In un liceo oggi ci sono più ore di Alternanza Scuola Lavoro che di Storia, come farle diventare produttive. Lettera

di redazione
ipsef

item-thumbnail

Nazario Malandrino, Docente, formatore e pubblicista, insegna Filosofia e Storia  al Liceo Q. O. Flacco di Portici (NA) – Una domanda: qualcuno si è accorto che l’alternanza scuola lavoro, ha più ore curricolari (200) di un corso triennale di Storia al Liceo (198)?

Se vi siete svegliati adesso dalla sbornia da  soft skills  e prove autentiche di realtà, sappiate che nel frattempo l’Alternanza scuola lavoro è entrata di diritto tra i grandi indirizzi della didattica e della pedagogia contemporanea, imponendosi, quasi come materia più che come metodologia, tra gli obblighi di valutazione e persino, dal 2019, nel nuovo esame di Stato alle Superiori. Il lettore starà pensando “ecco il solito articolo denuncia sull’alternanza e sull’uso spregiudicato che ne fanno alcune aziende, sfruttando illecitamente il lavoro dei giovani in formazione…”.

Niente affatto.

Non mi interessa soffermarmi sulla culpa in vigilando, eventualmente commessa dai tutors interni ed esterni e dagli stessi dirigenti scolastici. Non lo faccio perché sono convinto che, quandanche l’esperienza si sviluppi correttamente e rappresenti una tappa verso lo sbocco lavorativo, il gioco comunque non valga la candela.

In primis, perché se “l’innovazione tecnologica va distruggendo posti di lavoro” (E. Marro, 2016) non ha senso proporre nelle scuole  l’Alternanza come un mero addestramento lavorativo alle competenze tecnico settoriali delle aziende partner. Se il lavoro cambia continuamente, piegare la formazione delle nuove generazioni ai bisogni di questo lavoro che muta di giorno in giorno è molto rischioso e poco lungimirante. “ Quel che occorre è, con ogni evidenza, una formazione culturale non piegata ad alcun specialismo, aperta e complessa, una “educazione della mente” che sappia affrontare con strumenti critici un mondo sempre più velocemente mutevole. Che non è solo il mondo delle imprese e del lavoro .” (P. Bevilacqua, 2017)

Occorrerebbero piuttosto  declinazioni di indirizzo più efficaci e legate alle abilità attese nel percorso formativo scolastico  (Goddi, 2017, p.5);  ripensare i costrutti logici della programmazione curricolare  (M. Baldacci, 2008), pensando seriamente alle  formae mentis  permanenti che condizioneranno in maniera costante il modo di pensare dell’individuo (1); evitare almeno di applicare nei progetti di alternanza modelli standardizzati, “calati” sull’intera classe, o almeno  inserire e certificare nei percorsi ASL anche le attività individuali di Orientamento , sia per ottimizzare il monte ore dedicato, sia per personalizzare parte delle attività ASL.

Ci rendiamo conto che in Europa ci si orienta già in tenera età e noi non consentiamo agli studenti neppure di scegliersi l’attività ASL?

La mia tesi è che, in un’epoca in cui il minimo comun denominatore delle giovani generazioni è rappresentato proprio dalla fragilità, dalla dispersione e dalla discontinuità negli impegni, l’ASL debba assolutamente recuperare una dimensione di continuità didattica e organizzativa con  le discipline e i percorsi curriculari .

Penso all’Alternanza, quindi, come all’occasione per  riattivare il legame di senso che esiste tra lo sviluppo della personalità adolescenziale e l’incontro “ordinato” con i saperi : « La scuola è l’unica sede in cui si presentano in forma ordinata e relativamente completa le ‘istituzioni’ dei vari saperi, diversamente da quanto accade per le informazioni più o meno occasionali e scoordinate che vengono fornite in altre sedi. Ma questo stesso ‘disordine’, che è proprio della società dell’informazione, agisce come specchio e generatore di una costante revisione dei quadri istituzionali delle conoscenze. La scuola non può assistere inerte a questo fenomeno ( 2)».

La scuola deve rispondere a questo disorientamento epocale, produrre azioni di orientamento e trasferire competenze e capacità di orientarsi .

