Vaia (direttore malattie infettive Spallanzani) su contagio a scuola: diminuzione del numero di alunni nelle classi è fondamentale. Il vaccino? Bisogna farlo [INTERVISTA]

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In questa pandemia i vaccini possono essere la chiave di volta per un graduale ritorno alla normalità, ma dobbiamo continuare, almeno ancora per un po’ di tempo, a convivere con le norme di contenimento che ci hanno accompagnato nell’ultimo anno e mezzo. Ne abbiamo parlato con il Professor Francesco Vaia, Direttore Sanitario dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani.

In questa pandemia i vaccini possono essere la chiave di volta per un graduale ritorno alla normalità, ma dobbiamo continuare, almeno ancora per un po’ di tempo, a convivere con le norme di contenimento che ci hanno accompagnato nell’ultimo anno e mezzo. Ne abbiamo parlato con il Professor Francesco Vaia, Direttore Sanitario dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani.

Professor Vaia, la scuola è stata fortemente penalizzata in questo periodo di pandemia. Appena saliva la curva di contagio si procedeva immediatamente con la sua chiusura. Tuttavia questo provvedimento si è dimostrato poco efficace nel contenimento del virus e nel contempo ha provocato forti disagi in particolare agli studenti della scuola secondaria di secondo grado. Tra i giovani sono stati registrati forti aumenti di problemi psicologici e di atti di autolesionismo. Cosa si sente di consigliare per trovare un giusto equilibro tra contenimento del virus e tutela dei nostri ragazzi?

Sono intervenuto diverse volte su questo tema, ora lo vorrei dire in una maniera più propositiva. Siamo a maggio e i dati a disposizione sono molto confortanti, anche lo scorso anno a maggio i dati erano buoni tant’è che molte persone pensavano di riaprire tutto rapidamente. In Italia sono sempre stato considerato una tra le persone più “aperturiste”, ma tengo a precisare con rigore. Dobbiamo riaprire tutta la nostra società, in tutti i suoi segmenti, a partire dalla scuola. Mi sono molto battuto perché la scuola riaprisse, ma dobbiamo considerare che per un tempo determinato, speriamo il più breve possibile, dobbiamo ancora mantenere il nostro atteggiamento rigoroso rispetto alle misure di contenimento al virus. Ribadisco ciò che ho detto a maggio dello scorso anno, per la scuola, segmento sensibile della società così come il trasporto pubblico, bisogna avviare un vero e proprio piano Marshall. In tal senso ho fatto un appello anche al Presidente del Consiglio Draghi, una persona molto sensibile, perché venissero presi in considerazione interventi sostanziosi per la scuola e per i trasporti, quello che definisco, per rendere l’idea, un piano Marshall. Bisogna fare delle cose molto semplici, la scuola è un contenitore, nella scuola non si è mai formato il contagio, nella scuola si è portato il contagio e potrebbe portarsi il contagio. Delle tre regole di contenimento del virus, quella che forse potremmo definire più importante è il distanziamento, perché se riusciamo a mantenere un distanziamento adeguato tra le persone è evidente che il contagio diventa difficile. Quindi la prima cosa da fare è aumentare questo recipiente, la ricettività della scuola, ed eliminare quelle che vengono definite classi pollaio, purtroppo ancora presenti nella nostra realtà scolastica. La diminuzione del numero di alunni nelle classi è fondamentale, questo potrebbe determinare altre necessità come l’aumento del personale scolastico, sia docente che non docente. Per questo ci vuole un piano Marshall, bisogna investire ancora di più nella scuola, aumentandone la ricettività, gli spazi liberi, il personale e per questi ultimi, mi preme dirlo, bisognerebbe pensare anche ad una rivalutazione economica. Sono affezionato alla figura del collaboratore scolastico perché hanno una funzione importante, loro possono far sì che tutto avvenga in una maniera disciplinata e secondo certe regole, con il controllo e la verifica. C’è bisogno di questo, i ragazzi devono essere accompagnati nei momenti ludici, negli spostamenti, è importante controllare i flussi nei vari momenti affinché tutto avvenga nel rispetto delle norme. Insomma la scuola deve tornare centrale e bisogna intervenire per migliorarne lo stato attuale. Penso, ad esempio al problema del condizionamento dei locali, come possiamo pensare che i nostri ragazzi possano stare in classi numerose e con le finestre aperte anche d’inverno. È una cosa sbagliata, bisogna intervenire sugli impianti di condizionamento perché ci sono le regole sui nuovi impianti per far sì che ci sia areazione e ricircolo tra l’ambiente esterno ed interno e non tra due aule. Nell’immediato, visto che mi rendo conto che non è possibile costruire in breve termine nuovi edifici, bisogna andare ad individuare i locali che possono ampliare gli spazi a disposizione dei ragazzi, penso ad esempio alle scuole paritarie e non a cinema, teatri o capannoni, come ipotizzato da qualcuno, che invece devono tornare alla loro missione. Dico questo perché sono contrario al dato emergenziale e trasferire la scuola in altri luoghi evoca ancora l’emergenza. Il governo nazionale e quelli regionali devono portare la scuola al centro delle loro azioni insieme al tema dei trasporti. Questo è un aspetto non trascurabile, molte famiglie mi hanno rappresentato che gli sforzi fatti in famiglia per contenere il virus vengono vanificati dall’uso da parte dei propri figli dei mezzi pubblici. Negli autobus e nelle metropolitane spesso il distanziamento non viene rispettato e questo è un aspetto sul quale è fondamentale lavorare per rendere anche i trasporti sicuri. Siamo a maggio e dobbiamo attivarci subito per evitare il trascinamento di questi problemi all’inizio del nuovo anno scolastico.

