Valanga di NO all’abolizione degli scatti di anzianità. Le scuole salvano le 150 mila assunzioni

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Una valanga, un fiume in piena. I no al progetto sulla “Buona scuola” approntato dal Governo ormai non si contano. Da ogni parte d’Italia giungono alla nostra redazione documenti e mozioni approvate dai collegi docenti con cui gli insegnanti rimandano al mittente le Lenee guida sulla Riforma della scuola volute dal premier Matteo Renzi.

Una valanga, un fiume in piena. I no al progetto sulla “Buona scuola” approntato dal Governo ormai non si contano. Da ogni parte d’Italia giungono alla nostra redazione documenti e mozioni approvate dai collegi docenti con cui gli insegnanti rimandano al mittente le Lenee guida sulla Riforma della scuola volute dal premier Matteo Renzi.

Quest’ultimo, dando il via a consultazioni di massa, aveva invitato gli operatori scolastici, gli alunni, le loro famiglie e chiunque abbia a cuore i problema della scuola a leggerle e a fornire contributi per il loro miglioramento. Risulta pure che in molte scuole delle medie di secondo grado, i comitati studenteschi abbiano invitato i compagni delle singole classi a discutere il documento durante le assemblee di classe.

Nei giorni scorsi, ad esempio, il Collettivo Studenti di Rimini ha denunciato in piazza le consultazioni e l’assenza di democrazia all’interno delle scuole. Il pomo della discordia in questo caso sarebbe legato al divieto di partecipare direttamente alle consultazioni visto che gli unici invitati a partecipare sono i membri delle Consulte. Intanto, con due flash mob, gli studenti degli istituti superiori di Bologna hanno manifestato contro la “buona scuola. E il14 novembre gli studenti di Civitavecchia hanno contestato la Riforma definendo plebiscitarie le consultazioni in questione.

Ma torniamo ai docenti. Il liceo scientifico Tassoni di Modena boccia la Riforma della Scuola di Renzi, con 95 favorevoli e solo 5 astenuti e nessun contrario. Il collegio dei docenti dell’Istituto modenese vota un documento con cui rimanda al mittente la cosiddetta “Buona scuola”, un insieme contestato di Linee guida che Renzi ha chiesto ai docenti di tutta Italia di visionare prima della sua approvazione. I docenti modenesi scrivono che la scuola pubblica italiana è stremata da oltre un decennio di pesanti tagli e sta portando a compimento il primo ciclo di una riforma, la riforma Gelmini, che ha già fortemente modificato il sistema scolastico e ridotto il quadro orario. “Un intervento sulla scuola ulteriormente peggiorativo ci sembra quantomeno inopportuno. Nonostante il nostro paese sia il fanalino di coda nell’area Ocse per l’investimento finanziario nell’Istruzione, la scuola pubblica continua a mostrare resilienza e a funzionare: i nostri laureati continuano ad essere ricercati ed apprezzati all’estero.

Il lungo documento infarcito di buoni propositi, ricco di tabelle e scritto in un linguaggio rassicurante che utilizza le strategie retoriche del marketing, esprime principi che o sono ovvi o sono già in buona parte messi in atto nella prassi quotidiana”. Nessuno negherebbe, osservano i professori, che “la buona scuola debba essere dotata di un meccanismo permanente di innovazione e sviluppo e qualità della democrazia” oppure rigetterebbe “una scuola che include chi ha più bisogno”. Frasi come queste “sono ricorrenti, ma è necessario concentrarsi sulla sostanza del documento, capire che cosa si intende per cambiamento e con quali metodi lo si intende realizzare. Proviamo ad esaminare alcuni aspetti. “L’assunzione di 150.000 precari, ovviamente una buonissima cosa in sè, è stata sollecitata dalla procedura di infrazione aperta dalla Commissione Europea. Quindi si fa di necessità virtù e si crea un contingente da utilizzare in modo flessibile per supplenze brevi o arricchimento dell’offerta formativa, su reti di scuole. Si rischiano ulteriori instabilità e mobilità. Con il tipico linguaggio del “cambiamento”, tra metafore calcistiche ed espressioni dell’inglese economico, si ipotizza l’abolizione degli scatti di anzianità a favore dell’introduzione degli scatti di competenza.

