Un giovane ogni 8 in Italia non finisce le scuole superiori: “Ti insegniamo a lavorare negli ambienti difficili e nelle scuole marginalizzate”. INTERVISTA a Amir Mohamed (Teach For Italy)

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“In Italia – dice Amir – il contesto in cui nasci e cresci decide il successo scolastico e professionale. Noi invece vorremmo fare qualcosa per garantire a tutti le stesse opportunità a prescindere dal contesto di partenza”. Troppo spesso, aggiunge l’organizzazione di cui fa parte Amir, “il quartiere, la famiglia e le circostanze socio-economiche da cui provieni determinano il tuo livello d’istruzione e le tue future opportunità di vita. Purtroppo, anche in Italia questa è una realtà per un numero sempre maggiore di giovani”.

Ne sono convinti quelli di Teach For Italy, un ente no profit di cui fa parte Amir Mohamed, trentenne romano. Teach For Italy fa parte a propria volta dell’organizzazione internazionale Teach for all, che lavora per contrastare le disuguaglianze educative e rafforzare la scuola pubblica nei contesti più difficili, portando giovani talenti e nuove energie nelle scuole più svantaggiate. Nel lungo periodo, spiegano gli organizzatori, opera per costruire un movimento dedicato al contrasto delle crescenti disuguaglianze educative in Italia: “Contribuisce a costruire un Paese in cui il luogo in cui vivi non sia il solo parametro che determina il tuo livello di istruzione e le tue opportunità future”.

Lavoriamo molto – sottolinea Amir – con gli istituti professionali e con i Cfp, i centri di formazione professionale, che sono considerati l’ultima rete prima dell’abbandono scolastico. I ragazzi e le ragazze non ce l’hanno fatta nelle scuole tecnico professionali e vanno nei centri di formazione professionale. L’utenza qui è particolarmente svantaggiata, ma non necessariamente meno dotata rispetto a quella dei licei. Sono semplicemente studenti che provengono da contesti socio culturali marginalizzati che li portano all’insuccesso scolastico. I centri di formazione professionale lavorano benissimo ed è un peccato che vengano considerati come l’ultima spiaggia”.

Secondo i dati elaborati rispettivamente da World Economic Forum 2020, INVALSI 2023 ed EUROSTAT, 2021, e rilanciati da Teach for Italy, in Italia solo il 6 per cento dei bambini i cui genitori non hanno terminato le scuole superiori otterrà la laurea. Il 65 per cento resterà allo stesso livello di istruzione. Un giovane ogni 8 non finisce le scuole superiori, una quota tra le più alte in Europa. La quota di giovani che non finisce le scuole superiori in Italia è tra le più alte in Europa (12,5 per cento). Nelle regioni del Sud la media si alza al 17 per cento, con un picco del 21,1 per cento in Sicilia. Degli studenti che hanno affrontato la maturità nel 2023, 34.850 sono usciti dal nostro sistema formativo senza aver raggiunto il livello minimo di competenze in italiano, matematica e inglese. I tassi più elevati sono in Campania e Sardegna, sopra il 15 per cento, seguiti da Sicilia, Calabria e Basilicata. A questi dati si aggiungono 3 milioni di NEET (Not [engaged] in Education, Employment or Training), ovvero il 23 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni. La quota è 10 punti percentuali superiore a quella europea (13,1 per cento). La media si alza nel Sud e nelle Isole, con percentuali di NEET che toccano punte del 40 per cento in alcune regioni.

“Crescenti disuguaglianze socio-economiche, caos amministrativo, e mancanza di una visione per il futuro – prosegue l’analisi di Teach for Italy – fanno sì che la scuola pubblica non riesca più ad essere un efficace ascensore sociale, specialmente nelle comunità più svantaggiate del Paese.

Emorragia di talenti: la scuola italiana soffre uno dei livelli più alti di abbandono scolastico in Europa, con un giovane ogni cinque che non finisce le scuole superiori. La bassa crescita economica e l’alta disoccupazione fa sì che l’Italia abbia anche uno dei tassi più alti di giovani che una volta lasciata la scuola non studiano, non lavorano e non si formano (NEET). Questo enorme spreco di talenti ed energie che dovrebbero contribuire alla crescita economica e culturale del nostro Paese, rafforza un ciclo di marginalità sociale e povertà che la scuola stessa dovrebbe contrastare.

