“Vai al posto”: se alla scuola togli lo stare insieme non è più la scuola uguale a quella di prima, è meno scuola. INTERVISTA a Valentina Petri

WhatsApp
Telegram

“Ho scritto questo libro perché le parole sono armi potentissime e sostanzialmente anche le uniche che so usare, così ho voluto restituire, almeno nella finzione narrativa, un ultimo anno di scuola normale ai ragazzi di Portami il diario”.

L’anno scolastico per la professoressa Valentina è pieno di novità: alcune belle, come la cattedra sospiratissima e una nuova prima tutta da conoscere, altre meno, come due quinte improvvisamente accorpate. Per risparmiare sugli insegnanti e a un passo dalla maturità, si è deciso di mettere insieme classi di indirizzi diversi con lo stesso programma di italiano. E così lei si ritrova a gestire una quinta di Moda, popolata di sole fanciulle, innestata con gli elettricisti e i manutentori casinisti, in un calderone imprevedibile che ha tutti gli ingredienti di una maionese destinata a impazzire. Mentre la prima è un’adorabile classe di pulcini che stanno imparando a camminare, i suoi alunni di quarta non cedono di un passo dal solito caos.

Dopo due anni di didattica a distanza, in cui i ragazzi, più di chiunque altro, hanno sofferto la socialità filtrata dagli schermi, Valentina Petri, 44 anni, insegnante di Lettere in un istituto professionale Francis Lombardi di Vercelli, ci regala una spassosa storia di ordinaria follia, che ci racconta come, tra tutti gli insegnamenti che ci dà la scuola, lo stare insieme è senza dubbio il più bello. La professoressa e autrice lo fa con un romanzo che uscirà domani, 10 maggio in libreria per l’editore Rizzoli, dal titolo “Vai al posto” (448 pagg, Ed. Rizzoli, euro 18,00) che è un po’ il seguito del precedente romanzo “Portami il diario”, edito sempre da Rizzoli e ora disponibile in BUR, uscito in piena pandemia, a maggio 2020, quando alunni, professori e resto del mondo iniziavano a uscire di casa dopo il primo terribile lockdown.

“E’ sostanzialmente il seguito del mio “Portami il diario – La mia scuola e altri disastri” uscito nel 2020”, chiarisce l’autrice. “Si ambienta l’anno dopo, sempre all’interno di un istituto professionale. La protagonista, il mio alter-ego, è sempre Quella Nuova, perchè a scuola ci vuole un po’ prima di scollarsi certe etichette. E’ arrivato l’agognato ruolo, a bilanciare la fatica di gestire classi a volte un po’ troppo esuberanti, in particolar modo una quinta affollatissima composta dal corso moda più il corso elettricisti, accorpate per far quadrare le cattedre. Di mezzo ci si mette la partecipazione ad un concorso scolastico che creerà non pochi disagi, un nuovo studente decisamente ombroso, le studentesse vittime di bodyshaming ma pronte alla vendetta, una gita a Roma con scherzi nelle camere, alunni che si perdono, coppie che si formano e vittorie e inaspettate, fino alla maturità con l’ansia per gli scritti e il cuore in gola della notte prima degli esami. Insomma, tutto quello che di solito capita a scuola”.

Valentina Petri, lei ha scritto questo suo nuovo libro sulla scuola durante l’ennesimo periodo di restrizioni, ma non è un libro sulla Dad, anzi, la didattica a distanza non è nemmeno citata.

“L’ho scritto durante la seconda ondata, tra una circolare che ci obbligava a stare a scuola al 50 per cento e un’altra che parlava di 75 per cento. Io quando mi chiudevo a casa volevo però raccontare la scuola. Quella dove si poteva andare in gita, e stare in otto in una camera. Più che raccontare la Dad, volevo semmai esorcizzarla, per raccontare che la scuola è un’altra cosa. Se togli lo stare insieme non è più la scuola uguale a quella di prima, è meno scuola. La scuola non solo è didattica trasmissiva, e lo stare insieme è una parte che ha un peso decisivo”.