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La competenza o merito, basata su crediti didattici, formativi e professionali, è giudicata da un comitato di valutazione e riservata al 66 per cento della categoria. Il Tassoni considera “profondamente iniquo definire a priori una quota di meritevoli, e riteniamo inoltre che l’esperienza acquisita sul campo sia ancora un valore nel lavoro e quindi nell’insegnamento”. Riguardo alla valutazione del merito, “i docenti del Tassoni non sono contrari ma ritengono loro imprescindibile diritto che la valutazione sia effettuata da figure imparziali di altissima competenza ed esperienza sia nella disciplina specifica, sia nella metodologia e didattica. Ritengono inoltre che la valutazione debba essere improntata a criteri condivisi. Stabilire a monte che i meritevoli sono il 66 per cento della categoria, oltre ad essere ingiusto, instaura una forte competitività tra i docenti per un modesto avanzamento salariale, un bonus temporaneo di 60 euro da ridefinire ogni 3 anni. I docenti da un lato sono invitati a lavorare in sinergia, dall’altro sono posti in concorrenza tra di loro”. Il testo prevede che, per accedere al bonus, i “docenti mediamente bravi” potranno volere spostarsi in scuole dove la media dei crediti maturati è bassa e contribuire al loro miglioramento. “Si evince una logica basata sulla competitività individuale che, per quanto convincente, lede i principi cardine della scuola pubblica: la collaborazione e la condivisione”. I docenti si dicono preoccupati dell’organico funzionale di rete e della revisione del loro status giuridico, in spregio alla contrattazione collettiva. E’ accettabile che una materia così importante e delicata sia oggetto di una consultazione on line? In conclusione, “il documento manca di una visione complessiva della scuola e presenta punti oscuri e contraddizioni anche terminologiche. Il timore è che prevalga una logica aziendalistica, verticistica e privatistica in un contesto delicatissimo di formazione di adolescenti”.

Sulla stessa lunghezza d’onda la mozione approvata dai docenti dell’I.T.C.G. “Carlo Matteucci” di Roma, riuniti in Collegio docenti il giorno 11 novembre 2014. “Cominciamo con l’affermare che non condividiamo l’impostazione generale del documento emanato dal Ministero dell’Istruzione – si legge nella mozione – perché si pone agli antipodi rispetto a ciò che noi abbiamo sempre concepito come scuola e professione docente. Ogni passo della Buona scuola promana un’esasperata concorrenzialità fra gli insegnanti, suddivisi in innovatori naturali, “buoni”, mediamente buoni e cattivi. Tale rigurgito di manicheismo sommario non rende giustizia all’impegno collettivo di una categoria che – nel complesso e salvo poche e facilmente individuabili eccezioni – si prodiga, in perfetta solitudine e ben al di là degli obblighi contrattuali, per sorreggere la traballante impalcatura scolastica, resa tale da un venticinquennio di scelte politiche e relative riforme, basate su uno pseudo modernismo i cui obiettivi oggi appaiono in tutta evidenza: regalare l’istruzione al profitto privato”. Secondo il documento del “Matteucci”, si vuole introdurre una concorrenza tra soggetti che dovrebbero cooperare e che invece si vedranno costretti a competere”

È facile immaginare “la deriva alla quale condurrà un simile impianto: la caccia ai corsi di aggiornamento più remunerativi (non necessariamente i più utili) nell’attribuzione dei crediti”. In mancanza di un impegno del Ministero nel garantire e organizzare l'aggiornamento, diventa poi “lecito supporre che l’iniziativa sarà lasciata alla gestione dei privati, con un conseguente e pericoloso mercato di corsi e titoli, che andranno a pesare sulla già magra disponibilità economica dei docenti”. Non piace neppure lo svolgimento d’incarichi aggiuntivi all’interno della scuola poiché “aprirà un nuovo fronte concorrenziale. Tali incarichi, poiché daranno accesso allo scatto stipendiale, probabilmente saranno accettati dai docenti più competitivi, con disponibilità gratuita, innescando rapporti sleali e conflittuali, antitetici ad un clima di fattiva collaborazione, necessario alla realizzazione di un autentico percorso educativo”. Il testo afferma che la qualità della didattica sarà il criterio di valutazione più importante del docente che vorrà fare carriera nella scuola. Ma, “a parte il brutale e immediato accostamento – quasi un baratto, dicono i docenti – fra lo spessore formativo dell’insegnamento e il carrierismo, ci si domanda: chi ha la competenza per valutare l’attività didattica di un insegnante? E soprattutto: in che modo tale attività sarà rilevata, dato che il docente è solo di fronte alla classe? Forse in aula ci saranno degli osservatori permanenti?

