Una scuola delle competenze? No, grazie. Lettere

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inviata da Cristina Sbarra Perché noi insegnanti siamo costantemente stuzzicati dall’idea che si debba fare una didattica per competenze, e ci sentiamo incompetenti nel fare quello che a detta dei più esperti del settore sarebbe un ‘salto di qualità’ nel sistema scolastico italiano? Ma cosa vuol dire davvero fare una didattica per competenze?

E’ la didattica del saper fare, dice qualcuno, si insegna a fare le cose. E così sorgono i compiti di realtà, i compiti esperti,…tutte cose che suonano bene, coerenti col concetto che si pensa di
aver intuito. Allora va bene se imparano a fare gli integrali o le derivate, o ancora va bene se imparano a pensare ad un algoritmo per fare un software di contabilità, e ancora una traduzione
dal latino? Non sono queste competenze?…E cosa dire di una comprensione del testo, sul modello dei test invalsi, per vedere la competenza nella madre lingua?

Sembrerà strano, ma tutti questi compiti non sono né di realtà né ‘compiti esperti’. E con la competenza non hanno a che fare, se non dal lato della conoscenza… Sembrerà ancora strano, ma i tradizionali problemi di matematica non sono compiti di realtà, insegnare a risolverli (col metodo didattico che si preferisce, sia ben chiaro: trasmissivo, discussione guidata, maieutica, laboratoriale…) non è didattica per competenze.

Ma allora cosa sono i compiti di realtà? Cosa è una didattica per competenze?

Probabilmente una bellissima cosa. Probabilmente di più che progettare un lavoro di gruppo tradizionale, probabilmente di più che andare in laboratorio.

Ma io, scusatemi tanto, e come me un bel po’ di altri insegnanti, che pure fanno corsi su corsi di formazione, ancora non l’abbiamo capito bene.

Se leggiamo la definizione che abbiamo nella legge scolastica italiana, la competenza è “la comprovata capacità di utilizzare, in condizioni di lavoro, di studio, o nello sviluppo professionale e personale, un insieme strutturato di conoscenze e di abilità acquisite nei contesti di apprendimento formale, non formale o informale” (Dlgs 13/2013).

E’ chiaro, almeno, che la scuola costituisca il contesto formale, e le condizioni in cui i giovani debbano mostrare competenza siano quelle di studio, giusto? Allora perché non puntare sui
saperi e sulla abilità di applicarli ai contesti di studio? E cioè, per esempio: svolgere problemi, versioni, test, ricerche e presentazioni, temi e risposte aperte, sui concetti affrontati?

La valutazione della conoscenza è quello che meglio ci riesce, anche perché è il nostro pane quotidiano, e la conoscenza è alla base della competenza. Dunque vorrei consolare tutti quegli
insegnati che come me faticano a pensare ad un sistema diverso, faticano a capire come si esplica la ‘rivoluzione copernicana della didattica per competenze’ : prima di costruire compiti
di realtà di cui non siamo sicuri, pensiamo a consolidare le basi. La competenza nello studio si manifesta nella abilità di apprendere, e maturare conoscenza. E la valutazione non può
esimersi dal mettere alla prova le conoscenze (i test di certificazione ne sono un esempio).

Coraggio, ce la si può ancora fare!

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