Però non è che si potesse fare altrimenti, specie in certi periodi.

“Non si poteva fare altrimenti, certo, allora io dico: viva noi. Quando penso ai docenti, io penso alla loro versatilità, non mi piace il termine resilienza. Non so se io sono resiliente, cioè se tornerò come prima”.

Nel frattempo su un’antologia scolastica tanti alunni in Italia hanno potuto leggere una pagina del suo precedente libro, “Portami il diario”, citata e illustrata dall’autore del libro di testo. So che è stata una sorpresa: le avrà fatto piacere.

“E’ stato un grande piacere, un sorpresa, perché non me l’aspettavo di finire in libro di scuola. La cosa cosa più lusinghiera sono stati gli esercizi allegati. In genere ci sono dei colleghi che mi chiedono il permesso di scrivere delle cose e usare le parti del libro, ma vederlo citato su libro di scuola è stato molto bello”.

Com’è andato “Portami il diario”, poi diventato un seguitissimo blog?

“E’ andato bene, era uscito in piena pandemia. Il 19 maggio del 2020 riaprivano i negozi. Sembrava un momento sbagliato. Si parlava molto di scuola in quei mesi terribili, ma la scuola non c’era. E’ stata la sua forza”.

Anche nel nuovo libro traspare, nelle tante pagine pur condite da ironia, sarcasmo, umorismo ma anche disperazione per gli eventi quotidiani della vita in aula, un grande amore per la scuola. Intenerisce, ad esempio quel senso di fastidio, che lei descrive in una delle pagine in cui narra degli esami di maturità, “all’idea che uno sconosciuto corregga i loro elaborati, il terrore che per l’occasione qualcuno vada completamente fuori traccia, l’inconfessabile incubo che qualcuno consegni un foglio bianco”. Quando nasce questo amore?

“E’ stato un amore a prima vista. E’ un amore nato con la mia prima supplenza, era il 2005 e insegnavo alle medie con incarichi annuali. Poi ho superato il concorso del 2012, ai tempi del ministro Profumo e mi sono ritrovata ad essere Quella nuova dell’istituto professionale. Non ero abituata alla cosa, ma poi, umanamente, mi sono trovata bene”.

Si sente molto il salto dalle medie alle superiori?

“C’è un salto generazionale. Nel triennio finale, poi, gli studenti sono già degli adulti con cui ti confronti duramente sui temi dei attualità. Il target è diverso, ci sono alunni con cui si può entrare in contrasto, poi magari li incontri per strada. Fanno gli adulti, talvolta quando tornano a scuola a salutarmi, si rivolgono alla mia classe e dicono: ascoltatela, mi raccomando, ché è una brava professoressa”.

E c’è, su questi rientri a scuola, una scena esilarante nel libro. Torniamo alla Dad, lei evita di parlare nel libro, ma un po’ la Dad ha cambiato la scuola

“Altroché. Ci ha fatto capire tante cose”.

Che cosa, ad esempio?

“Ci ha messi davanti alle differenze di mezzi, al disagio, ha significato meno scuola o non più scuola: questo ce lo ha proprio sbattuto in faccia. La pandemia e la Dad ci hanno fatto fare i conti con le nostre capacità digitali – in effetti abbiamo fatto una full immersion notevole – e con la nostra capacità di problem solving. I problemi della scuola, quando siamo a scuola, si risolvono più facilmente. Tanti ragazzi non avevano i mezzi”

Anche tanti docenti

“Anche i docenti, certo. C’è chi aveva i mezzi e chi non li aveva”

Le discriminazioni sono quasi una prova della stessa esistenza. Qual è la ferita più grande lasciatale dal precariato?