In questo senso, infatti, la crisi del nostro tempo non è dissimile dalla crisi del legame che avvinse Atene nel V secolo a.C., quando fecero irruzione sulla scena i sofisti. Oggi come allora, occorrono maestri che sappiano ripensarsi – penso alla famosa palinodia di Socrate nel Fedro di Platone – che sappiano riattivare e testimoniare il senso dell’insegnare, del fare scuola. Come allora, “ saper distinguere ciò che è vero da ciò che è falso è oggi diventata una competenza fondamentale , (…). Se in futuro addirittura il test Invalsi includerà prove sulla capacità di riconoscere una bufala (G. Romei, 2017), vuol dire che persino l’Ocse ha compreso quanto sia importante “riconoscere una fake news (…) anche semplicemente sapere che le cose scritte non sono necessariamente vere e che  devi pensare criticamente ”. Ha compreso quanto “su questo la scuola possa fare la differenza” (ibidem).

L’altra lezione che la scuola potrebbe imparare dall’esempio di Socrate nel Fedro è quella di recuperare un alfabeto, magari metacognitivo, per insegnare ai nostri ragazzi come trovare e proteggere le proprie motivazioni, ma anche come rigenerarle di fronte alle difficoltà di un’epoca in cui “il futuro non è più quello di una volta”; un’epoca in cui accade che la persona perda il posto di lavoro e non abbia più un ruolo sociale riconosciuto, ha disistima di sé e vive situazioni difficili. Mi chiedo, questo futuro minaccioso non apparirà ancora più ineluttabile a quell’allievo che, già nel presente, vive la Scuola come il luogo dove ha disistima di sé e vive situazioni difficili? Non è dunque paradossale che, proprio mentre i Servizi per l’Impiego si stanno sempre più appropriando di questa pedagogia della motivazione (con l’empowerment e il bilancio di competenze, tentando di reinserire quei drop-out, la cui dispersione ed espulsione dai processi lavorativi e formativi resta il vero assillo europeo) la Scuola invece stenti ad assumere un ruolo chiave? Ruolo peraltro richiesto a gran voce da un’Europa che cerca a tutti i costi di ristrutturarsi ad Economia della Conoscenza e del Long Life Learning.

A mio parere, la Scuola assume questo ruolo cruciale se impara a  prendersi cura non certo delle discipline, ma delle “personalità” che è in grado di e-ducare proprio ricorrendo alle discipline e alla didattica orientativa.

È un passaggio chiave di consapevolezza, necessaria anche ad aprire una dialettica costruttiva con le agenzie di valutazione esterna (INVALSI, OCSE) indicando loro  che cosa è opportuno valutare.  Non affrontare il tema significa subire alla lunga, non solo la valutazione esterna, ma anche la certificazione esterna degli apprendimenti di base (T. Pedrizzi, 2008), come già accade con le certificazioni linguistiche e quelle digitali (tra l’altro, con l’inserimento dell’ASL nell’Esame di Stato, potremmo trovarci i tutors d’azienda tra i membri delle future commissioni d’esame, a certificare le competenze acquisite).

In primis, dunque, se la nota MIUR del 28.3.2017 vincolerà le commissioni dell’Esame di Stato a tener conto delle esperienze ASL svolte nel triennio precedente, occorrerà chiarezza dei ruoli, a partire dalle scelte di programmazione.  Al docente non è chiesta competenza sui processi aziendali. Deve fare quello per cui si è preparato una vita intera.  Ci si contesta che i risultati Ocse Pisa siano al disotto degli standards europei? ma cosa accadrà quando anche l’ASL necessiterà di percorsi più riconoscibili e traguardi di competenza più classificabili? Non avverrà in quel caso una débâcle ancora più visibile e prevedibile? Non dovremo allora arrenderci, non solo alla valutazione esterna, ma anche alla certificazione esterna degli apprendimenti? (Pedrizzi, T., 2007). Non sarà il fallimento totale della scuola italiana? Cosa diranno le famiglie di queste ore “malintese”, impiegate per far scorgere nell’allievo la luce della professione che lo attende nel futuro e per la quale prepararsi a svolgere un ruolo sociale e degnamente remunerato? Che bilancio trarremmo dei primi 25 anni di Autonomia scolastica, se essi si riducessero ad un processo di “ impiegatizzazione” della professione docente  (G. Carosotti, 2008, p.631)? Se sostanzialmente adeguandoci al disegno del legislatore, avremo accettato questa  reductio  ad educare talenti tecnico pratici? Non sarebbe un’aggravante averla accettata, soprattutto a Napoli dove facemmo nostro il famoso Appello alla Filosofia del 1992 “ noi coltiviamo talenti tecnico-pratici e atrofizziamo il genio dell’invenzione filosofica ” (AA.VV. 1992)? Non avrebbe il sapore di una resa definitiva a quell’elemento ideologico, quando non repressivo, che sottende oramai ogni organizzazione complessa , ivi compresa la Scuola ovvero il sistema deputato ad organizzare la conoscenza?

