Argomenti Didattica

Tutti gli argomenti

“Una valutazione selettiva corrisponde ad una didattica trasmissiva, una valutazione formativa ad una didattica di tipo emancipativo”, ne parliamo con Anna D’Auria. INTERVISTA

WhatsApp
Telegram

L’annuncio da parte del Ministro di un nuovo cambiamento del modello di valutazione per la scuola Primaria ha creato un fermento nel modo della scuola. Ne abbiamo parlato con la Professoressa Anna D’Auria già segretaria nazionale del Movimento di Cooperazione Educativa, Dirigente Scolastico e insegnante della scuola primaria.

Professoressa D’Auria, il vostro Movimento si è posto fina dall’inizio a favore dell’attuale sistema di valutazione più descrittivo. Cosa vi ha spinto a tale scelta e quali ritenete siano i punti di forza di questo tipo di valutazione?

La prima cosa è inquadrare cos’è il Movimento di Cooperazione Educativa. Siamo un’associazione di Insegnanti, Educatori e Dirigenti Scolastici nata nel 1951, quindi dopo la seconda guerra mondiale, con una costituzione da realizzare, con una società civile tutta da costruire ed una scuola fortemente selettiva e classista. Ai pionieri del nostro movimento è stato subito chiaro che bisognava intervenire anche sulla valutazione, pensi che ancora nel ’68 Bruno Ciari scriveva che dai dati ISTAT il 25% dei bambini di prima e seconda elementare erano stati bocciati con un brevissimo tempo in cui la scuola avrebbe potuto fare la differenza tra le condizioni d’ingresso e quelle di uscita, ma questo non era stato perseguito.

La funzione sociale che si attribuiva alla scuola era quella di selezionare e non certamente quella di rimuovere gli ostacoli, così come la nostra costituzione stabilisce, da qui l’attenzione alla valutazione, perché è proprio la valutazione quello spazio all’interno del quale si sviluppa il rapporto tra una scuola che emancipa, che si impegna a rimuovere gli ostacoli, e una scuola che invece normalizza le differenze all’ingresso, cosa che ancora accade. Se noi osserviamo come funziona l’orientamento della scuola secondaria di primo grado, ci rendiamo conto di quanto la geografia di nascita e le condizioni socio-economiche di partenza di ogni ragazzo diventino in qualche modo predittive del destino scolastico, questo significa che la scuola non è riuscita a fare la differenza. Noi crediamo che molto sia giocato dal tipo di valutazione che sicuramente fa riferimento ad un tipo di didattica: ad una valutazione selettiva corrisponde una didattica trasmissiva, quella che Freire definirebbe didattica depositaria, mentre invece una valutazione formativa, centrata non sui risultati dell’apprendimento ma sul processo che permetta a tutti di arrivare ad un determinato risultato, fa riferimento ad una didattica di tipo emancipativo, una pedagogia dell’emancipazione in cui tutti possono trovare nella principale istituzione della Repubblica, la Scuola, un progetto di crescita, di formazione, affinché tutti i potenziali di cittadinanza possano essere espressi da parte di tutti.

È ovvio che in questo contesto il Movimento di Cooperazione Educativa ha lavorato tantissimo, assieme a tutte le altre associazioni professionali e al mondo dell’Università, nella stagione delle grandi riforme che ha portato all’emanazione della legge 517/77 con la quale si ebbe l’abolizione del voto e l’introduzione dei giudizi descrittivi. Questa legge ha avviato un percorso importante per la scuola italiana, di democratizzazione in quanto fu introdotta la programmazione educativa, vennero eliminate le classi speciali e praticamente tutto il processo valutativo ha subito dei cambiamenti in corso d’opera fino a fermarsi, in maniera repentina, con la riforma Gelmini del 2008. A quel punto tutte le associazioni che lavorano per una pedagogia democratica, si sono impegnate a far sì che venisse rivista la norma sulla valutazione organizzando delle campagne “voti a perdere” di cui la prima nel 2015 e la seconda nel 2019, con un percorso di ricerca fatta con l’Università Milano Bicocca sulle pratiche valutative delle scuole, dove si confrontavano le esperienze dei vari territori.

Nel 2020, quando c’è stata l’abolizione dei voti ed è stato dato l’incarico ad una commissione di redigere l’ordinanza ministeriale per un nuovo tipo di valutazione, noi siamo stati ben felici di accogliere l’Ordinanza Ministeriale 172/2020, perché questa ordinanza finalmente reintroduceva un approccio al processo valutativo che rendeva trasparente il rapporto esistente tra la programmazione didattica, cioè il percorso che l’insegnante progetta per quel bambino e per quella classe, e i criteri di valutazione.