Quanto al chi giudicherà l’operato, nonostante la vaghezza al riguardo, ci è dato capire che tale compito sarà affidato al dirigente scolastico e al Nucleo di valutazione interno. Quest’ultimo nella nuova, sedicente buona scuola avrà un ruolo tutt’altro che secondario: prescelto dal D.S. fra i docenti cosiddetti bravi (o forse bravissimi),costituirà uno dei più importanti organi di governo scolastico”. In particolare, il Nucleo, a cui partecipa anche un membro esterno, vaglierà il portfolio del docente, nel quale confluiranno i crediti riconosciuti durante la carriera e il curriculum personale del docente. Dunque svolgerà una vera e propria azione di giudizio, “senza peraltro possedere le specifiche competenze professionali, né gli obiettivi elementi di fatto”. Il documento della scuola romana è al fulmicotone, una sorta di furia: Vi si legge ancora: “Nonostante i richiami del documento a eminenti personaggi della scuola italiana quali Don Milani, don Bosco, Loris Malaguzzi e Maria Montessori, siamo convinti con Vertecchi che ‘Tutti e quattro, se fossero stati controllati come vuole il governo, ne sarebbero usciti con le ossa rotte’.

Nell’ansia di gerarchizzare la scuola si crea un’arbitraria oligarchia di predestinati al comando, costituita dai membri del Nucleo di valutazione e da un’altra fantasiosa figura denominata Docente Mentor”. Quest’ultimo, secondo i redattori delle Linee Guida, “segue per la scuola la valutazione, coordina le attività di formazione degli altri docenti, compresa la formazione tra pari, sovrintende alla formazione dei colleghi, accompagna il percorso dei tirocinanti e in generale aiuta il preside e la scuola nei compiti più delicati”, legati alla valorizzazione delle risorse umane nell’ambito della didattica: “Una sorta di Superman scolastico!”, ironizzano i docenti del Matteucci”. Ai quali sembra del tutto arbitraria, perché predefinita, la quota 66 per cento che costituirebbe la percentuale degli aventi diritto allo scatto stipendiale di merito: “Come si fa a sapere in anticipo quanti saranno i docenti cosiddetti bravi in una scuola? Potrebbero essere il 99 per cento o il 5 per cento. Con quale criterio si è deciso che i due terzi degli insegnanti saranno meritevoli e il restante terzo no?” Al di là degli slogan populistici e paternalistici, “il dato di fatto obiettivo è il passaggio di una parte strutturale dello stipendio – gli scatti d’anzianità, appunto – dalla contrattualizzazione all’“elargizione” eventuale: ciò segna per gli insegnanti un arretramento inaccettabile sul piano sindacale e professionale”. Il modello di scuola previsto dal Ministero, secondo molti, sarebbe fortemente caratterizzato dall’intervento dei privati, ma “consegnare la scuola pubblica nelle mani dei privati, dicono i docenti del Matteucci, ci sembra un atto sconsiderato, contrario allo spirito della Costituzione”. I docenti apprezzano la soluzione del precariato ma ricordano come essa stessa sia un atto dovuto e indotto dalla violazione di norme comunitarie. Inoltre, il destino dei precari non è affatto chiaro.

“Per i neo-assunti, infatti, si profila un contratto-capestro che prevede la possibilità di svolgere il servizio "in una provincia della stessa regione o anche in una regione diversa da quella di appartenenza”; l’insegnamento di materie affini alla propria; l’assegnazione all’organico funzionale di una scuola o reti di scuole: sessantamila nuovi assunti saranno utilizzati nelle supplenze: “E’ è un ricatto bello e buono”.

Sempre a Roma I docenti del Liceo Virgilio esprimono totale dissenso verso la “Buona scuola”. E’ vero che ammettono di apprezzare il piano di assunzioni del Governo, quale “atto di giustizia dovuto per i tanti insegnanti che hanno prestato un servizio necessario al funzionamento della scuola senza vedersi riconosciuti i loro diritti di lavoratori e pertanto non possiamo che accoglierlo con favore”. Tuttavia “la soluzione proposta del serbatoio di supplenti per le scuole consorziate in rete non produrrà, a nostro avviso, nessun miglioramento nella qualità dell'istruzione, anzi avrà effetti negativi, come quello dell’ ulteriore impoverimento culturale degli alunni già penalizzati dalla riduzione delle ore d’ italiano, geografia e di altre discipline prevista nella recente riforma; infatti potranno essere impiegati nelle supplenze docenti di classi di concorso di materie affini che non hanno un’adeguata formazione universitaria e non hanno potuto ricevere il necessario aggiornamento. Sarebbe più opportuno assumere i docenti precari per coprire i posti vacanti e per un’azione di supporto e/o per il recupero pomeridiano degli alunni con difficoltà scolastiche, soprattutto in ragione del mutamento sociale del nostro paese in cui aumentano il numero degli alunni immigrati e quello degli abbandoni scolastici per motivi economici e sociali”.

