano da Nord a Sud? Come è possibile spiegare percentuali altissime di promozioni, quando le recenti indagini ci dicono che in Italia si legge poco o niente e il 40 per cento della popolazione legge senza capire ciò che legge? Perché i docenti sono più propensi a promuovere e non a bocciare?
Per rispondere a queste domande bisogna, necessariamente, far riferimento alla normativa vigente, ai diversi contesti educativi e ai parametri valutativi utilizzati e adottati nelle varie scuole.
La valutazione degli alunni è disciplinata dall’art. 3 della legge 169/2008, dal DPR 122/99 e, recentemente, dallo schema di decreto sulla valutazione degli alunni (Atto Governo n. 384/2017).
Nella Scuola Primaria l’eventuale non ammissione deve avere carattere eccezionale, deve essere motivata e, comunque, essere assunta all’unanimità. Nella Scuola Secondaria di Primo Grado gli alunni devono conseguire la sufficienza in ogni disciplina nonché nel comportamento. L’eventuale decisione di non ammissione alla classe successiva o all’esame è, comunque, assunta a maggioranza da parte dei componenti del consiglio di classe. Nella Scuola Secondaria di Secondo Grado, nei confronti degli alunni che presentano un’insufficienza non grave in una o più discipline, il consiglio di classe prima dell’approvazione dei voti procede ad una valutazione sulla possibilità che lo studente superi la carenza formativa in tempi e modi predefiniti.
Nei confronti degli studenti nei quali sia accertata la carenza formativa, il consiglio di classe sospende lo scrutinio, prevedendo la sua effettuazione prima dell’inizio dell’anno scolastico successivo.
Nell’Atto di Governo n. 384/2017, la sufficienza non è più riferita alle singole discipline, ma al complessivo andamento degli apprendimenti (media di sei/10), la valutazione ha essenzialmente finalità formativa, non riguarda solo l’esito, ma anche il processo.
Da ciò si evince che la valutazione deve avere come parametro valutativo una determinata concezione dell’educazione della scuola e dei suoi metodi e, soprattutto, una visione dell’uomo e della società che va al di là dell’ambito scolastico e necessita, perciò, di un continuo controllo per verificarne il suo razionale procedimento ed i suoi risultati.
In pratica, le attività scolastiche si differenziano dalle altre attività perché finalizzate non a determinati risultati esterni funzionali all’inserimento nel mondo della produzione (acquisizione di specifiche competenze), ma alla completa ed armonica realizzazione di ciascun alunno. La selezione e la discriminazione non si esercitano più su di lui, ma sulle attività e sui metodi impiegati.
Una valutazione così intesa, non ha per oggetto il semplice profitto scolastico, ossia, il rendimento dell’alunno in ciascuna materia, non riguarda più l’accertamento dell’esistenza o meno del livello raggiunto per selezionare o discriminare l’alunno o eliminarlo (bocciatura). Lo scopo della valutazione è il suo incremento globale, mira, cioè, a porre in rilievo il comportamento dell’alunno in occasione di particolari attività, ad abituarlo ad autovalutarsi per dare significato alle sue azioni.
Pertanto, al docente viene chiesto di possedere in modo eminente la capacità di mettere in rilievo lo sforzo compiuto dall’alunno rispetto al suo punto di partenza e, quindi, la sua volontà di apprendimento. Inoltre, nella valutazione del programma di lavoro, il compito dell’insegnante non si risolve solo nella scelta dei contenuti, ma nel loro adattamento alle reali possibilità di ciascun alunno.
Questo ci fa capire, come giustamente ha precisato la presidente dell’Invalsi, che i test Invalsi, in quanto valutazione standard, sono cosa ben diversa dagli esami di maturità che, a livello valutativo, devono necessariamente prendere in considerazione diversi elementi.
I test sul modello Invalsi nascondono il pericolo della selezione, tanto più insidiosa quanto più mascherata di scientificità, mentre la valutazione educativa nasce come esigenza all’interno di un percorso formativo che è in stretta correlazione con lo sviluppo della personalità attraverso la mediazione della cultura.
Queste considerazioni potrebbero essere sufficienti per spiegare apparenti incongruenze o disparità valutative e, soprattutto, per scongiurare inutili contrapposizioni territoriali, battaglie tra poveri (docenti bravi e docenti meno bravi) e guerre etniche tra Nord e Sud.
Fino a quando non vi saranno interventi normativi chiari in grado di fornire gli strumenti per una valutazione oggettiva e realistica e soddisfare il bisogno di educazione di tutti i ragazzi, anche di quelli in difficoltà, i docenti preferiscono dormire sonni tranquilli e ridurre al minimo gli aspetti competitivi e selettivi della valutazione.

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