Povertà educativa: in Italia un quindicenne su cinque non raggiunge le competenze minime in matematica, uno su quattro non le raggiunge in italiano. I ragazzi che vivono in contesti di disagio e povertà hanno 5 volte di più il rischio di non raggiungere queste competenze”.

E ancora: mancanza di visione e poche risorse: “Gli insegnanti italiani sono tra i più anziani dei Paesi ad alto reddito, e soffrono un sistema demotivante e senza prospettive di crescita professionale. Guadagnano molto meno dei loro pari in altri paesi e, soprattutto nelle materie STEM, ne mancano a migliaia. In questo contesto, l’Italia continua a spendere per la scuola meno della media OCSE e per l’università ancora meno. La società, l’economia ed il mondo del lavoro continuano a cambiare, mentre troppi dei nostri giovani vengono lasciati senza le competenze e le conoscenze necessarie a determinare il proprio futuro in una società globale in continuo cambiamento. Teach For Italy vuole raggiungere un impatto che la scuola può e deve avere, partendo dalle comunità più svantaggiate”.

Ecco allora l’importanza della mission di Teach for Italy, che si rivolge agli insegnanti, e non solo – anche a dirigenti scolastici e figure esterne alla scuola – per proporre loro una formazione capace di fare la differenza in termini di efficacia sostanziale sugli apprendimenti e sulla riduzione delle diseguaglianze presenti soprattutto nelle scuole italiane che presentano maggiori indici di marginalizzazione. Si cercano laureati magistrali o a ciclo unico in qualsiasi disciplina (entro giugno 2024), o in possesso di un diploma magistrale abilitante all’insegnamento ante 2001/02. Insegnanti iscritti in GPS o di ruolo. E ancora: professionisti con esperienza nel mondo privato desiderosi di mettersi a disposizione delle esigenze educative degli studenti e delle scuole. E che abbiano come requisiti la disponibilità a spostarsi per due anni in una qualsiasi provincia italiana, se non già iscritti in graduatorie GPS e non di ruolo, nonché una buona padronanza della lingua inglese.

Sono tanti gli insegnanti italiani, di ruolo, e anche non di ruolo inseriti nelle GPS, che hanno già condotto non solo la formazione di fellowship con l’organizzazione ma anche la successiva pratica in classe, nella propria scuola, e che si dicono entusiasti dell’esperienza, elencando tanti esempi concreti di miglioramento degli apprendimenti degli alunni più svantaggiati, spesso condotti verso un generalmente non sperato successo formativo

Come funziona nella pratica? La fellowship di Teach For Italy prevede un impegno di due anni a tempo pieno come insegnante di scuola primaria o secondaria preceduto da un corso di formazione intensivo prima dell’ingresso in classe. Il programma include un percorso di formazione e supporto personale e professionale volto a sviluppare le capacità di impatto in classe, a scuola e nel sistema educativo italiano. Al termine dei due anni di programma, i Fellow entrano nella Comunità di Alumni Teach For Italy. “La nostra visione per gli Alumni – spiegano i responsabili – li vede come futuri leader collettivi e facilitatori del cambiamento in tutti gli ambiti di impatto maggiormente strategici dell’ecosistema educativo italiano. L’obiettivo è che rimangano connessi tra di loro, con il territorio e con la missione di Teach For Italy e che possano formare reti con i vari attori necessari per facilitare iniziative intersettoriali orientate al cambiamento della scuola. In qualsiasi settore i nostri Alumni scelgano di operare, come insegnanti, dirigenti scolastici, rappresentanti istituzionali, policy makers, imprenditori, innovatori sociali o ricercatori, noi crediamo che possano contribuire a praticare, studiare e promuovere approcci in ambito educativo inclusivi e a favorire scelte politiche incentrate sull’equità educativa”.

I Fellow di Teach For Italy, spiega l’organizzazione, “sono persone dalla spiccata sensibilità sociale, aperte al costante miglioramento personale e professionale, che hanno voglia di mettersi in gioco e imparare con e dagli altri”. Sono “individui perseveranti capaci di affrontare le sfide motivando sé stessi e gli altri a dare il meglio di sé”. Sono “soprattutto persone che credono profondamente nel ruolo strategico della Scuola per una società più inclusiva che promuova il talento e le opportunità per tutti i suoi cittadini a prescindere dalle loro condizioni di partenza”.

