Uso dei social tra gli adolescenti, “ha impatto sulla salute emotiva e psicologica”. “Devono tenere in piedi due vite, reale e virtuale”. INTERVISTA ad Alberto Pellai

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È sempre più difficile relazionarsi con i nostri giovani, le esplosioni di violenza sono sempre più frequenti e ci troviamo ad affrontare generazioni sempre più fragili. Ne abbiamo parlato con il dott. Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano, esperto di prevenzione in età evolutiva ed è autore di molti volumi per bambini, genitori e insegnanti.

Dottor Pellai, registriamo un incremento di atti violenti tra i nostri giovani, in un suo libro lei ha definito l’adolescenza l’età dello tsunami. Quello a cui assistiamo oggi rientra nella normalità oppure la pandemia ha creato una maggiore fragilità nei nostri giovani che porta anche a questi gesti estremi?

Diciamo che l’età dello tsunami è definita così perché racconta un tempo della crescita in cui c’è una grande sfasatura, uno squilibrio, tra la potenza del cervello emotivo, del sistema limbico, e la capacità di regolazione emotiva presente nel cervello cognitivo. Si entra in preadolescenza con una spinta emotiva, anche pulsionale, molto forte e una carenza, però, di competenze regolative. Ci si trova spesso nella situazione di fare molte cose senza averci pensato su e di fare molte cose senza aver dato il significato corretto a quello che facciamo.

Per cui spesso, con ragazzi che si sono messi nei pasticci, che magari subiscono anche dei provvedimenti per queste azioni e magari si trovano a fare un percorso di rielaborazione, ci accorgiamo che loro non avevano la consapevolezza della gravità delle azioni commesse e delle conseguenze che ne sarebbero derivate.

Diciamo che c’è una parte fisiologica nell’essere maldestri di preadolescenti e giovani adolescenti, però da lì allo spostarsi nel territorio della violenza agita, cioè di avere una carica pulsionale ed emotiva che spesso nella zona della rabbia diventa poi conflitto agito con violenza, ecco che qua c’è un tratto invece di una fragilità fisiologica che rischia di diventare estremamente problematica ed anche patologica. Per cui la domanda che ci dobbiamo fare quando sentiamo raccontare così tanto di violenze perpetrate da parte di adolescenti, singoli oppure dentro al gruppo, è rivolta al riflettere sul fatto che da una parte probabilmente non hanno conquistato buone modalità autoregolative.

In alcuni casi estremi, penso al caso delle due tredicenni che hanno ferito in modo grave una loro amica fondamentalmente per dissidi banali al punto da metterla a rischio di vita e ricorrere al ricovero, se c’è una violenza agita in questo modo forse una domanda che dovremmo anche farci è che c’è un vuoto di tipo etico, perché un conto è dire una parolaccia dentro un litigio con un’amica, magari per poi chiederne scusa, invece mandarla a cercare la propria salvezza con un intervento urgente dell’elisoccorso che la deve trasportare in ospedale per un pronto intervento è chiaro che in questa situazione è come se non avessi compreso la portata del mio gesto, ma più in generale non ci si riesce a collocare in un territorio dove c’è chiara la distinzione tra il bene e il male, tra ciò che si può fare e ciò che non si può fare, tra ciò che è legale e ciò che è illegale, quindi anche su questo dobbiamo domandarci qual è il vuoto etico, il vuoto culturale, che non permette di strutturare a 13-14 anni la percezione di questo genere di comportamento.

L’ultimo elemento che magari mi viene da sottolineare sul tema della violenza è che da una parte abbiamo sentito parlare tanto di baby gang in questo periodo e questo vuol dire essersi già strutturati in modo strategico a mantenere un potere attraverso l’illegalità e la violenza nel proprio territorio e quindi diventare i boss del quartiere.

Lì dentro c’è un comportamento molto disvolutivo, disfunzionale e illegale, però molte volte abbiamo visto anche racconti e narrazioni di queste risse tra giovanissimi, che vengono organizzate attraverso i social, dove ci si dà appuntamento e poi si mette in scena una situazione molto caotica e disordinata in cui si fa molto rumore e lì dentro spesso nessuno neanche finisce in ospedale, direi che qua dentro invece c’è un mostrare apparentemente un elemento di violenza o di aspetto di gruppo problematici che dentro non hanno questa pulsionalità estrema, ma bensì hanno invece la richiesta di aiuto a fare gruppo in modo non caotico e organizzato, c’è la richiesta di spazi in cui tutta questa energia possa essere canalizzata per fare non cose esplosive, distruttive o inutili, ma per fare invece cose interessanti, nutrienti e che ci aiutano a sentirci gruppo e non branco.

In un recente libro Anna Lembke ha definito la nostra l’era della dopamina, il neurotrasmettitore legato al piacere ma anche a diverse forme di dipendenza. Gli applicativi digitali conoscono bene questo meccanismo sfruttandolo al meglio. Quanto incide la tecnologia sulla crescita dei nostri ragazzi?