“Il dolore piu grande del precariato è lasciare il lavoro a metà. Qualunque incarico prendessi, l’anno dopo speravo di riprenderlo, di riottenere quello stesso incarico nel mio istituto per portare avanti il mio lavoro. E quando i ragazzi a maggio ti chiedono: prof ci sarà lei con noi il prossimo anno? e tu non può dire di sì… ecco, quello è il lato più brutto del precariato. Ci sono anche altri aspetti, quelli di tipo economico, ma dal punto di vista umano pesa di più il dover lasciare i ragazzi a cui ci si affeziona sempre”.

Che cosa significa la parola ruolo dopo tanto precariato?

“Sono cinque lettere che cambiano tutto: cambiano anche l’estate, perché per la primissima volta nella mia vita ho trascorso i mesi più caldi dell’anno non a chiedermi: Che farò? Dove andrò?, ma a baloccarmi con l’idea di portare avanti il lavoro iniziato l’anno precedente”.

Quanto c’è di realmente accaduto nelle pagine di Vai al posto?

“Tantissimo. Magari non è successo tutto, in quell’ordine e in quel modo. Ma è tutto ispirato a fatti realmente accaduti. E la riprova è nel fatto che i colleghi dicano: è successo anche a me…”

Lei ha usato le parole come armi e con le parole parla di risarcimento. Ma non per lei.

“Ho scritto questo libro perché le parole sono armi potentissime e sostanzialmente anche le uniche che so usare, così ho voluto restituire, almeno nella finzione narrativa, un ultimo anno di scuola normale ai ragazzi di Portami il diario. Ho scritto questo libro come fosse un risarcimento: ragazzi, questo era l’unico modo che avevo per portarvi alla maturità senza che vi perdeste nulla. Un modo per restituire un anno di scuola normale, anche ai genitori. E’ stato difficile per tutte le parti. E’ un modo per raccontare la scuola che piace a me. Abbiamo tolto tante piccole cose ai ragazzi: abbiamo tolto i musei, i concerti, cose che se non fanno a scuola non faranno mai. Allora succede che uno studente da Piazza Signoria mi abbia inviato un messaggio su WhatsApp: prof, lo sa che che è davvero bella questa Piazza. Oppure dal foyer del teatro. Magari certi messaggi hanno lasciato il segno a uno su 25 ma vale la pena provare”.

Com’è la scuola nell’anno scolastico che va dalla prima pagina ai ringraziamenti?

“E’ un anno scolastico, dove Quella nuova – io – arriva per le nomine. E’ la mia esperienza romanzata in un istituto particolare, dove le materie umanistiche non sono in cima alle priorità di un Ipsia, tra manutentori, termoidraulici, classi di moda, operatori tessili. Alcuni personaggi sono gli stessi del precedente libro, altri sono diversi, c’è la possibilità di continuare e capire il seguito del precedente romanzo, ma questo nuovo libro vive bene di vita propria”.

Tra i personaggi più esilaranti c’è la Complottara. Come vive, come insegna un’insegnante complottara?

“La Complottara c’era di striscio nel precedente libro. E’ quella collega convinta che ogni alunno nasconda qualcosa di poco pulito, che non vuole essere coinvolta in attività di istituto, che pensa solo a fare la verifica e mettere i voti senza preoccuparsi di quello che davvero sta succedendo in classe in quel momento. Ma soprattutto è contraria a qualunque cosa implichi trascorrere tempo a scuola più del dovuto”.

Colpiscono le gesta del Lord, lo studente che dall’alto della sua nobiltà fa capire che viene a scuola per fare un favore: “Lui qui ci viene per farci un piacere, sia chiaro, poteva fare ben altro, soltanto che non è andata. Come certi colleghi, a ben pensare”. “Si vede da ogni sbuffo che non ci ritiene alla sua altezza”.