A gennaio lei ha incontrato gli studenti del liceo romano Tasso che protestavano contro la DAD perché riteneva giusto ascoltare la loro voce. In quell’occasione aveva proposto di mettere in sicurezza le scuole vaccinando sia gli insegnanti che gli studenti dai 16 anni in poi. Purtroppo non è stato ascoltato, ora si torna a parlare di vaccinare i giovani scendendo come età fino ai 12 anni. Quanto è importante arrivare all’inizio del prossimo anno scolastico con una platea il più vaccinata possibile?

Ero e sono favorevole. La ringrazio per avermi ricordato quella bellissima giornata con ragazzi del Tasso. Li ricordo seduti per strada correttamente distanziati. In quell’occasione chiesi chi fosse contrario al fatto che si vaccinassero prima i nonni e i genitori, nessuno di loro lo fu. Feci quella domanda perché in quel periodo si voleva mettere una fascia generazionale contro l’altra, un errore gravissimo perché i nostri ragazzi sono la parte migliore, guai a trattarli male. Bisogna creare una bolla nella scuola, oltre al personale docente e non docente, bisogna vaccinare anche i ragazzi. È arrivato anche il momento dei ragazzi, si parte con i maturandi e poi tutti gli altri, ma andiamo nelle scuole a vaccinare tutti gli studenti e allontaniamoli dalla DAD che ha dimostrato tutti i suoi limiti. Dobbiamo spingere i ragazzi a stare all’area aperta, a vivere il tempo libero e ad avere stili di vita salutari e non a stare chiusi in una stanza davanti ad un monitor. I ragazzi potrebbero risentirne per anni di questo momento. Non è il sistema DAD che è sbagliato, ritengo sbagliato l’uso esclusivo di questo sistema. L’insegnamento a distanza può esserci come fatto eccezionale e temporaneo, ma l’ordinarietà deve essere la scuola in presenza con la sua socialità. Bisogna che i ragazzi tornino alla normalità, quindi dico mille volte sì al vaccino per i ragazzi.

È il momento del richiamo per i docenti, ma sui vaccini continuano a girare notizie discordanti. Dopo il caso AstraZeneca è la volta del richiamo Pfizer. Ci aiuta a capire meglio qual è la situazione ed in particolare perché si parla tanto dei rischi legati a questi vaccini rispetto ad altre tipologie di vaccini come, ad esempio, quelli antinfluenzali?