I professori del Virgili si dicono fortemente preoccupati della proposta di modifica dello status giuridico del docente, materia finora oggetto di contrattazione sindacale. “La progressione di carriera e gli scatti di competenza connessi vengono aprioristicamente previsti solo per un 66 per cento del corpo docente ( di una scuola o di reti di scuole), in seguito al conseguimento di crediti didattici, formativi e professionali; il c.d. portfolio del docente, costituito dalla certificazione di queste esperienze professionali e culturali, sarebbe il risultato di un meccanismo concorrenziale tra i docenti stessi, contrario al clima di collaborazione necessario al buon funzionamento della didattica. Inoltre il portfolio, approvato annualmente dal nucleo di valutazione e consultabile on-line dai Dirigenti, creerebbe una competitività tra scuole trasformando i docenti in merce da esporre in vetrina o da tenere dietro le quinte, a danno della loro dignità umana e professionale”. Peraltro, prosegue la mozione, “gli aumenti di 60 euro ogni tre anni probabilmente sono meno di quanto un docente avrebbe potuto maturare con gli scatti di anzianità sommati all'adeguamento dello stipendio all'inflazione e, cosa assai grave, sarebbero finanziati con quanto sottratto ai colleghi giudicati “non meritevoli” dal nucleo di valutazione. Infine, “non si può escludere che a distinguere tra docenti di serie A e di serie B possa concorrere un fattore assolutamente estraneo alla preparazione, alle capacità didattiche e all'aggiornamento conseguito: il gradimento del Dirigente.

Qualora poi tale gradimento fosse condizionato anche dal giudizio delle famiglie, si tratterebbe di una strisciante forma di privatizzazione della scuola pubblica, nella sua forma più deleteria”. Per quanto riguarda i contenuti degli apprendimenti, i professori della scuola romana esprimono “i nostri dubbi sulla effettiva compatibilità delle attuali strutture scolastiche con il potenziamento della storia dell'arte, della musica e dell’ educazione fisica: è necessario prima investire fondi nell'edilizia scolastica per ovviare alla carenza di strutture e per creare ambienti davvero idonei alla didattica di quelle discipline. Il ricordo delle “tre I” ( Internet, Inglese e Impresa), vessillo di rinnovamento di un governo di qualche anno fa, non è tanto lontano da non riconoscere nella rivisitazione in chiave ludica delle nuove tecnologie (si veda l'invito a pratiche denominate con i termini coding, gamification etc.), nell'inglese come lingua veicolare delle tecnologie stesse e nell'introduzione dell'economia tra le discipline curriculari la riproposizione di un modello egemone di cultura tecnologico-finanziaria; di nuovo la cosiddetta “cultura del fare” appare in alternativa o in sostituzione all’educazione al pensiero critico”.

Ancora a Roma: Il Collegio dei docenti dell’I.C. “Piazza Minucciano” ha deliberato all’unanimità un documento secondo il quale, tra l’altro, la scuola è buona quando la totalità dei suoi docenti è messa nelle condizioni di esprimere la massima professionalità. Questo principio dovrebbe guidare le azioni riformatrici della scuola da parte del nostro Governo che invece, “da quanto si evince dal documento programmatico, vuole deprimere la professionalità della classe docente piuttosto che motivarla. Noi docenti contestiamo che un governo legiferi su materie che dovrebbero essere materia di contrattazione collettiva nazionale, in conformità con lo spirito della Costituzione Italiana, e che solo il 66 per cento dei docenti sia messo nelle condizioni di operare esprimendo al massimo le proprie competenze professionali.

Gli insegnanti si fanno altresì promotori di alcune proposte dirette alla rimodulazione dell’orario di servizio (oltre alle ore frontali) che preveda un numero maggiore di ore da dedicare al confronto tra colleghi, per favorire un’azione didattica il più possibile condivisa, e un maggiore spazio al confronto con i genitori, per attivare le indispensabili sinergie educative; la creazione di un organico funzionale per ciascuna scuola e non per ciascun distretto, per supportare concretamente ed efficacemente l’azione dei docenti curricolari e permettere un reale ampliamento dell’offerta formativa, finalizzandolo in particolare alla rimozione di tutti gli ostacoli, secondo quanto sancito dall’art. 3 della Costituzione; l’implementazione delle ore di sostegno e/o di assistenza degli educatori, in ragione delle oggettive necessità costituzionalmente garantite per fornire degna assistenza ai bambini disabili nelle scuole; l’adeguamento del rapporto numerico docenti/alunni alla tendenza europea (non è possibile che esistano classi con più di 25 alunni ed è auspicabile che il numero sia ulteriormente ridotto a 20 in presenza di problematiche certificate e/o di gravità conclamate e in assenza di tutor specializzati); l’attivazione delle consulenze specialistiche necessarie a rendere sempre più efficaci le risposte dei bisogni educativi degli alunni (problemi relazionali, condotte oppositive e provocatorie, condotte auto lesive, particolari situazioni psicologiche da dipendenze); una valutazione della classe docente che venga effettuata dopo aver chiarito i contenuti, i criteri e, soprattutto, dopo aver messo gli insegnanti nelle condizioni di realizzare le proprie programmazioni conformemente alle istanze sopra esposte. “Rifiutiamo quindi – inistono i proferssori – una scuola che si basi sulle differenze e sulla competizione, che presupponga e tolleri un 34 di serie B”.