Aspetti retributivi. Perla formazione estiva i docenti vengono supportati dall’organizzazione nel trasferimento e nel vitto e alloggio, quindi è tutto gratuito. Quando poi, dopo la formazione, si sarà entrati nelle scuole, si verrà pagati come docenti dal Mim. Se si è di ruolo e se la scuola è ad alta o media marginalizzazione si resta lì e si prova a portare dentro le classi il metodo di Teach for Italy. Se invece si è precari si è invitati a iscriversi nelle GPS di province che abbiano scuole, dalla primaria alla secondaria di secondo grado, con tassi di marginalizzazione più alti. Dalle esperienze fin qui condotte emerge che le scuole coinvolte, i cui dirigenti talvolta non sapevano dell’esistenza di questa opportunità formativa, hanno apprezzato molto l’ingresso di docenti che hanno spiegato loro di essersi formati con Teach for Italy.

Amir Mohamed, come detto, ha 30 anni ed è di Roma. Da sempre immerso in un ambiente multiculturale, si è laureato in Scienze dello sviluppo e della cooperazione, integrando formazioni presso le Università di San Martín, Buenos Aires e Madrid e progetti di impatto sociale come l’organizzazione DAC Onlus come Junior Project Manager a Dakar, in Senegal. Durante la fellowship, Amir ha insegnato al CIOFS di Milano, poi a Torino presso l’IC “Cena”, dove ha animato un progetto di italiano L2. Fra il primo e il secondo anno ha svolto lo stage con Enseña por Mexico partecipando alla loro immersiva Summer School. In futuro, ambisce “a contrastare le diseguaglianze educative promuovendo una maggiore consapevolezza e sensibilità verso la diversità linguistica e culturale e lavorando per creare pari opportunità di apprendimento e crescita”.

Amir Mohamed, che cosa offrite, voi di Teach for Italy, agli insegnanti italiani?

“Offriamo un programma di formazione e lavoro a insegnanti e non insegnanti che hanno la motivazione di insegnare investire due anni della loro vita nel mondo della educazione. Offriamo una scuola, una sorta di accademia estiva dove vengono preparati all’entrata nelle classi difficili e alla gestione degli alunni che le frequentano. Gli insegnanti riceveranno insegnamenti su pedagogia, sociologia didattica e a utilizzare strumenti pedagogici che durante la nostra decennale esperienza si sono rivelati buone pratiche didattiche. Dopo la formazione iniziale si verrà inseriti, nel rispetto nelle normative scolastiche, all’interno delle scuole marginalizzate. Sono scuole difficili che in base a dati Istat o Invalsi sono considerate con tasso alto di abbandono o sono inserite in quelle periferie urbane in cui sono i tassi di abbandono sono maggiori”.

Una bella sfida

“Lo è, per chi vuole fare un investimento di due anni. L’obiettivo è portare un’educazione diversa, nel senso di alta qualità, a coloro che solitamente hanno meno opportunità. Nei due anni si viene inseriti in una scuola di questo tipo e il docente per due anni insegna lì e riceve una formazione continua da parte dei formatori di Teach for Italy. Dopo i due anni si entra cioè a far parte della nostra comunità di Alumni”.”.

Lo sbocco della formazione è necessariamente quello dell’insegnamento?

“Dipende, se si vuole rimanere a insegnare nella scuola o se intraprendere un percorso nel Terzo settore, sempre nell’ambito della povertà educativa, oppure nell’editoria scolastica, cioè nella creazione di libri di settore. Altri ancora scelgono di diventare a vario titolo consulenti del Ministero dell’istruzione. Ognuno, dopo i due anni, sceglie la propria strada e viene orientato verso ambiti dove può continuare a investire le proprie competenze in base al lavoro e alle conoscenze acquisite per contribuire al contrasto delle diseguaglianze educative”

Lei che strada ha intrapreso?

“Sono un Alumno, ho fatto il percorso e poi sono entrato nello staff di Teach for Italy. Io vengo dalla cooperazione allo sviluppo. Ho lavorato prima in Italia e poi in Senegal. Ho scoperto, proprio nella cooperazione allo sviluppo, che i progetti educativi erano quelli che avevano un impatto più efficace nel lungo periodo. Dunque rientrato i Italia ho scelto di lavorare nel mondo dell’educazione e ho scoperto per caso il mondo di Teach for all. Ho scoperto questa organizzazione che aveva un piede nell’educazione e un piede nello sviluppo sociale: per me è stata una sfida molto importante e mi sono candidato. Tra il primo e secondo anno si può svolgere una collaborazione estiva con uno dei partner italiani o esteri di Teach for all. Nel mio caso, ho avuto una grande opportunità di lavorare con Teach for Mexico. Ho partecipato alla loro formazione estiva nel Sud del paese con docenti selezionati che appartenevano alle comunità indigene Maya locali”.

