Utopia Distopica di una Docente Precaria Italiana

di Lalla
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di Angela Maria Spina – Lettera Aperta Rivolta alla Massima Carica dello Stato Presidente Giorgio Napolitano.

di Angela Maria Spina – Lettera Aperta Rivolta alla Massima Carica dello Stato Presidente Giorgio Napolitano.

Egregio Presidente

Perdoni l’ardire di rivolgermi ad Ella in questo momento grave e triste del nostro paese, chiedo venia e attenzione di potermi appellare a tutta la sua autorevolezza, intendendo sottoporle non una specificità, ma la rappresentazione drammatica dei Docenti Precari Italiani in particolare di quelli meridionali, dei quali vorrei che almeno Ella si facesse carico, attraverso il suo monito autorevole, che scandaglia l’orizzonte di senso e le prospettive, della nostra gravissima situazione di docenti precari del sistema scolastico italiano.

In un momento di drammatica solitudine che ci vede tutti imprigionati e fermi, abbandonati dalle istituzioni e da tutti gli organi competenti, al nostro miserabile destino di disoccupati appesi agli esiti di ricorsi e sentenze nei tribunali italiani, lontani da soluzioni o spiragli definitivi dei nostri destini.

Mi rivolgo a Ella Presidente così come in passato ho fatto invano già per il Ministro competente, auspicando di non dover registrare ancora indifferenza e cortese insofferenza; intendendo rappresentare un disagio personale e collettivo, che dalle istituzioni attende più che benevolenza, Rispettosa Considerazione. Perché ossigeni il senso delle istituzioni e le destinazioni del nostro futuro nel paese, in un momento in cui appellarsi all’unità e alla coesione rappresenta aggiungere valore al percorso della nostra stessa identità nazionale e culturale.

Ho scelto di Insegnare per PROFESSIONE, discipline antiche: Storia, Filosofia, Materie Letterarie. Ho scelto con senso etico e morale la mia professione, per i riferimenti valoriali che i miei genitori e nell’insieme il mio martoriato paese, mi hanno saputo profondere attraverso la cultura. Da tempo però, mi sento violata e tradita dalle Istituzioni che attraverso azioni legislative miopi e ingiuste, mi ostacolano nello svolgimento della mia professione, che da due anni circa non posso più svolgere con regolare e ordinaria precarietà, a causa di improvvidi provvedimenti legislativi.

Vorrei perciò continuare a fare il mio lavoro, non già per me sola ma anche per il mio Paese, per gli alunni di un’imprecisata Scuola Pubblica Italiana che applica il diritto-dovere all’istruzione. Vorrei poterlo fare, in una di quelle scuole architettonicamente stile Adro, ma senza simboli ideologici di nessun genere, che per una volta soltanto si potrebbero finalmente edificare e completare anche al Sud, in territori febbricitanti di violenza e abbandono.

Vorrei fare la docente perché a tutte le latitudini geografiche di questo paese Cancellando gli insegnanti, cancelliamo il paese, tolti i soldi, le strutture, i materiali, tolte le scuole Pubbliche polverizziamo la costituzione, macellando intere generazioni di cittadini.

Vorrei fare la Docente perché mi sento una DOCENTE sin nel profondo, nonostante tutto anche se da anni il mio lavoro è “precarizzato”e le vite di quelli come me non hanno valore neanche quando la protesta diventa una sberla in viso ad un paese che ha fatto la storia della cultura, che dovrebbe continuare a farla, e che non merita tutto questo disfacimento.

Vorrei poter trasformare l’interesse per la scuola, non già a bullismo, scioperi e risultati scolastici percentualmente scarsi, ma in qualcosa di qualitativamente alto e proficuo, risorsa dell’intero paese, anche attraverso il mio modesto contributo professionale.

Vorrei immaginarmi una scuola con aule spaziose, pulite e luminose, attrezzate, aperte efficienti, colorate e multietniche, dove scolaresche non stipate, e senza rigidità oraria, coltivino conoscenze e la nobile virtù dell’Intelligenza. Una Scuola dove gli insegnanti precari, quelli come me che da anni (15) aspettano la fine dell’invisibilità, possano finalmente trovare Riparo.