Sempre nella Capitale, il Collegio dei Docenti dell’IC Via Laparelli 60 di Roma, dopo un’attenta analisi esprime grande preoccupazione per quanto previsto dalla proposta per la Buona scuola e respingono il piano con un solo astenuto. Ecco alcuni punti critici. Il piano, secondo gli insegnanti interviene su una serie di materie che oggi sono oggetto di contrattazione a livello nazionale e di contrattazione integrativa di istituto: progressioni stipendiali, mobilità del personale della scuola a livello regionale o locale, attribuzione degli incarichi aggiuntivi. Inoltre, la riforma non prevede investimenti nella scuola pubblica, tranne che per la stabilizzazione dei precari, provvedimento in realtà già previsto dalla normativa europea, per cui tutte le novità inserite nella proposta verrebbero attuate a costo zero. “Le nuove assunzioni, di cui parla la riforma, appaiono funzionali solo ad una parziale copertura delle necessità di supplenza; l’organico funzionale, citato nella riforma, di fatto non aggiungerebbe cattedre all’organico di diritto ma creerebbe solo bacini di utenza a disposizione delle scuole o reti di scuole per coprire le assenze brevi”.

Il documento invece “non parla affatto del vero strumento utile per riequilibrare gli organici: l’abbassamento del numero degli alunni per classe, fondamentale per garantire efficacia negli interventi educativi e didattici e reale attenzione alla diversità dei bisogni e delle risorse di ciascuno”. E “non fa menzione del ripristino delle ore di compresenza nella scuola primaria. Pertanto, il docente dovrà continuare da solo a dover gestire classi troppo numerose, attuandovi didattiche personalizzate/differenziate per gli alunni bes, dsa o diversamente abili (nelle ore in cui per questi ultimi non è presente l’insegnante di sostegno)”. Analoghe critiche verso la riforma della carriera e dei nuovi scatti di competenza, nonché verso il paventato ingresso dei privati nella scuola pubblica.

Intanto, l’assemblea dei docenti del Liceo Scientifico TALETE, sempre a Roma, esprime “un parere profondamente negativo sulla proposta in atto, ritenendo che apporti un grave peggioramento, sia per gli studenti, dal punto di vista pedagogico, didattico e formativo, sia per i docenti, ledendone la professionalità e la dignità”. Analoghi a quelli ravvisabili in tante altre mozioni i motivi di contestazione. Si aggiunge che “la proposta di riforma incide in modo totalmente negativo sugli Organi Collegiali, basandosi anche sui dettami del contestato decreto Ghizzoni-Aprea. Sarà infatti previsto un Consiglio dell’istituzione scolastica, presieduto dal DS con la presenza di esterni (una sorta di consiglio di amministrazione); il Consiglio Docenti (ex collegio Docenti) potrà esprimersi solo sulla programmazione didattica”. Inoltre, “nel testo analizzato si legge che la scuola paritaria sarà finalmente promossa e messa sullo stesso piano della scuola pubblica, prevedendo la detassazione delle spese delle rette.

Questo, come noto, va contro i dettami costituzionali (art. 33 e 34), che non prevedono oneri per lo Stato dedicati alle scuole private”. Infine, si sottolinea come nella proposta di riforma non sono riconosciuti, né il valore del lavoro ATA nel POF d’Istituto, né le maggiori responsabilità e complessità del lavoro ATA nella realizzazione del progetto didattico. Non è predisposto, inoltre, un piano di stabilizzazione, come per i docenti, che restituisca l’organico ATA, già tagliato di 45.000 unità negli ultimi tre anni; infine, la riforma non consolida in diritto gli attuali posti in organico di fatto”. I docenti del Talete chiedono altresì il rinnovo immediato del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del comparto scuola e la restituzione dei 200 euro mensili (perdita stimata a causa del prolungato blocco degli stipendi) e l’adeguamento dello stipendio dei docenti e di tutto il personale della scuola secondo le medie europee”, nonché “lo sblocco degli scatti di anzianità ed il loro mantenimento in essere e una rivisitazione dell’orario lavorativo del docente, in cui si tenga conto di tutte le ore di lavoro sommerso”.