Questo perché l’ordinanza stabilisce che vengano indicati nella scheda di valutazione gli obiettivi di apprendimento e in relazione alle diverse dimensioni dell’apprendimento, che sono delle dimensioni evolutive, perché dire che il bambino mostra delle evidenze di apprendimento con risorse note o non note, in maniera continua, in maniera autonoma o non autonoma, significa in qualche modo porre lo sguardo pedagogico su quella che è la crescita, lo sviluppo e l’apprendimento di quel bambino non focalizzandosi unicamente sul risultato, inoltre rapportare la valutazione dell’apprendimento alle dimensioni significa anche avere un territorio di confronto per rendere la valutazione un processo intersoggettivo, perché sappiamo che nella valutazione non c’è niente di oggettivo in quanto è costantemente condizionata e contaminata dallo sguardo di chi osserva e questo ce lo dice chiaramente la docimologia. In questi tre anni il MCE, insieme ad altre associazioni, ha lavorato tantissimo per attivare percorsi di formazione con gli insegnanti per stimolare la ricerca/azione per stimolare a introdurre dei cambiamenti nella cultura valutativa non soltanto degli insegnanti, ma anche dei genitori e in generale nel Paese.

Il Ministro ha annunciato il ritorno di una valutazione sintetica affermando che sia più comprensibile per i genitori. Cosa ritiene che non abbia funzionato al meglio, in questi anni, da portare diversi esponenti a queste conclusioni?

Come dicevo prima, la valutazione è lo spazio all’interno del quale si realizza o una scuola che emancipa, che si pone come obiettivo l’emancipazione di tutte e di tutti, o una scuola che invece seleziona. Probabilmente, cambiata la compagine politica, il modello di scuola che è nell’idea di questa maggioranza di Governo è quella di una scuola meritocratica, di una scuola selettiva. Andrea Canevaro diceva che quando si parla del merito bisognerebbe capire che cosa si intende per “merito”, perché se per merito significa riconoscere quanto sanno già fare gli alunni che arrivano a scuola provenienti da condizioni socio-economiche e culturali già favorite, per noi questo non è assolutamente merito.

È ovvio che a questo punto dobbiamo riconoscere che il cambio culturale previsto dall’ordinanza 172/2020, il cambio pedagogico dei processi valutativi, richiedeva un’attenzione e un investimento maggiore in formazione. La commissione ministeriale ha fatto tanto, perché hanno avvicinato circa 160.000 docenti con le formazioni, hanno formato 300 formatori che a cascata dovevano poi supportare le scuole, ma di fatto questo processo non è stato mai effettivamente curato e attenzionato con degli investimenti e mobilitando i 300 formatori che potevano andare nelle scuole, da questo punto di vista c’è stato uno scarso impegno. A questo poi va aggiunto l’impressione che la valutazione si fa per i genitori, non è così. È ovvio che i genitori, in una realtà già difficile, perché la scuola vive condizioni difficili, possano non avere avuto in maniera chiara quelli che erano i cambiamenti.

Cambiamenti che dovevano essere ulteriormente sostenuti e ai quali si doveva dare continuità, si dovevano coinvolgere le famiglie, ma in ogni caso tutto questo richiedeva e richiede assolutamente coerenza. Un’altra cosa che vorrei dire rispetto a tutto ciò è che non possiamo dimenticare che dagli anni ’90 viviamo accanto ad un carattere selettivo della scuola che non è stato mai completamente abbandonato, anni nei quali ci sono stati nel nostro Paese processi culturali, valoriali ed economici che hanno fatto penetrare nel discorso pedagogico, e poi anche nella scuola, lo spirito concorrenziale e competitivo tipico delle società neoliberiste e questa idea qui è penetrata, purtroppo, in molti insegnanti e genitori che vedono nel voto qualcosa di più giusto.

È il voto che classifica, o anche giudizio sintetico che mortifica, pensiamo al Ministro Valditara che pensa di potere valutare un bambino della primaria, al suo primo ingresso a scuola, con un “gravemente insufficiente”, che comunicazione è questa e come si colloca nel sentire di un bambino o di un genitore e nella crescita del sentimento di autoefficacia del bambino, della sua motivazione ad apprendere, che sono elementi indispensabili affinché il bambino possa sentirsi dentro a un processo e dentro a un’alleanza con l’insegnante e praticamente anche i genitori con la scuola. Perciò riteniamo che questa sia una scelta regressiva che fa tornare indietro la scuola, non a caso il documento inter-associativo che abbiamo scritto si intitola “non fateci tornare indietro”, è un grosso rischio.

Il 15 aprile ci sarà una manifestazione a sostegno dell’attuale sistema di valutazione alla quale hanno aderito diverse sigle sindacali e associazioni del mondo della scuola. Cosa vi ha spinto a questa mobilitazione?

