Una …vita da precario

di Lalla
ipsef

Lalla – Le vostre lettere in redazione. La vostra testimonianza di precariato.

Lalla – Le vostre lettere in redazione. La vostra testimonianza di precariato.

“Una bambina soffiava bolle di sapone: seguii il percorso di una di esse in particolare, c’era un lievissimo venticello, la bolla di sapone seguiva strane traiettorie; a volte era lì…lì…che sembrava sfracellarsi per terra ma, inaspettato, un battito di vento la sospingeva su,…una…due…anche tre volte. Altre volte  sfiorava miracolosamente lo spigolo di un muro;…salva!…Ancora una volta, salva. Altre volte ancora, invece, sembrava quasi felice e sorridente quando riusciva a galleggiare per aria. La guardavo e mi sentivo come dentro di essa”

Enzo – sono da circa dieci anni, un precario della scuola, lavorando sempre lontano dai miei figli e da mia moglie, e, quest’anno, per effetto dei tagli, rischio  di non lavorare. Si è  detto e scritto, anche tanto, sulla precarietà, ma ho voluto ( forse in modo maldestro, con questi miei pensieri” La bolla di sapone”),  descrivere come può ‘percepirsi’ un precario’, il suo stato d’animo, spesso la disperazione.

Ma, anche, per mettere in risalto un aspetto quasi sempre sottovalutato: loro, i bambini, gli alunni, che ancora, ad ottobre inoltrato, all’altra perché, per mancanza di fondi, non si chiama il supplente; quotidianamente divisi in classi diverse.  E allora mi sono chiesto: si sentiranno anche loro delle ‘bolle di sapone’? Noi adulti esprimiamo il nostro disagio con le parole, ma loro?

Credo sia venuto il momento, anche per i genitori,e per tutti noi , di far sentire la loro voce in modo più forte di quanto abbiamo fatto finora; dire la loro sul fatto che si sta letteralmente sfracellando il diritto allo studio per questi bambini, per i loro figli, per i nostri figli e si  sta loro  impedendo e ostacolando uno sviluppo affettivo- cognitivo armonico.

La classe dirigente di oggi è quella che è; cerchiamo, almeno di costruirne una migliore per l’avvenire di noi tutti.

Anita – Prof. di lettere al liceo. Laureata con il massimo dei voti. Con un unico grande sogno, coltivato fin da bambina: diventare insegnante.

Quanta dedizione, quanta passione, quanto tempo dedicato ad uno studio meticoloso ed attento. Interiorizzato e diventato una parte di me stessa, fondamentale nella costruzione del mio carattere e del mio modo di vivere la vita. Regalo meraviglioso che solo le materie umanistiche sanno dare, con tutto il rispetto per gli altri studi. Arricchente a tal punto che leggere, imparare, studiare diventano un bisogno, una fame incessante. Per crescere. Anche da adulti.

L’iter è quello di molti: laurea in lettere classiche, SSIS e finalmente l’agognata abilitazione.

Nell’a. s. 2007/2008 il primo incarico. Non vicino a casa ma comunque nella mia provincia. Fino a giugno.

Che dire, era un sogno che si realizzava! Esperienza meravigliosa che ricordo con gioia e tanta nostalgia. La prima volta dietro una cattedra tutta mia, la prima volta che sentivo una classe chiamarmi prof.

Se ci penso, mi emoziono ancora adesso…

Mi dicevo: è fatta! Sono dentro! Pensavo che da lì sarebbe cominciata una lunga e soddisfacente carriera di insegnante. E non ancora sapevo di quanto mi stessi
sbagliando.

Infatti dopo di ciò, il buio. Una mannaia: riforma e tagli. Morale della favola, non ho più avuto alcun incarico dalla scuola statale.

In questi anni ho lavorato nell’ambito delle paritarie, svilendo la mia dignità e professionalità in un diplomificio dove il docente contava meno di zero (anche quello più accettato e benvoluto) senza vedere nemmeno il becco di un quattrino per ben tre anni. Annaspando così nel mare del precariato sfruttato, per non restare indietro con i famigerati punteggi. Ho fatto i master tutti gli anni, spendendo soldi e tempo, raggiungendo il tetto massimo dei titoli. Ho preso anche l’abilitazione per il sostegno, facendo 100 Km al giorno per frequentare il corso, con il pancione. Già, perché oltre che una “prof.” (e ci tengo ad usare le virgolette, perché ormai lo sono solo sui certificati) sono una moglie e una madre.

Speravo che quest’anno le cose andassero meglio e invece siamo ancora nel pieno della bufera. Sulle mie materie, le lingue classiche, non resta che recitare il requiem. E gli incarichi dal sostegno non mi hanno neppure lontanamente sfiorata.

Dicono che siamo in troppi… dicono che siamo dei piagnoni, che siamo dei parassiti… che non vogliamo fare sacrifici e reinventarci in un altro ruolo.

Chi nasce con la vocazione per l’insegnamento, cosa dovrebbe fare?

Noi questo lavoro lo amiamo e l’abbiamo scelto con consapevolezza e coscienza. E di certo non possiamo svegliarci domani mattina pensando di fare un corso da infermiere (professione di tutto rispetto, impossibile da fare se non si è portati) solo perché con quel titolo si lavora…

L’insegnamento io non lo definisco un mestiere, perché almeno per quanto mi riguarda, è una missione, è un modus vivendi che mi è stato impunemente stravolto, in quanto gambizzata nei miei progetti, disillusa nei miei sogni.