Profonda preoccupazione “per ciò che si configura come un disegno atto a promuovere un’idea di scuola-azienda alternativa al concetto di scuola per l'uguaglianza così come concepita dalla nostra Carta Costituzionale viene espressa dal Collegio dei Docenti dell’Istituto Comprensivo Verdi di Firenze, che contestano il cuore delle Linee Guida sulla “Buona scuola”, quali l'aumento dei poteri del dirigente scolastico “che scardina i principi della democrazia scolastica fondata sul pluralismo e sulla libertà d'insegnamento, ponendo il personale in un rapporto di sudditanza”; l'ingresso dei privati nella scuola “che, a vantaggio delle logiche del mercato, radicalizza la sperequazione tra indirizzi, territori e destinatari, mina l'unitarietà del sistema scolastico statale e scardina il concetto di scuola come luogo di produzione di un sapere disinteressato”; l’introduzione di un sistema competitivo che, “con la competizione di un insegnante contro l’altro nella corsa ai crediti e alla progressione stipendiale, si traduce in una rivalità permanente fra colleghi e in una gerarchizzazione del corpo docenti contraria allo spirito di collegialità, condivisione e cooperazione su cui si fonda la vita scolastica”; il potenziamento di un sistema di valutazione che genera un sapere standardizzato e impoverito e un abbassamento della qualità dell’istruzione”; l'equiparazione della scuola pubblica con la scuola privata “che, in nome di un distorto concetto di pluralismo, contravviene ad un chiaro dettame costituzionale ed al principio di uguaglianza a cui la scuola statale si ispira”. I docenti fiorentini denunciano “l’uso strumentale e propagandistico del piano di assunzione dei precari, ai quali non viene altro che doverosamente riconosciuto un diritto maturato negli anni dal lavoro svolto nella scuola, diritto alla stabilizzazione peraltro già previsto dalla legge finanziaria del 2007 e imposto dall'Unione Europea”.

Lascia perplessi i docenti concittadini del premier, inoltre, “l’assenza nel documento di governo di un qualsiasi riferimento al personale ATA, agli studenti e alle studentesse e alle loro famiglie come componente integrante, attiva e partecipe della vita scolastica”.

Dal canto suo, l’assemblea dei docenti e del personale Ata dell’I.C. n 8 di Bologna esprime totale dissenso per ciò che si configura come un disegno atto a promuovere un’idea di “scuola-azienda” alternativa al concetto di “scuola per l'uguaglianza” così come concepita dalla nostra Carta Costituzionale. I docenti respingono il piano scuola proposto dal presidente del Consiglio per molti motivi.

Eccone alcuni:

  1. “Dare al paese una Buona Scuola…”, “All’Italia serve una Buona Scuola” indica come presupposto che la scuola attuale non sia buona. “Il documento del governo parte dallo stesso errore di tutti i governi che lo hanno preceduto. La Buona Scuola c’era e c’è, bisogna metterla in condizione di migliorare ancora; per farlo ci vogliono le risorse. Il documento del governo non prevede finanziamenti e dichiara esplicitamente che le risorse pubbliche non saranno sufficienti, che occorrerà attingere a finanziamenti privati, mettendo la scuola alla mercé di chi paga”.
  2. L'aumento dei poteri del dirigente scolastico scardina i principi della democrazia scolastica;
  3. Il piano interviene su una serie di materie che sono oggi oggetto del CCNL o della Contrattazione Nazionale di II livello: progressioni stipendiali, mobilità del personale della scuola a livello regionale o locale, attribuzione incarichi aggiuntivi;
  4. L’abolizione degli scatti di anzianità, previsti in tutti i contratti e l'accesso alle progressioni per il solo 66% del personale “è penalizzante e mortificante per la totalità dei docenti; discutibile in quanto stabilisce a monte una soglia di meritevoli e una percentuale di personale che sarà esclusa da qualsiasi progressione di stipendio; problematica quanto all'individuazione di criteri di definizione di tale merito”. La proposta di riforma interviene in senso considerato peggiorativo – “come il vecchio DDL Aprea-Ghizzoni” – sugli organi collegiali, riducendo il ruolo dei lavoratori e rafforzando quello del Dirigente Scolastico e dei soggetti privati, di cui è previsto l’ingresso anche nel Nucleo di Valutazione.
  5. “L’equiparazione della scuola pubblica con la scuola privata, in nome di un distorto concetto di pluralismo, contravviene ad un chiaro dettame costituzionale ed al principio di uguaglianza a cui la scuola pubblica s’ispira, a differenza della scuola privata”.

