Una docente sull’orlo di una crisi di nervi alle prese con la DaD. Lettera

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Inviato da Giusi Paladino – Dopo l’esperienza massacrante della didattica a distanza in lockdown dello scorso anno scolastico, seguita da una pausa estiva che ci ha alleggerito dello stresso accumulato, e dopo il ritorno di docenti e alunni a settembre sui banchi di scuola (a rotelle e senza), la DDI (didattica digitale integrata) e la DaD (didattica a distanza) sono ricomparse nella quotidianità della vita scolastica.  

Per cercare di rendere più chiara la situazione in cui docenti e studenti si trovano a vivere, vi illustro una mia giornata tipo in cui un tempo sproporzionato è impiegato davanti al computer.

– Ore 6:00 sveglia. In realtà potrei alzarmi anche dopo ma poiché mi si affollano nella mente tutte le attività della giornata, non riesco a stare a letto oltre.

– Ore 7:30 arrivo a scuola perché rispetto allo scorso anno, i docenti sono tenuti a fare didattica in aule vuote e fredde in cui l’atmosfera è estraniante e alienante senza il conforto e la sicurezza dei propri mezzi digitali. Avvio delle tecniche di installazione di tutto il necessario per avere un collegamento decente: telecamera e cuffie; accensione dei programmi sperando che il PC non decida di fare gli aggiornamenti proprio con me durante la prima ora; preghiera a san Filippo Neri, protettore degli insegnanti affinché non ci siano problemi tecnici di nessun tipo.  Tutte queste procedure, purtroppo, vengono ripetute in ogni cambio d’ora: attuarle all’interno di un’aula vuota per poi spostarsi in un’altra altrettanto vuota, rende questa pratica incomprensibile; ma la circolare parla chiara: “Occorre occupare l’aula prevista come se si fosse in presenza”.

– Ore 8:00 video interrogazioni in terza. Evidentemente la preghiera al santo protettore non è andata a buon fine perché iniziano i primi problemi tecnici “Prof è andata via la voce, può ripetere la domanda?”, cade la linea e ci si ricollega dopo cinque minuti. Mantengo comunque la mia calma e rifaccio la domanda “Cosa intende Socrate con l’espressione: io so di non sapere?”. Inizia il dialogo con una serie di suoni incomprensibili. Penso fra me e me: “Tu, a differenza di Socrate non sai e basta!”. Il ragazzo forse leggendomi nella mente ammette di non avere studiato e che anche lui, come Socrate, è consapevole della sua ignoranza. Mi accontento di questa tiepida osservazione personale rimandando l’interrogazione ad una futura preparazione decente.

– Ore 10:00 video lezione in quarta su Cartesio. Inizio a spiegare la teoria fondamentale del filosofo “Penso, dunque sono” che immediatamente traduco nella formula personale “Spiego quindi immagino”. Già perché mentre parlo mi sovvengono alcune immagini che ricalcano quelle vissute in classe: Luca mentre mangia quantità industriali di merendine, figurarsi adesso che sta a casa da solo con i suoi genitori a lavoro! Giulia è in chat compulsiva con il suo ragazzo con il quale litiga un giorno sì e l’altro pure; Roberta prende diligentemente gli appunti che poi puntualmente le chiedono tutti e che lei passa volentieri. Non posso vedere i loro sguardi che in classe talvolta erano persi nel vuoto ma in altri casi erano attenti. Sguardi di ragazzi curiosi e pronti per conquistare il mondo esterno che adesso non possono più esplorare liberamente.