Vorrei in quella scuola poter fare la Docente perché ho un’insana PASSIONE : essere “normalizzata” a tempo indeterminato, per riaffermare questa professione nella sua moderna nobiltà e in tutto l’antico valore: del “chi più sa è, chi meno conosce non potrà diventare”.

Vorrei come Docente essere finalmente Rispettata, non dai miei alunni che già lo fanno, ma da una società che misura il valore dei soldi più dell’Umanità delle persone. Da un Ministro che mi considera strumento indegno: Esubero per i bisogni della scuola italiana che per questo mi ha <<proletarizzata>> tagliandomi forse definitivamente fuori. Da un Presidente del Consiglio che mi considera ostacolo alla libera scelta educativa delle famiglie.

Vorrei essere considerata come Docente, non già una Professoressa ma un Intellettuale Complesso, capace di insegnare a problematizzare che è parte integrante dello sviluppo di Conoscenze e Apprendimento; perché Insegno a riformare i pensieri a cambiare punti di vista ed evolvere, aprendo le prospettive al mondo, alla straordinaria umanità individuale e collettiva e a tutto il loro valore. A scuola vorrei esaltare la mia creatività e realizzare i miei desideri di professionista seria e determinata.

Vorrei dovermi non vergognare di essere Docente, perché l’insegnamento non è una professione scelta da donne “sfigate” parassite e senza ambizioni.Vorrei non dovermi vergognare perché pur lavorando sodo con Professionalità, sono meno pagata, senza regolarità di stipendio, priva dell’indennità di disoccupazione se lavoro a progetto presso le scuole; e devo rivolgermi sistematicamente a un consulente legale per affermare i diritti di lavoratrice.

Vorrei il mio spazio didattico, dove poter concepire e offrire strumenti e contenuti culturali, ma anche idee, valori laici e civili, senza l’assillo di tagli e del risparmio forzoso.

Vorrei continuare ad articolare complicatissime azioni didattiche – qualcosa di simile ad azzardi o scommesse sugli “ausili dell’apprendimento” dei miei alunni- che innescano tutte le volte, dinamiche dalla misurabilità scientifica, utili a mediare o trasferire conoscenze disciplinari; ma che anche nella valutazione dei risultati, mi rendono quasi sempre capace di gestire qualche “crisi emergenziale dell’ultimo momento. Perché la mia è una Professione inqualificabile retoricamente ambigua, forse è una vocazione laica, sessuata tradizionalmente al femminile per via della cura che da madri mogli sorelle e figlie sappiamo elaborare; ma che per questo è capace di schivare i colpi delle tragedie con coraggio e forza.

Vorrei fare la Docente perché ho saputo cogliere e rispettare quasi dal primo istante la disperazione, la solitudine, l’abbandono e il maledetto bisogno di salvezza che tanti alunni mi hanno urlato, scaraventandone sulla mia coscienza tutto il peso.

E’ pensando a tutto questo che vorrei poter tornare a fare l’insegnante ora che mi ritrovo docente senza scuola, con centinaia di alunni disseminati in ogni angolo della mia provincia: per provare a dare consistenza a desideri e sogni di giovani disarmanti, che tutte le volte con un sorriso e uno sguardo, mi regalano la voglia di ripartire e ricominciare daccapo a sentirmi viva e produttiva col mio lavoro. Perché ottundere alle loro cure con tutte le mie premure d’insegnante, non disarticola l’entusiasmo del mio primo giorno da docente, e neanche l’ultimo di servizio da supplente, neanche quando saluto non senza emozione in un sempre identico rituale, con la mia ultima lezione; accommiatandomi da colleghi e compagni di viaggio nell’ultima scuola dove ho lavorato.

Non s’intralciano speranze, neanche se si fiutano nell’aria calamità programmate di disastri imminenti, riservate tutte alla scuola pubblica – la scuola di Tutti.