I docenti propongono invece una discussione sulle politiche scolastiche sostenendo la Legge d’iniziativa popolare “Per una buona scuola per la Repubblica” recentemente presentata in Parlamento e che al momento rappresenta l'unica proposta organica alternativa al piano del governo e ritengono che per rilanciare e riqualificare l’istruzione pubblica statale occorrano risorse economiche aggiuntive, sottratte in questi ultimi anni da tutti i governi, per riportare la spesa dell'Italia in istruzione, formazione e ricerca ai livelli della media europea”.

Analoghe prese di posizione si registrano a Padova, dove il Collegio dei docenti dell’istituto Ruzza esprimono all’unanimità profonda preoccupazione per i tanti punti critici ravvisati nella proposta governativa. Il Collegio dei docenti ritiene, tra l’altro, che “per rilanciare e riqualificare l’istruzione pubblica statale occorrono risorse economiche aggiuntive, sottratte in questi ultimi anni da tutti i governi, per riportare la spesa dell’Italia in istruzione, formazione e ricerca ai livelli della media europea, cioè al 6 per cento del PIL, come è espressamente richiesto dalla legge di iniziativa popolare ‘Per una buona scuola della Repubblica’, sottoscritta da centomila cittadini, diventata disegno di legge, attualmente depositato in Parlamento e pronto per essere discusso, se si volesse ascoltare chi nella scuola vive e lavora”.

Sempre a Padova, i docenti e il personale Ata del Primo Istituto Comprensivo Statale "F. Petrarca" di Padova, in occasione dell'assemblea del personale indetta dalle RSU, esprimono dissenso verso il progetto complessivo della Buona scuola, che “non può definirsi un investimento nella Scuola Statale, in quanto l’unica spesa prevista,quella per l’assunzione dei precari è evidentemente finanziata con tagli di spesa in altri settori (blocco contratti, taglio della progressione economica fino al 2018 almeno, taglio delle supplenze brevi)”. I docenti si dicono “contrari al completo abbandono della progressione economica per anzianità, presente in tutto o in parte sia in altri contratti collettivi nel nostro Paese, sia nei contratti degli insegnanti nella gran parte dei Paesi europei ed esprimono grandi perplessità verso tutti gli altri punti del piano di Renzi per la nostra scuola, al pari di quanto emerge in altre mozioni firmate in altre scuole italiane. In particolare si stigmatizza l’idea di una continua competizione interna tra pari per il salario e la “mobilità coatta legata al merito, che potrebbe comportare un elemento di forte discontinuità negli organici”.

Il personale docente e Ata del Liceo “F. Enriques” di Livorno, riunito in assemblea sindacale, dopo aver analizzato il piano, contesta tutto compresa “la suddivisione di assunzioni su posti vacanti e su organico funzionale, ritenendo che questa distinzione possa istituire elemento di discriminazione nelle tutele del posto di lavoro e non ravvisando, nel Piano, i criteri con cui si procederebbe al diversificato reclutamento. Negativo anche il fatto che nel piano delle assunzioni non siano inclusi i docenti abilitati PAS e TFA, che pure hanno partecipato a iniziative abilitanti promosse da Ministero”. Respinge pure l'istituzione del Registro contenente il portfoliodei crediti del singolo docente, in particolare per l'uso che nel Piano viene prefigurato. “Si avrebbe infatti la discrezionalità del Dirigente Scolastico anche di attingere al Registro per reclutare personale e creare la propria squadra, intervenendo su processi finora ben definiti dai contratti sulla mobilità e aprendo di fatto la strada al sistema della chiamata diretta”.

Ma torniamo a Roma. L’assemblea sindacale del Liceo “Benedetto Croce accoglie l’invito proveniente dal Governo ma esprime profonda preoccupazione. “I 12 punti in cui il documento governativo è articolato disegnano un’idea di scuola che si allontana dai riferimenti di principio contenuti nella carta costituzionale e che per questo non condividiamo. Pensiamo ad una scuola per tutti, per il cittadino, per il lavoratore, così come sancito nell’articolo 3 della Costituzione, strumento di emancipazione e di costruzione egualitaria della cittadinanza. Dunque in quanto istituzione deputata all’attuazione del principio di uguaglianza e pari opportunità sanciti dalla Costituzione la scuola pubblica deve essere finanziata dallo Stato. La consultazione diretta telematica di studenti, famiglie e insegnanti rischia di banalizzare le complesse problematiche del mondo della scuola e tende ad aggirare sia la discussione in Parlamento sia il confronto con le parti sociali”. Ma cosa preoccupa di più? “Ci preoccupa la definitività e perentorietà con cui si presenta la volontà di modificare lo stato giuridico degli insegnanti: cancellando nei fatti la negoziazione e la contrattazione si agisce in modo normativo e dunque impositivo su questioni riguardanti il rapporto di lavoro, in continuità evidente con la precedente legge (cosiddetta) Brunetta. La nostra riflessione non può che partire dall'impatto profondamente negativo che hanno avuto sull'azione didattica, ed educativa in genere, le politiche degli ultimi anni, caratterizzate dai tagli di 8 miliardi di euro e di oltre 130.000 unità di personale tra docenti e ATA del 2008; dal costante assottigliamento del MOF ormai ridotto a meno di un terzo rispetto al 2010; dalla sostanziale cancellazione dei fondi per l'autonomia scolastica L.440/97”.