Ho letto le altre storie pubblicate e mi si è accapponata la pelle con le testimonianze di famiglie divise, figli disagiati e sacrifici disumani. Da madre, facilmente riesco a immedesimarmi in quelle donne che hanno lasciato a casa i piccoli con la morte nel cuore. Anche se credo fermamente che soltanto chi vive o ha vissuto questa esperienza possa capire davvero quanto sia lacerante.

Ma in nome di cosa? In nome di qualcosa che, dati i tempi, non raggiungeremo mai, ovvero la stabilità. A quale prezzo, questi sacrifici? Per una scuola in cui tutto cambia di continuo, e quando pensi di essere a un passo dal traguardo, ti accorgi invece che ne hanno inventata un’altra delle loro per lasciarti ai box. Per lasciarti al parcheggio, proprio quando sei come un’auto nuova e fiammante che non vede l’ora di scendere in pista e di misurarsi in gara con la vita e le sue regole. Be’, proprio ora che siamo giovani e pimpanti ci lasciano fermi. L’entusiasmo si svilisce, si mortifica. La macchina si atrofizza, la benzina si secca nel serbatoio. Il motore si inceppa per il disuso.

L’idea di partire per il profondo nord non mi ha mai sfiorata. In questi anni ho visto che il gioco non sempre vale la candela. Ora, poi, con la legge di stabilizzazione quinquennale post ruolo trasferirsi al nord significa piantarci letteralmente le tende.

Al nord non ci vogliono? Dicono che togliamo cattedre a loro? Ebbene, sono io che scelgo di non andarci! Sono io che scelgo di non essere ghettizzata! Additata come la terrona, considerata come una ladra di stipendio nordico e forse anche derisa per il mio accento.

Ma solo perché io lo posso fare, perché sono quella che si dice un “buon partito”, da sempre, per cui non ho necessità materiale impellente di lavorare. Posso permettermi di stare a casa. Ma chi non può? Chi ha urgenza di lavorare? Non è giusto che cerchi di costruirsi un futuro per sé e per i propri figli, anche lontano da casa, ma pur sempre nel proprio Paese? L’Italia è una sola, signori. Da ben 150 anni. Smettiamola di farci la guerra fratricida.

La mia, dunque, non è una delle storie più tragiche nel panorama del precariato. Almeno non dal punto di vista degli sbattimenti e dei sacrifici di tipo logistico. Rispetto ad altre mamme sono una privilegiata perché non sono costretta a sradicarmi da qui e trapiantarmi da qualche altra parte. Ma questo non lenisce certo il mio disagio e il mio senso di frustrazione. A volte mi sembra di aver perso la mia identità, una parte di me sta morendo silenziosamente ed inesorabilmente ad ogni nuovo settembre senza convocazioni, ad ogni telefonata che non è quella di una segreteria scolastica o quando, ogni giorno, apro la Pec o la casella di posta del
ministero e le trovo desolatamente vuote.

La mia è la testimonianza di chi lotta giorno dopo giorno con sentimenti contrastanti, di rabbia, di delusione, di rassegnazione. Un’altalena di stati d’animo con cui faccio a pugni costantemente e che a volte riesco miracolosamente a placare. Altre volte sembra che mi sovrasti senza pietà. Precariato vuol dire anche questo. Fare i conti con gli effetti che questo status ha a livello psicologico su chi ha speso gli anni migliori della sua vita per la costruzione della sua professionalità, credendo fino in fondo in ciò che faceva e che avrebbe fatto…

Ad un certo punto, invece, dopo averti fatto entrare dalla porta principale, ti dicono che la scuola non ha più bisogno di te. E al contrario tu hai bisogno, e tanto, della scuola, per sentirti felice e appagata fino in fondo. E così rimani lì, ferma, con gli occhi sbarrati e le mani strette in un pugno. E devi farti forza, dirti che passerà. Pregare Dio che un giorno ci sveglieremo e sarà tutto passato.

Sono cresciuta con l’idea chiara e ferma che il lavoro sia un valore, ma non è l’unico della vita. Ce ne sono altri, forse anche più importanti e che non voglio sacrificare. Quindi ho fatto la mia scelta. Mi fermo. Alzo le mani. Isso la mia bandiera bianca.

La mia parola d’ordine perciò dovrà essere: pazienza. Pazienza non come rassegnazione, ma come serena accettazione del mio oggi e di quello che verrà. Anche perché ho una bellissima famiglia che mi riempie la vita di gioia e non è giusto far pagare ai miei cari le lune dei miei tormenti. Con fede devo accettare questa condizione di inoccupazione, cercando in qualche modo di sublimarla. Ora sono chiamata ad essere madre e voglio svolgere al meglio questo ruolo importantissimo. Perché questo è il compito a cui Dio mi ha, per ora, destinata. Poi quando le cose cambieranno, perché sono certa che cambieranno, anche se temo in un futuro non
proprio prossimo, allora mi rimboccherò le maniche per tornare ad essere una brava insegnante con la passione e lo spirito di abnegazione che da sempre mi contraddistinguono in tutto ciò che faccio.

Un sincero grazie per avermi dedicato tempo e spazio in questa vostra rubrica e per il lavoro encomiabile che la vostra redazione quotidianamente svolge.

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