USB: scuola finlandese diversa da quella italiana, confrontiamoci

di redazione
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Comunicato USB – Il nuovo ministro Fioramonti ha iniziato il suo mandato con dichiarazioni di un certo peso sulla necessità di innovare il sistema scolastico italiano e il modo di insegnare. Non è una novità.

L’identikit del Ministro dell’Istruzione “innovativo” negli ultimi anni segue uno schema fisso con piccole varianti: dalla promessa di mirabolanti e più o meno condivisibili trasformazioni della scuola pubblica, al riferimento, quasi scontato, al modello finlandese (uno dei migliori al mondo, anche se in calo da alcuni anni nelle performance dei test OCSE PISA), per giungere alla proposta della riduzione d’orario e del dissolvimento delle discipline – strada scelta dai governo finlandese secondo il ministro – come panacea dei mali della scuola italiana.

Non possiamo in questa sede approfondire le critiche già in passato rivolte al sistema internazionale di valutazione PISA, sia in relazione alla sua capacità di testare realmente gli apprendimenti, sia per il modello statistico RASH cui è ispirato, che è stato oggetto di critiche da parte di accademici internazionali – 80 di loro hanno chiesto all’OCSE di sospendere i test, vista la contestabilità del modello che hanno alla base – sia per il suo collegamento con gli interessi delle multinazionali, sia naturalmente perché è davvero dubbio che si possano valutare sulla base di un unico modello sistemi scolastici imperniati su culture, numeri di studenti e contesti così diversi tra loro.

Ma anche scegliendo di prendere per buone le graduatorie stabilite dagli OCSE PISA, rimane una questione di fondo, ovvero se quanto affermato sul modello finlandese corrisponda a realtà e se esso sia confrontabile con il nostro. Chi abbia avuto l’opportunità di osservare da vicino e farsi raccontare il sistema in questione dai finlandesi stessi sa che la scuola finlandese è suddivisa in modo diverso dal nostro: le superiori sono di 3 anni e iniziano a 16 anni, concludendosi tra 18 e 19. Tra i 18 e i 19, perché parliamo di una scuola che è organizzata non per anni, ma per corsi di 6/7 settimane da tenersi in un certo numero per anno scolastico e che, se non superati, vanno ripetuti. Si ridimensiona così anche l’idea che in Europa vadano tutti all’Università a 18 anni. Non è così, dipende dal loro impegno e dalla loro tenuta nello studio.

Non siamo in grado di dire se abbiano ridotto il tempo scuola rispetto al passato, ma certo gli studenti finlandesi stanno a scuola fino alle due del pomeriggio o anche fino alle quattro. Vero è che ci stanno in un modo diverso, avendo a disposizione spazi grandi e accoglienti dove possono studiare, oltre che consulenti per le difficoltà nello studio e corsi di supporto. Hanno mense e caffetterie e le scuole garantiscono colazione e pranzo a prezzi davvero concorrenziali. Le scuole professionali dispongono di laboratori grandi, belli e aggiornati e, per capirci, una scuola superiore che ha circa 3000 studenti, può contare su un budget annuo di 3 milioni di euro da parte del governo. Già questo dovrebbe frenare chiunque dall’operare confronti immediati, visto e considerato che la scuola italiana soffre di una perenne carenza di risorse, non ha strutture adeguate ed è stata tagliata da ogni governo succedutosi negli ultimi decenni, peraltro in maniera lineare e sconsiderata.

Il ministro ha anche affermato che a scuola si dovrebbe lavorare su percorsi interdisciplinari, possibilmente in compresenza. Questa dichiarazione ci lascia straniti, visto e considerato che le riforme susseguitesi dagli anni duemila hanno distrutto le compresenze nelle scuole italiane: dall’infanzia alle superiori, che si trattasse di licei sperimentali o delle compresenze con gli insegnanti tecnico pratici e coi conversatori. È vero che in Finlandia si spinge verso corsi trasversali? Sì, è vero. Il nuovo curriculum, che andrà a regime nel 2021, prevede la presenza di corsi multidisciplinari, o meglio articolati per temi, che coinvolgano più insegnamenti. Sono però corsi più lunghi e complessi, dove i docenti delle discipline mantengono il loro numero di ore, che svolgono con altri o da soli (dandosi il cambio), dopo che siano stati superati i corsi base e si tratta di “almeno” un corso multidisciplinare l’anno, non della scomparsa delle discipline. Senza dimenticare che il curriculum in Finlandia viene rinnovato ogni 10 anni da circa 200 anni, con un complesso sistema di valutazione in cui i feedback di studenti e docenti sono essenziali.

Ci rendiamo conto che nelle interviste le idee e le considerazioni non possono che essere semplificate, crediamo anche però che ben altre siano le priorità che il ministro dovrà affrontare: la mancanza di risorse, un equo sistema di reclutamento dei docenti, che tenga conto degli anni di servizio, la questione dell’edilizia scolastica e della fatiscenza di molti edifici dove noi e i nostri studenti passiamo gran parte delle nostre giornate, la cronica mancanza di risorse, la garanzia della libertà di insegnamento messa in pericolo da alcuni discutibili provvedimenti del ministro precedente, la dispersione scolastica, il rinnovo del contratto, gli stipendi dei docenti e del personale ATA, che sono ridicoli rispetto a quelli dei loro colleghi europei, finlandesi compresi, il cui contratto va rinnovato al più presto. Per non parlare dei danni portati al nostro sistema scolastico dalla legge 107, a cominciare dall’odioso istituto della premialità introdotto col bonus merito. Sicuramente non è tra le priorità un ulteriore taglio del tempo scuola, già ridotto pesantemente dalla riforma Gelmini e dall’inserimento dell’Alternanza Scuola Lavoro, taglio che andrebbe peraltro a svantaggio di chi viene da contesti familiari culturalmente e socialmente più difficili.

L’attenzione verso altri modelli formativi è indice di apertura, curiosità intellettuale, ricerca di nuove modalità di trasmissione dei saperi e di crescita delle giovani generazioni. Da questo dalla Finlandia si può imparare, come dai modelli scolastici di altre parti del mondo. Ma l’analisi comparata non può fare a meno di ragionare da una parte su numeri e risorse, e dall’altra sulle finalità. In questo senso occorrerebbe tra l’altro un’approfondita riflessione sulla didattica per competenze, principio sul quale si sono imperniate le riforme dei tecnici e dei professionali ormai quasi un decennio fa, ma anche il riordino del primo ciclo nel 2012: un approccio, quello per competenze, figlio di una concezione produttivistica del sapere, che oggi viene peraltro messo in discussione anche nel mondo anglosassone da cui ha avuto origine.

È anche di questi nodi che vorremmo discutere con il nuovo ministro, al quale chiederemo prestissimo un incontro, sperando di ricevere risposte diverse da quelle dei suoi predecessori.

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