È urgente parlare di distanza digitale: gli insegnanti devono avere con gli studenti un linguaggio condiviso

di redazione
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di Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, Presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te., Dipendenze Tecnologiche, Gap e Cyberbullismo

Le nuove tecnologie sono entrate anche a scuola, già da un po’. Sono senza dubbio un supporto utilissimo, che aiutano ragazzi e insegnanti a comprendere e a trasmettere la didattica al tempo 3.0. Ma c’è un però, richiedono che tra i fruitori non vi sia distanza digitale. Perché qualunque mezzo di scambio per essere efficiente e soddisfare le richieste di chi lo utilizza pone almeno due condizioni: assenza di barriere e di pregiudizio, e uso con cognizione di causa.

Mi ha fatto riflettere una lettera di una giovane docente, che ci ha scritto per raccontarci di quello che è accaduto in uno dei suoi corsi di formazione su quelle che vengono definite blended learning. Ne riporto uno stralcio: “E alla fine di un corso sulle TIC ti trovi in un’aula d’informatica, ormai concettualmente e tecnologicamente superata, senza mai aver acceso i pc e devi ammettere quanto siamo ignoranti e quanto invece sia essenziale e funzionale per istruire ed educare, anche e soprattutto per i nativi digitali, la sola motivazione personale e la personalità del docente. Perché la parola del secolo alla fine di un corso sulle TIC potrebbe sembrare “account” invece resta “passione” anche nel nuovo, nuovissimo, alfabeto digitale”.

Certo, la capacità di coinvolgere, la passione, e la motivazione sono fattori chiave per trasmettere messaggi e informazioni ai ragazzi. Probabilmente si tratta di un caso sporadico, ma che durante un corso di formazione agli insegnanti sull’alfabetizzazione digitale i computer restino spenti è singolare.

Alcuni potrebbero pensare che gli schermi siano rimasti oscurati, dato che nessuno si è preso la briga di fare click sul pulsante on, lasciandosi magari incuriosire da una consultazione con mister Google o affini e scoprire dove poteva portare l’inizio di una ricerca, a causa dell’età anagrafica di molti docenti nati ben prima dell’avvento del digitale. Ma a ben vedere, la faccenda è più complessa e ci racconta anche di un disagio che va al di là delle sole aule scolastiche, esordendo già nell’ambito famigliare. Sì, perché indipendentemente da quanto c’è scritto sulla carta d’identità, oggi è necessario accorciare le distanze digitali.

Come possiamo comprendere fino in fondo i ragazzi se non sappiamo come utilizzano questi nuovi strumenti, come mai scambiano tanti messaggi sulle app di messanging, o se non chiediamo loro come passano la loro giornata online?

Le nuove tecnologie costituiscono parte dell’identità dei ragazzi, hanno azzittito i bisogni del corpo, hanno aumentato l’impulsività e hanno mediato persino il sentire le emozioni, con tutte le conseguenze di violenza a cui stiamo assistendo anche a scuola. C’è, allora, ancora più bisogno di parlare del concetto di distanza digitale: qui non si tratta più di sola formazione professionalizzante, ma di andare incontro alle esigenze di questo tempo per ritrovare un linguaggio condiviso che possa farci di nuovo parlare la stessa lingua.

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