Lo chiarisce bene lo SFI (Società Filosofica Italiana) definendola “ un’ideologia tecnocratica, per la quale ogni conoscenza dev’essere finalizzata a una prestazione, le scienze di base sono subordinate alle discipline applicative e tutto, alla fine, dev’essere orientato all’utile. Lo stesso sapere si riduce a una procedura, e procedurali ed organizzative rischiano di essere anche le modalità della sua costruzione e valutazione. Un conoscere è valido solo se raggiunge specifici risultati. Efficacia ed efficienza sono ciò che viene chiesto agli studiosi: anche nell’ambito delle discipline umanistiche “(Esposito-Reale- Fabris, 2014).

Figuriamoci allora cosa è accaduto nella Scuola, che in pochi anni è stata divorata dalla febbre dell’efficientismo amministrativo (inefficace) e da agenti patogeni chiamati  #Invalsi”, #Rapportodiautovalutazione”, #PianodiMiglioramento , rispetto ai quali non si sono sviluppati sufficienti anticorpi.

Sia chiaro, nessun cambiamento può prescindere da una dimensione di valutazione e rendicontazione sociale del fare scuola, ma allora non dovrà anche l’ASL trovare forme più scientifiche di oggettivazione? magari verificandone qualcuna in più, prima di essere catapultata tra gli elementi di valutazione del prossimo esame di Stato?  “ Si tende a dimenticare che la scuola come istituzione pubblica ha il dovere anche di certificare e rendere noti a tutto il sistema sociale i risultati di chi si sta preparando ad entrare nella vita attiva come membro a pieno titolo del sistema stesso”  dunque anche la metodologia ASL deve essere sistematizzata, affinché, analogamente, “ tali risultati siano verificati in modo visibile e credibile, oltre che spendibile ” (P. Romei, 2007, p.29).

Questo è possibile, a mio parere, partendo dal  riagganciare i percorsi liceali dell’alternanza agli statuti epistemici dei singoli domini disciplinari e alla didattica orientativa verso l’istruzione terziaria  (penso alla bella sperimentazione F2S, della Federico II di Napoli), magari anche ammettendo con coraggio che il monte ore ASL stabilito al Liceo è eccessivo, poiché – al Liceo – non si tratta di stage, tirocinio o qualunque altra tipologia di formazione mirata all’inserimento lavorativo. Si tratta di far prendere dimestichezza con un ambiente, un sistema, una civiltà del lavoro? allora la competenza settoriale passa in secondo piano. In primo piano deve tornare invece il  legame sociale  che c’è intorno al senso del sapere, in una società e un’economia che si definisce “della conoscenza”, quale quella europea.

In questa dimensione, disegnata dall’Europa fin dalle Raccomandazioni del 2006, il ruolo che spetta al docente sarebbe quello di “demone mediatore” – come lo era Eros (e la stessa Filosofia) nel Simposio di Platone – tra i percorsi dell’Alternanza e gli statuti epistemici dei singoli domini disciplinari: un ruolo di costruttore di senso e di legame.

Come alcuni docenti si ostinano a ribadire, il punto è che l’allievo impari a riconoscere  ciò che sa, e ciò che sa fare con ciò che sa . Solo così la Scuola potrà farsi carico della sfida più complessa della sua storia, ovvero  il compito di formare una struttura della personalità  che oggi è il focus, come un secolo fa lo era quello di combattere l’analfabetismo.

In un’epoca in cui il minimo comun denominatore delle giovani generazioni è rappresentato dalla fragilità, dalla dispersione e dalla discontinuità negli impegni,  l’Alternanza deve assolutamente recuperare una dimensione di continuità con le “materie”, se vogliamo che la scuola ritorni a formare personalità forti dal punto di vista della volontà , persone capaci di Volere, che accettano le sfide della responsabilità connesse ai ruoli sociali, che sanno lavorare con gli altri, sviluppare relazioni costruttive, sormontare l’ incertezza, perseguire uno scopo sapendo affrontare appunto gli ostacoli che si frappongono a questo scopo (D. Nicoli, 2017), soprattutto – in epoca tecnopatica – occorre formare  persone che sappiano costruire legami sociali . È il modo più attuale che avremmo per tradurre in chiave moderna il messaggio pedagogico di Socrate se, come spesso sostiene Giuseppe Ferraro, “ Sapere-del-Legame ” è l’altro modo in cui tradurre il termine “ Filo-Sofia ” (3). Un sapere che, tra l’altro, gli italiani conoscevano bene, quando anche la politica mutuava le forme della  Civiltà del Lavoro  ed era animata dalla militanza e dalla partecipazione organizzata, nei luoghi vivi della mobilitazione, della selezione e promozione della classe dirigente.