Sempre a Roma, “i docenti dell’Istituto Comprensivo “Viale Venezia Giulia” esprimono all’unanimità grande preoccupazione e dissenso nei confronti delle scelte politiche del governo e della ministra Giannini per i seguenti aspetti della riforma, di cui giudicano negativamente la ricaduta didattica e denunciano anche il protrarsi del blocco del contratto fino al 2019, l'eliminazione delle graduatorie di istituto di seconda e terza fascia ed il relativo licenziamento di centinaia di migliaia di colleghi precari; l'istituzione di un organico di rete e l'assunzione del personale della scuola “per competenze”, con il rischio evidente di arrivare a situazioni di chiamata diretta da parte dei presidi”.

Qui Brescia. I docenti del Liceo scientifico di Stato “N. Copernico”, contestano la modalità della “consultazione” attraverso il questionario on-line. E questo perché, stando al loro documento, “le domande sono talvolta tendenziose e vincolanti, le questioni tecniche affrontate dal documento comportano ricadute complesse nella gestione della scuola e richiedono una buona conoscenza dei meccanismi interni di un istituto; un questionario non è uno strumento di discussione e di condivisione, né sono affidabili i dati statistici che ne derivano e che possono facilmente essere manipolati. L’aspetto economico, il profilo professionale e il carico di lavoro devono essere trattati in parallelo e nel contesto delle opportune sedi contrattuali, con successiva consultazione dei lavoratori”. Inoltre si dicono “nettamente contrari alla proposta della “nuova progressione di carriera” esclusivamente per “merito” atteso che il nuovo sistema comporta il fatto che un’ampia parte di docenti verrà pagata considerevolemente meno di quanto previsto dall’attuale contratto, pur sostenendo un carico di lavoro uguale o addirittura maggiorato”. Peraltro, proseguono i professori, “per chi svolge correttamente il proprio lavoro, l’esclusione dal gruppo dei premiati risulterà demotivante e controproducente: invece di favorire un proficuo clima di collaborazione, si fomenteranno comportamenti di individualismo e di rivalità personale. Per lo stesso motivo la prospettiva di trasferimenti dei cosiddetti mediamente bravi presso scuole meno brillanti è scarsamente credibile. Si aggiunga che il costo dei trasporti prosciugherebbe il vantaggio economico”. I docenti ammettono che il principio di premiare i “migliori” non è in se stesso negativo, ma non può essere attuato riducendo in prospettiva a molti un compenso già inadeguato rispetto al carico di lavoro”. Infine, la Banca delle ore: “Chiediamo che la “Banca del tempo” sia attivata dal Consiglio di Istituto esclusivamente per restituire ai docenti le ore che spendono gratuitamente oltre al proprio orario: accompagnamento delle classi a visite guidate, spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche, e altro”.

A Viareggio, l’assemblea dei docenti dell’istituto Galilei-Artiglio boccia con 67 voti a favore della mozione il piano “La buona scuola” ed esprime profonda preoccupazione e forte contrarietà a tutti contenuti di questa ennesima riforma della scuola che reputano peggiorativa non solo delle condizioni di lavoro di chi la scuola l'ha portata avanti in questi anni, ma anche e soprattutto della didattica, con grave danno per gli studenti su cui paradossalmente il progetto di Renzi dice di voler investire”. Ulteriori segnalazioni da Padova dove anche i docenti dell’I.I.S. “P. Scalcerle” di dicono no.

Come agli insegnanti delle scuole primarie di Santorso (Vicenza). Un no secco anche dai docenti dell'Istituto "A. Maiuri" di Napoli mentre un atto simbolico ed evocativo giunge da Pontassieve, dove il collegio dei docenti dell’I.I.S. Balducci, dove insegna Agnese Renzi, moglie del premier, che non ha partecipato alla votazione, boccia il progetto a maggioranza, con 38 voti a favore della mozione.

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