I vaccini che abbiamo oggi in campo sono tutti buoni e sufficienti per eliminare la malattia grave, l’ospedalizzazione e a maggior ragione la mortalità. Per quanto riguarda Pfizer la seconda dose ai 21 giorni è da mantenere per coloro che sono fragili, ad esempio gli oncologici che sono in terapia, i trapiantati e gli immunodeficienti. Per gli altri si può fare anche a 35/40 giorni, l’azienda stessa riporta fino a 42. Ci sono molti studi che in questo momento stanno dimostrando che quanto più si va avanti più c’è produzione anticorpale. La prima dose ci protegge per oltre l’85% e se l’obbiettivo dello spostamento e quello di aumentare la platea dei vaccinati, almeno con una dose, per abbattere le ospedalizzazioni e la malattia grave è giusto farlo, ma questo problema ce lo siamo posti perché abbiamo una carenza di dosi, altrimenti non lo avremmo nemmeno affrontata questa possibilità. Per quanto riguarda AstraZeneca dobbiamo ammettere che c’è stata una comunicazione che ha disorientato le persone, per questo dico che dobbiamo essere chiari con le informazioni che diamo. Tutti i vaccini sono buoni per evitare la malattia, le donne dai 30 ai 40 anni che prendono anticoncezionali non devono fare il vaccino adenoviralen ma quello a RNA, mentre tutti gli altri possono tranquillamente fare qualsiasi tipologia di vaccino. Non sono autorità regolaratoria, esprimo il mio pensiero, ma ribadisco che non esistono vaccini di serie A e di serie B. Per quanto riguarda la comunicazione anche nelle sedi europee sono stati fatti degli errori, perché quando si dice che non verrà più comprato un tipo di vaccino bisognerebbe spiegare il perché di questa scelta. Se è legata a motivazioni commerciali o per inadempienze contrattuali va detto, perché altrimenti la gente potrebbe pensare, visto che persino la comunità europea non li compra, che ci siano vaccini qualitativamente superiori ad altri. La gente ha ragione a lamentarsi perché sono stati disorientati. Spero che adesso venga fatta chiarezza perché il vaccino è importante, bisogna farlo. Ricapitolando, abbiamo capito che la prima dose ci dà una copertura intorno all’80%, che ci sono alcune categorie a rischio che è meglio che non facciano l’adenovirale ma l’RNA, dopodichè vacciniamo tutti. Per quanto riguarda la pericolosità voglio ricordare che qualsiasi vaccino, qualsiasi sostanza estranea immessa all’interno del nostro organismo può creare delle reazioni avverse. Un amico raccontava che uscendo da casa nei 50 km per andare al lavoro c’è il rischio che si possa essere coinvolti in un incidente stradale. È normale che ognuno pensi al fatto del perché debba capitare proprio a lui, è comprensibile, ma 8 casi su 8 milioni sta ad indicare un rischio molto basso. Anche un solo morto o un episodio avverso ci deve far dispiacere, però dobbiamo considerare il rapporto costo benefici. Meglio sarebbe avere zero rischi, ma nessun farmaco ci dà zero rischi. Sappiamo che chi utilizza la pillola corre il rischio di una trombosi, se leggessimo i bugiardini di ogni farmaco non ne prenderemmo nemmeno uno. Nessun vaccino è esente da rischi, per questo torno a ripetere che la comunicazione è molto importante. I vaccini sono tutti uguali, sono buoni per evitare l’ospedalizzazione e dobbiamo stare sereni. Se qualcuno ha dei problemi, come ad esempio allergie consolidate, consiglio di farlo in ambienti protetti, magari ospedalieri, dove può essere immediatamente soccorso. Abbiamo avuto pochissime reazioni, meglio sarebbe non averne nessuno, ma il beneficio che ne abbiamo come persona e come sistema paese è molto importante. Poi ci sono le altre terapie, ad esempio gli anticorpi monoclonali, che non sostituiscono il vaccino, ma si integrano ad esso. Per contrastare il virus ho sempre detto che abbiamo necessità di tre elementi: vaccini e terapie innovative; sistema paese che deve rispondere in maniera corale; la forza che ci mettiamo noi cittadini ad andare contro la depressione. Tutto questo serve a far respirare il paese e dargli la forza di combattere questo virus che stiamo sconfiggendo.

Un’ultima domanda, i vaccini sono gli strumenti principali per combattere contro il Covid-19, ma nella cassetta degli attrezzi a disposizione dei medici troviamo altri strumenti per contrastare la malattia come gli anticorpi monoclonali. Altre armi sono in arrivo in questa lotta, si parla di farmaci inibitori di proteasi. Il vostro Istituto è stato sempre in prima linea nella lotta al Covid-19. Ci dice come state procedendo?

Stiamo andando avanti con le sperimentazioni, in particolare abbiamo un gruppo di studio sigli anticorpi monoclonali. Dobbiamo considerare alcune problematiche che si stanno rappresentando come ad esempio quella dei non-responder che pur essendo vaccinati non producono anticorpi. Non possiamo abbandonare queste persone, anzi dobbiamo aiutarli, e stiamo pensando di utilizzare gli anticorpi monoclonali non solamente come farmaco per guarire dalla malattia, ma anche come immunità passiva. In pratica forniamo direttamente gli anticorpi a quelle persone il cui sistema non è stato in grado di produrli. Ci si protegge con questo farmaco che non viene utilizzato per curare ma come profilassi preventiva alla malattia. Stiamo inoltre immaginando, per coloro che hanno avuto difficoltà di accesso alla campagna vaccinale, di poter dare, per un tempo limitato, una immunità passiva. Il vaccino è da preferire perché è una immunità più naturale e attiva, è il nostro organismo che produce gli anticorpi, ma se non siamo in grado, oppure perché dobbiamo attendere, potremmo valutare la somministrazione degli anticorpi monoclonali per un’immunità passiva. Oggi la ricerca sta andando avanti e potremmo avere al più presto questo farmaco anche in compresse, questo ci potrà permetter di domiciliare le terapie, farle direttamente a casa. Dobbiamo essere in grado di portare le terapie innovative a casa delle persone, nessuno vuole andare in ospedale. Abbiamo avuto un eccesso di ospedalizzazioni anche perché il territorio è stato troppo sguarnito negli ultimi tempi. È importante potenziare il territorio in modo che i pazienti che non sono gravi, soprattutto nelle prime fasi della malattia, vengano curati e guariti direttamente a casa portando terapie innovative e strumenti diagnostici, penso ad esempio a ecografie per scoprire a casa se uno ha una polmonite. Questo è l’orizzonte, parlando di Orizzonte Scuola, che io vedo davanti. Potremo uscire migliori da questa pandemia se capiremo che bisogna rafforzare il sistema sanitario e investire sulla ricerca.

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