“E’ il tipico studente rimbalzato da una scuola all’altra, fino all’ultima spiaggia, il professionale, dove c’è meno da studiare. Il Lord avrebbe altri talenti ma poi ci capitano queste classi dove c’è gente che arriva da orientamenti sbagliati alle medie. Sbagliano le medie, sbagliano i genitori, c’entrano tanti fattori, l’amico, il fratello, si deve scegliere molto presto, quando si è molto piccoli sapere già quello che vuoi fare a 13 anni è azzardato”.

“Come certi colleghi”, scrive lei

“Anche certi colleghi, certo. Che potevano fare altro e invece insegnano, solo che i ragazzi lo capiscono che è una maschera”.

Torniamo agli alunni. Come sono i primini?

“Quelli che sono arrivati in prima hanno il cellulare come estensione del braccio, ma non sono così male. Appena avremo capito come sono, arriveranno dei diversi, ogni cinque anni cambiano, questi alunni di prima. Tu gestisci la stessa loro età ma loro non sono mai uguali”.

Un lavoro ingrato

“Un lavoro strano, ma bello”.

Classi pollaio. I suoi alunni, nel romanzo, sono anche andati a protestare davanti al provveditorato contro un accorpamento di due quinte.

“Il problema esiste, eccome. Si lavorerebbe molto meglio se gli alunni in classe fossero di meno, ma questo comporta un costo. Ma non è un costo, è un investimento che pare non si voglia mai fare. In pandemia hanno preferito in tutta Italia lasciare metà classe a casa piuttosto che sdoppiare le classi, qualcosa vorrà pur dire. La protesta dei ragazzi? dobbiamo insegnarglielo noi a protestare con i mezzi a disposizione, a costo di scontrarsi con l’ottusità della burocrazia”.

I ragazzi vanno inquadrati subito”. “Bisogna dare un segnale forte”. “Altrimenti questi non li teniamo più”. E’ così che si inizia l’anno scolastico, magari non nella narrazione nevrotica ed esilarante del romanzo. E’ così che inizia lei l’anno scolastico?

“E’ quello che proviamo a fare, altrimenti non li teniamo più. Se si è un po’ coesi all’inizio dell’anno, il problema è che all’inizio dell’anno non siamo tutti presenti. Le nomine tardano ad arrivare, il precariato influisce. Un consiglio di classe dà un imprinting e invece poi cambiano tanti insegnanti nel corso degli anni e anche dei mesi e poi loro ci marciano”

La parola whatsApp si legge molte volte nelle pagine del suo libro, spesso a corredo di pagine che inciampano su questa e quella comunicazione che intercorrono tra gli attori di una comunità scolastica, alunni compresi. Ma lei chatta con gli alunni? Non sa delle recenti polemiche sull’uso dei social tra alunni e insegnanti? Che cosa pensa in merito?

“Io non sono una che non concede il numero di telefono ai colleghi, o che non vuole le chat di classe. Ho anche degli studenti grandi che si sanno gestire più dei piccoli. La chat è uno strumento utile che va gestito con moltissimo buon senso chiarendo subito le regole con i ragazzi e che però può essere ed è stato importante per tenere i contatti con ragazzi che vengono da contesti a volte difficili, ad esempio per inviare materiali in maniera veloce, sono tanti gli alunni che con le varie piattaforme sono meno disposti. Con la chat si fa prima, e se l’alternativa è far girare del materiale oppure no, io scelgo di inviarlo. Se poi mi mandano un meme su una parte del programma vuol dire che a scuola non stiamo riempendo il famoso vaso. Se ci si limita a questo nulla di particolare. Poi i colloqui e le comunicazioni ufficiali passano ovviamente per via ufficiale, le regole i ragazzi le conoscono prima degli adulti. Non ho studenti che mi intasano il telefono con i messaggi. I colleghi al sabato, invece…

WhatsApp
Telegram

Gli Istituti Tecnici Superiori (ITS) sono un’opportunità professionale anche per gli insegnanti. Tutte le informazioni qui e su TuttoITS.it