Intanto la voglia di continuare con un discorso che è iniziato, come le dicevo prima, nel 2008. Occorre tener conto che le associazioni firmatarie di questi documenti sono completamente diverse, nel senso che rappresentano tutto un osservatorio estremamente significativo e rappresentativo di educatori, insegnanti e dirigenti scolastici che sono attivamente impegnati in tutti i segmenti dell’istruzione e sono soprattutto presenti su tutto il territorio nazionale. Sono associazioni che hanno storie ed identità diverse ma che si ritrovano nel condividere la stessa idea di scuola, che è l’idea della Costituzione.

È l’idea di Calamandrei di scuola come organo centrale della Repubblica, di scuola che venga messa in grado di operare per la rimozione degli ostacoli, per liberare le intelligenze di tutte e di tutti, attuando il diritto all’apprendimento. Dal 16 al 18 aprile ci sarà il voto in aula sugli emendamenti posti dal Governo e inquadrati nel Disegno di Legge sul voto di condotta.

Noi, prima del 16 aprile, come ultimo tentativo per parlare con in nostri parlamentari e con il Governo, abbiamo inteso raccogliere e mobilitare quanti con noi ritengono che non sia possibile abbandonare un processo avviato appena tre anni fa, in primis perché non c’è motivazione pedagogica, non è che il Ministro o altri del Governo si siano appellati ad una ricerca, oppure hanno monitorato i risultati di questo processo e alla fine ci dicono che non funziona, tutto questo lavoro non è stato fatto e nemmeno c’è stata interlocuzione con il mondo universitario e della ricerca, anche perché la ricerca accademica di dice che il voto ed il giudizio sintetico non migliorano assolutamente gli apprendimenti, quindi non è questa la motivazione, in più non si tiene conto che insegnanti, dirigenti scolastici e genitori per tre anni si sono impegnati in un percorso di cambiamento che adesso viene reso completamente vano e ancora una volta chi abita la scuola rimane ostaggio di riforme incompiute.

Credo che la scuola, per la fragilità che vive e per le emergenze educative del paese che tutti dovremmo affrontare con grande lucidità, coerenza e cooperazione, non possa vivere una défaillance di questo tipo, nel senso che ci eravamo immessi in un progetto di cambiamento positivo per la scuola e per il paese che adesso viene interrotto.

Che credibilità gli insegnanti e i genitori potranno dare agli ulteriori cambiamenti che avverranno nel futuro. Queste sono le preoccupazioni che unisono tutte quante le associazioni firmatarie del documento che hanno organizzato questa iniziativa che coinvolgerà presìdi distribuiti su tutto il territorio nazionale di insegnanti, di scuole, di docenti universitari e di genitori, perché vorremmo essere ascoltati dal Ministro Valditara e dai parlamentari che hanno approvato l’emendamento del Governo.

Un’ultima domanda. Tenuto conto della bontà della valutazione descrittiva, ma che comunque ci sono delle criticità emerse da affrontare, qual è la vostra proposta per superare questi lati negativi?

Le criticità sono state soprattutto il mancato investimento in formazione, del resto si è ripetuto quando è stato fatto con le indicazioni nazionali. Noi abbiamo un documento assolutamente attuale e validissimo per il quale c’è stato scarsissimo investimento nelle scuole. Ad esempio l’O.M 172/2020 finalmente aveva permesso anche alle scuole di rivedere le indicazioni nazionali e di fare un lavoro sul curricolo verticale, quindi quello che si deve fare è lavorare molto sulla formazione. Un altro aspetto è che bisognerebbe lasciare più libere le scuole autonome perché sicuramente alleggerire tutto il percorso valutativo, soprattutto nella prima fase di accesso a scuola, in prima ed in seconda primaria, prevedendo la possibilità che i collegi decidano per una valutazione, così come prevista dall’O.M. 172/2020, a fine anno scolastico o a fine biennio, potrebbe sottrarre la percezione di qualcosa di complicato e dare più tempo ad insegnanti e famiglie per acquisire gli elementi di questo cambiamento e gli strumenti per una valutazione formativa. Occorre dare più fiducia a scuole ed insegnanti e soprattutto lavorare con una visione chiara di scuola, con investimenti che vadano a modificare e intervenire su quelle condizioni strutturali e pedagogiche che impediscono alla scuola di lavorare all’interno di un clima più favorevole e che valorizzi il lavoro degli insegnanti, la partecipazione dei genitori ed il benessere delle bambine e dei bambini.

WhatsApp
Telegram

Abilitazione all’insegnamento 30 CFU. Corsi Abilitanti online attivi! Università Dante Alighieri