-Ore 11:00 video lezione in quinta su Hannah Arendt e il Giorno della Memoria. Sono argomenti perfetti per iniziare una qualche discussione interessante, per cercare di farli riflettere sul presente. “Ragazzi, l’indifferenza e l’odio sono presenti anche nella nostra contemporaneità”. Ma loro non riflettono e rimango nell’attesa speranzosa di qualcuno che accenda il microfono e mi faccia una domanda, una sola, ma che sia la prova tangibile della loro presenza fisica e mentale. E infine arriva “Prof?, ”Sì, dimmi pure, cosa mi volevi chiedere?”, “Puoi richiamare Tonin che ha problemi di connessione?”. Pazienza! Chiamo Tonin magari sarà lui a farmi quella domanda tanto attesa che in verità non arriva ma al suo posto qualcosa che non mi aspettavo: “Grazie prof per averci parlato del Giorno della Memoria!”. Per la forte emozione rischio di mettermi a piangere e invece no, stoicamente resisto e li ringrazio per avere seguito con attenzione un argomento così importante.

-Ore 12:00 ora a disposizione e quinti da utilizzare per tutta una serie di impegni. In primo luogo, il controllo della consegna delle attività: nonostante le richieste siano sempre molto chiare e dettagliate, c’è sempre qualcuno che non ha capito dove allegare il documento, che cosa scriverci e quando inviarlo. Puntualmente mi arrivano documenti in formato sbagliato, con consegne errate e inviate in ritardo ma non mi abbatto perché sono consapevole che dopo ci sarà qualcosa di peggio: la burocrazia incombente!  Bisogna segnare le assenze, gli argomenti affrontati e i voti sul registro elettronico e poi bisogna pensare alle lezioni per le attività in asincrono e  dulcis in fundo c’è l’inevitabile controllo di circolari e comunicazioni.

-Sono già le 13:30?! Ma devo ritornare a casa, pranzare e devo pure sbrigarmi perché devo riconnettermi.

-Ore 15:00 fino alle 19:00 scrutini di fine quadrimestre.

-Ore 19:00 arriva l’ora della cena e dopo, invece del meritato riposo guardando qualche film leggero, vi sono tutti i messaggi di alunni e colleghi che chiedono le cose più disparate e a cui devo rispondere prima di andare a letto.

E poi infine, dopo una giornata intensa come questa e come tante altre, ascolto in televisione la proposta di qualche non ben identificato esperto di educazione (mai entrato in un’aula scolastica!) che, con il supporto di qualche politico, afferma con forza e convinzione: “I nostri studenti devono recuperare il gap educativo che si è creato durante i mesi in DaD: lezioni in estate!”.

Con queste affermazioni perdo la mia calma proverbiale e urlando chiedo a mio marito: “Questo significa che DEVO andare a scuola d’estate?”. Il poveretto balbetta qualcosa e mi fa notare che lui non c’entra con il mondo educativo. Cerco di ritornare in me e inizio ad alta voce ad elencare tutti i motivi per cui questa proposta è indecente.

  1. Se i ragazzi devono recuperare questo famoso gap, chi ha il compito di farlo recuperare? Non si vorrà che i docenti che stanno lavorando regolarmente in questi mesi fra DAD e DDI debbano intervenire magari “gratis”
  2. Se il ministero dovesse decidere di pagare i docenti per il lavoro straordinario estivo, si può sapere quali spazi verranno utilizzati? Non si può pensare di usare le stesse aule che nel mese di maggio raggiungono i 35 gradi e che a luglio arriveranno ai 40 gradi. Volete che studenti e docenti ritornino a casa cotti al vapore?

Le mie domande rimarranno senza risposta e le mie speranze di svolgere un anno scolastico sereno anche se con la preoccupazione costante del contagio cadono in frantumi. Cosa può tirarmi su il morale? In casi disperati come questo l’unica possibilità è affidarsi alla filosofia spicciola di Rossella O’Hara in Via col vento che nella scena finale del film, dopo la sconfitta in guerra, i danni materiali e psicologici, la fine di un’epoca e di un matrimonio, ha il coraggio di urlare “Domani è un altro giorno”.

Sono le 22:00 ed è ora di andare a letto perché domani è un altro giorno e devo spiegare il pessimismo di Schopenhauer!

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