Direi che incide moltissimo, purtroppo o per fortuna dipende dai punti di vista. Se le ricerche che analizzano le abitudini comportamentali dei giovanissimi ci dicono che l’online è diventato il territorio in cui mediamente spendono dalle 3 alle 5 ore al giorno, a volte anche 6 o 7, è chiaro che stiamo parlando probabilmente dell’esperienza in cui fanno la maggior quantità di allenamenti alla vita, a volte addirittura molto più dentro all’online che dentro un ambiente come la scuola.

Quello che sappiamo dalle ricerche è che in effetti ogni adolescente, dovendo tenere in piedi la propria vita reale e la propria vita virtuale, non sempre riesce a fare una sintesi adeguata, funzionale ai suoi bisogni di crescita, di queste due vite. Proprio di recente Jean Twenge, che aveva lanciato un allarme molto forte con il libro “Iperconnessi”, in un report che rielabora tutto quello che la ricerca ha pubblicato fino ad oggi rispetto all’interazione tra soggetti in età evolutiva e uso dei social, conclude che ormai bisogna dire che esiste un nesso causa ed effetto tra la presenza di un adolescente nei social e tutta una serie di disagi, malesseri e fattori di rischio che impattano la salute emotiva e psicologica dei soggetti in età evolutiva.

Rinvolgo una riflessione a noi come adulti con un paragone, è come se ci fossero ricerche che ci dicano di fare attenzione a quell’alimento perché se inserito nella dieta dei nostri figli di sicuro produce effetti indesiderati e collaterali, penso che nessun adulto autorizzerebbe quell’alimento che ha effetti certi, provati con il nesso causa/effetto, all’interno dell’alimentazione di un figlio o ne ridurrebbe moltissimo la presenza.

Credo che quello che ci dicano queste ricerche è che davvero dobbiamo un po’ rivedere la modalità con cui accompagniamo, sosteniamo e a volte manteniamo le vite dei nostri figli dentro il territorio dell’online e certamente abbiamo tutti bisogno, sia noi adulti che i nostri figli, di molta consapevolezza digitale per fare in modo che le nostre vite sappiano controllare la dimensione online dell’esistenza e non vengano invece controllate da quelle che le tecnologie sanno fare con la nostra mente, come diceva lei, appunto attraverso i nostri sistemi dopaminergici facendoci, quasi inconsapevolmente, diventare dipendenti da quello che accade dentro uno schermo e facendoci dimenticare o trascurare quello che accade dentro la vita reale.

Lei prima accennava al ruolo dell’adulto nelle varie fasi di crescita, un tema caldo è legato all’educazione delle competenze non cognitive a scuola. Siamo preparati ad affrontare questa sfida e come si educa a riconoscere e gestire le proprie emozioni?

Direi che l’adulto effettivamente ha la funzione, in particolare poi in ambito scolastico, di promuovere gli apprendimenti in età evolutiva. Ma quali apprendimenti? C’è il sapere, il saper fare e il saper essere. Credo che il grande conflitto per ogni docente sia il domandarsi, essendo bravi nella propria disciplina, se oltre ad essere in grado di promuovere il sapere e al saper fare non si rischi poi di essere sguarniti all’interno delle competenze relazionali della promozione del sapere essere dei propri studenti.

Del resto anche Goleman quando ha teorizzato e modellizzato l’intelligenza emotiva ha fatto molte riflessioni sui “primi della classe” affermando che ci sono soggetti dallo straordinario successo accademico che poi vivono con un profondo insuccesso la loro vita adulta. Vuol dire che tutto quel successo acquisito sul piano accademico non si trasforma poi in competenza di saper essere e saper vivere, quindi non è una risorsa reale. Goleman propone di spostarci dal potenziamento del Qi, il quoziente intellettivo, al potenziamento del Qe, il quoziente emotivo. Credo che oggi questa sia una direzione pressoché necessaria, molte scuole hanno un po’ acquisito il modello della “life skills based education”, l’educazione basate sule life skills, e pur non potendo il saper vivere e il sapere essere una materia che impariamo sui libri, esistono però molti approcci, educativi e preventivi, che utilizzando i metodi dell’educazione emotiva permettono poi ai ragazzi di acquisire un setting formativo.

È la scuola che porta ad apprendere competenze che sono competenze emotive, socio-relazionali, prosociali che effettivamente vanno allenate con un’educazione dedicata ad hoc, perché è come se la vita in cui sono immersi i nostri figli non riesca più a fornire questo genere di allenamenti e in effetti penso, e lo dico anche da padre, che i nostri figli in questo specifico momento storico e di contesto socio-culturale, sono stati particolarmente deprivati degli allenamenti al saper vivere e al saper essere perché, ad esempio, negli ultimi due anni tutte le limitazioni, le chiusure, le reclusioni e i confinamenti che sono stati messi nelle loro vite dal tempo della pandemia li ha resi come atleti che si stavano allenando alla vita, ma che dal campo di gioco sono stati chiusi per un lunghissimo tempo dentro agli spogliatoi.