Solo in questo senso, l’Alternanza scuola lavoro può davvero rappresentare un’occasione storica per colmare una mancanza, oramai tangibile, di momenti e spazi collettivi di aggregazione, formazione ed emancipazione. Per puntellare uno spazio fuori dalla rissa del quotidiano, non per isolarsene sterilmente, ma per contribuire con altre forze e tensioni della società – la scuola, le imprese, gli enti sociali e istituzionali – alla chiarificazione. Allo scioglimento di quei grumi di violenza che di quella stessa rissa sono causa ed effetto. Perché in sintesi, come amava ripetere il compianto Piero Romei – “ a questo dunque serve la scuola: ad aiutare le persone a crescere, e a tenere insieme la comunità sociale ” (P. Romei, 2007, p.28).

Note.

(1). “è di tali abiti e della loro formazione in opera (…) che ci si deve interessare nella fase di educazione scolastica” (M. Baldacci, 2015)

(2).”Commissione tecnico-scientifica sulle conoscenze fondamentali su cui si baserà l’apprendimento dei giovani nella scuola italiana nei prossimi decenni”, documento di sintesi dei lavori della, (maggio 1997) – §1.3

(3). Il concetto della Filosofia come “sapere saggiante i legami più importanti” è stato più volte espresso dal filosofo G. Ferraro; a titolo di introduzione a questa prospettiva si rimanda il lettore a G. Ferraro,“Imparare ad amare”, op cit.

Bibliografia.

D. Rotman, “How Technology is destroying Jobs”, Mit Technology Review, 6/2013; E. Marro, “Allarme Onu: I robot sostituiranno il 66 per cento del lavoro umano”, Il Sole 24 0re, 18/11/2016; P. Bevilacqua, “La buona scuola taglia lo studio e fabbrica disoccupazione”, Il Manifesto, 13/01/2017; S. Goddi, “Relazione tutor scolastico IIS Nuoro”, ora su http://www.iisvoltanuoro.gov. it/ ; M. Baldacci, “L’autonomia didattica dei docenti – Obiettivi, finalità e competenze” in “Autonomia scolastica e qualità del sistema scolastico e formativo” – Seminario organizzato da MIUR, USR Lombardia, Fondazione Cariplo, 6,7,8 ottobre 2008. M. Baldacci, intervista a, “La buona scuola nasce dal pensiero critico” in “Micromega: Il Rasoio di Occam”, 3/6/2015, disponibile all’indirizzo: http://ilrasoiodioccam- micromega.blogautore.espresso. repubblica ; A. Carlino, “Boicotti le prove Invalsi? Non andrai in gita!” Skuolanet.it, 9/5/2017; ora su http://www.skuola.net/prova- invalsi/niente-prove-invalsi- non-andrai-in-gita.html ; T. Pedrizzi, “Il ruolo del dirigente scolastico nella valutazione degli apprendimenti” in “Autonomia scolastica e qualità del sistema scolastico e formativo” – Seminario organizzato da MIUR, op. cit. 2007; L. Althusser, “Sull’Ideologia”, Dedalo, Bari, 1976; G. Carosotti, “La didattica delle competenze” Rivista “L’Acropoli” anno XI – n. 6, 11/2008 (ora su http://www.lacropoli.it/ articolo.php?nid=790 ); R. Esposito, A. Fabris, G. Reale, “Appello per la filosofia” 18/2/2014, su https://www.sfi.it/261/ appello-per-la-filosofia.html ; AA.VV. “Appello alla Filosofia”, 30/11/1992, su http://www.iisf.it/appelli/ app_fil.htm ; D. Nicoli, “Autonomia e qualità del sistema informativo” in Autonomia scolastica e qualità del sistema scolastico e formativo – Seminario organizzato da MIUR, op. cit. 2007; P. Romei, “Per una teoria della scuola” su Autonomia e Dirigenza, Anno XVI/Nuova serie, gennaio-febbraio-marzo 2007;G. Ferraro “Imparare ad amare”, ed. Castelvecchi, Roma, 2015.

Versione stampabile
anief
soloformazione