Non si ostacolano speranze sebbene flebili neanche quando ci s’imbatte in giovani “modelli” o “modelle”i cui interessi sono distanti da quelli per le discipline; neanche allora, si consuma l’entusiasmo e il desiderio di offrire possibilità e occasioni di cultura. A costoro che più degli altri impareranno ad affrontare le sfide della mobilità sociale, agognando inconsapevolmente una formazione di prima qualità, occorre un’ancora per non annegare nella vacuità dell’inconsistenza. A loro gli alunni, occorre una preparazione considerevole e consistente, competitiva e democratica che spero non sarà destinata a diventare “tesoretto” di pochi prescelti, nei non luoghi della libertà a tempo, dove la libertà d’insegnamento non è un Premio a Punti, ma solo una coraggiosa scelta che si afferma sempre solo attraverso il sacrificio, la passione e l’intelligenza di chi la difende; nell’anfratto vergognoso di un’Edilizia scolastica talvolta rischiosissima, che pur tra condizioni disagiate e difficoltà, riesce sempre a far mettere in campo la coscienza del sé, del reale, della storia, delle idee, della vita. Insegno perché, loro i miei alunni, hanno diritto ad apprendere a ragionare con la loro testa, in una società complessa e multiforme, dove conta sempre per lo più l’altrui opinione e non quella propria. Rispondo così al bisogno “acerbo” di sicurezza, disciplina, di Cultura e Conoscenza, di tutti i miei alunni.

Vorrei però vedere realizzato il diritto di ogni docente al riconoscimento della propria Dignità Professionale, magari quando è tempo di convocazioni negli uffici scolastici provinciali, per la definizione degli incarichi a tempo determinato garanzia di un lavoro a scadenza, che per i più fortunati dura dodici mesi. Di un incarico nelle “trincee della prima linea” di scuole a rischio per criminalità, dispersione o anche nelle carceri, dove tutto ha un senso diverso e una funzione “indispensabile”.

Vorrei dunque che nell’istante in cui si decide la “sorte”della sede, si annichilisse l’umiliazione che certi funzionari degli uffici scolastici ci fanno provare, disconoscendo all’esercizio delle nostre funzioni, il carattere di Indispensabilità e valore del nostro Impagabile Lavoro, nella Società Civile di questo paese; smettendo sguardi compassionevoli nei quali ci raffigurano come “Disperati” considerati al di sotto di politici o alti funzionari dello stato: a cui non sono riconosciute né le spese delle nostre auto blu private, né quantità di lavoro supplementare.

Vorrei smettere di farmi considerare dai miei due figli studenti, come una “Professoressa povera” cioè a tempo determinato, essenzialmente Disoccupata.

Vorrei lasciare I miei “gironi” infernali delle Graduatorie a Esaurimento e di quelle di Merito: Liste di nomi interminabili di nomenclature impossibili, riconoscimento all’eternizzazione della permanenza in entrambi, in considerazione dei tempi medi della sua durata, marchio dell’infamia a venticinque così come a cinquant’anni.

Desidero smettere di essere un Docente che fa da tappabuchi, con supplenze insensate. Vorrei poter essere Utilizzata non più al di sotto delle mie Potenzialità e Competenze semplicemente per Supplire altri docenti; ma Rimpiazzarne e sostituendone chi posto a riposo, ha consumato una vita spesa in una scuola al servizio di bisogni concreti. Desidero una scuola pubblica che non confonda la propria dignità e il suo decoro chiedendo contributi alle famiglie per soldi da spendere in attività didattiche indispensabili, irrinunciabili che altrimenti sarebbero soppresse.

Voglio fare l’insegnante perché è questa la professione più straordinaria e complessa, al mondo.

Ma Voglio smettere di adattarmi sempre al peggio nella scuola pubblica Italiana.

Vorrei guardare ai frutti di tutti i miei investimenti intellettuali, offerti alla società del mio paese, gli studi rigorosi svolti con serietà e impegno, con alto senso delle istituzioni, con intensa passione civile, sicura che i cambiamenti ancora possibili rendano le opportunità della scuola pubblica italiana, più grandi e forse migliori di quelli dei miei stessi desideri.

Con viva Cordialità Distinti Saluti

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