È come se ci si stesse preparando ad una maratona e ci si sia ridotti a provare a correre intorno ad una panchina nello spogliatoio, chiaramente non è poi la stessa cosa in termini di qualità delle competenze e degli apprendimenti che si sono sviluppati e realizzati. Dobbiamo rimettere i nostri studenti, i nostri figli, in territori di apprendimento e allenamento alla vita e chiaramente noi adulti dobbiamo domandarci quale sia il nostro ruolo, quali siano i programmi e i progetti specifici che su questo tipo di costruzione delle competenze, di formazione e strutturazione delle abilità dei nostri studenti siamo capaci di mettere in gioco nel ruolo docente.

Un’ultima domanda. A volte è difficile capire i nostri adolescenti, i cambiamenti generazionali sono sempre più rapidi e si fatica a riconoscere le loro problematiche. Quanto è importante il ruolo dell’empatia nella relazione didattica e come possiamo valorizzarla?

L’empatia è importante in tutte le relazioni. Una vera relazione, una relazione con la “R” maiuscola non può prescindere dal fatto che io e te che stiamo in relazione abbiamo anche una condivisione empatica dei nostri stati emotivi. Tu non sei un semplice passante che intercetta la mia vita, ma sei una persona con cui la mia mente, che è profondamente interpersonale, si mette in relazione e costruiamo dentro la nostra relazione un noi, che rappresenta la somma di io e tu, diventando una cosa diversa da quella che saremmo se non ci fossimo incontrati e non fossimo entrati in relazione.

Perché l’empatia si strutturi e si sviluppi, perché si attivino le reti neuronali mirror, i cosiddetti neuroni specchio, dentro le menti delle persone che sono in relazione è fondamentale guardarsi negli occhi, stare in presenza, allenarsi ed esercitarsi proprio alla dimensione relazionale. Questa è certamente una delle difficoltà grandi che molti docenti hanno sperimentato in questo anno scolastico, che è stato un anno di ripresa al 100% della vita scolastica per come dovrebbe essere, e in cui, in molti casi, quello che hanno sperimentato è stato di trovarsi in classe con soggetti che non avevano le abilità per stare lì e fruire di una giornata di scuola con buone competenze autoregolative.

Docenti che dovendo sostenere i loro programmi e i loro obiettivi didattici hanno tenuto alta l’asticella rispetto all’apprendimento, mentre i ragazzi partivano in maniera disabilitata a tutta una serie di competenze e funzioni necessarie per avere successo nel loro percorso scolastico. Sono partiti in condizioni molto svantaggiate, quindi il docente proponeva compiti, prove, test e lo studente falliva. Ma era un vero fallimento? La riflessione che dobbiamo porci è che uno studente che ha avuto un ingresso in questo anno scolastico così faticoso può non farcela.

Molti docenti hanno cercato di dare una lettura empatica condivisa con i loro studenti, un po’ come un medico con dei pazienti in terapia intensiva intubati per un tempo molto lungo che ne vengono fuori e li mettiamo in piedi, ma con la conseguenza che cascheranno per terra. È importante far comprendere ai propri studenti che il fatto che adesso siano così disabilitati a molte funzioni che devono essere messe in gioco, non vuol dire che non le possano riabilitare, quindi bisogna stare tranquilli e fare bene il proprio lavoro.

Non siamo nelle condizioni di una ripartenza rapida, ma pian piano ce la faremo, si potrà anche partire da voti insufficienti per poi crescere passo dopo passo, credo che anche questo è essere empatico pur nel ruolo di un docente, il quale, non avendo un’attitudine sadica, nel senso che non c’è la volontà di voler fare del male, ha un’attitudine competente, si vede come un allenatore di un atleta che per un infortunio è stato molto fuori dal territorio di gara e quindi pian piano lo deve mettere in pista.

Quello che poi è accaduto è che davvero molti studenti quest’anno hanno abbandonato il loro progetto scolastico perché di fronte ai primi insuccessi e senza un ruolo di mediazione, di sostegno e di accompagnamento adeguato del mondo adulto, hanno vissuto le loro insufficienze come dei fallimenti, mentre invece erano dei passaggi, faticosi ma che facevano vedere qual era la strada che ancora c’era da fare per arrivare a quegli obiettivi che tutti possono conquistare, a meno che non ci siano problemi particolari.

Credo che essere empatico per un docente probabilmente sia sintonizzarsi con questa lettura, a volte veramente fallimentare che può porta al ritiro o all’isolamento da parte dello studente, entrare un po’ dentro al suo pensiero che è disfunzionale, che non gli permette il successo, e proporsi come un allenatore che è autorevole, tranquillo e sicuro e diche “io sento qual è la tua ansia e la tua paura, ma tu stai con me, cammina con me, allenati con me e vedrai che insieme ce la faremo”.

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