E’ stato utile?

“Dal punto di vista pedagogico è stato incredibile scoprire tante strategie didattiche molto efficaci per promuovere la leadership dello studente che funzionano nelle comunità indigene Maya tanto quanto nella periferia torinese dove poi ho insegnato dopo la mia esperienza di fellowship di due anni. La cosa bellissima è vedere che dall’altra parte dell’oceano ci sono docenti motivati che lottano con la stessa voglia e con le stesse strategie nostre e per raggiungere gli stessi obiettivi. E’ stato incredibile notare le tante similitudini. Quanto alla motivazione a ridurre le diseguaglianze, anche loro hanno compreso che la chiave per ridurre le diseguaglianze è l’insegnamento. D’altra parte ho portato loro le nostre esperienze, come il metodo Montessori o Reggio Emilia, e sono state apprezzate e utilizzate. Questo scambio è stato efficace”.

Torniamo all’Italia. La scuola pubblica dunque non ce la fa, da sola, secondo lei, a ridurre le diseguaglianze?

“No, non si può dire questo. Noi siamo nati a supporto della scuola. I dati in ogni caso ci dicono che se nasci al Nord o in contesti a bassa marginalizzazione, allora ci sono molte probabilità che i risultati saranno positivi e che si andrà all’università. In generale quel tipo di studente ha più opportunità rispetto ad altri. Ad oggi solo il 6 per cento degli immigrati di seconda generazione, con genitori stranieri privi di diploma, va all’università”.

E’ questa la sua storia?

“Mio padre è egiziano, mia madre è italiana, nessuno dei due ha il diploma. Una persona nelle mie condizioni ha dunque solo il 6 per cento di probabilità di arrivare alla laurea. Io sono dunque un po’ una eccezione.

Il futuro dipende ancora da come si nasce?

“Da quel che ci dicono i dati, la forbice si sta ampliando e in Italia siamo gli ultimi tra gli ultimi a garantire le stesse opportunità a tutti gli studenti”.

Il problema non riguarda solo i figli di immigrati. E’ così?

“E’ così. Il problema riguarda anche ragazzi e ragazze di zone considerate ad alta marginalizzazione. In Italia il contesto in cui nasci e cresci decide il successo scolastico e professionale. Noi invece vorremmo fare qualcosa per garantire a tutti le stesse opportunità a prescindere dal contesto di partenza e quindi il lavoro del docente in Teach for Italy è vedere la pratica di insegnamento non solo come insegnare delle nozioni e formare studenti, ma anche come forma di attivismo, come strumento di sviluppo sociale, come strumento di contrasto alle diseguaglianze. Quindi i nostri insegnanti sono particolarmente motivati, anche a costo di cambiare sede e regione, a provare a liberare le potenzialità degli studenti insegnando loro a sognare e a sbloccare le opportunità”

Con chi collaborate, nello svolgere queste attività?

“Collaboriamo con il Terzo settore, con enti locali, con Ministero dell’Istruzione, con istituti scolastici regionali, tutti soggetti con i quali i nostri docenti riescono a promuovere progetti alternativi a scuola. Lavoriamo molto con gli istituti professionali e con i Cfp, i centri di formazione professionale, che sono considerati l’ultima rete prima dell’abbandono scolastico. I ragazzi e le ragazze non ce l’hanno fatta nelle scuole tecnico professionali e vanno nei centri di formazione professionale. L’utenza qui è particolarmente svantaggiata, ma non necessariamente meno dotata rispetto a quella dei licei. Sono semplicemente studenti che provengono da contesti socio culturali marginalizzati che li portano all’insuccesso scolastico. I centri di formazione professionale lavorano benissimo ed è un peccato che vengano considerati come l’ultima spiaggia”.

Quali sono i riscontri?

“Parto dai dati internazionali. In India, in Cile, in Messico e in tutti i Paesi dove sono presenti i nostri docenti, i dati di abbandono sono drasticamente diminuiti e allo stesso tempo i dati di successo sono migliorati. Ma pensiamo a Londra: abbiamo inserito molti docenti nella periferia di Londra e nelle zone in cui abbiamo lavorato noi, i dati confermano quello che ho detto. Si tratta di dati ministeriali oggettivi elaborati da enti nazionali. E così anche in India, in Perù e in tutti i Paesi dove siamo”.

E in Italia?

“In Italia siamo presenti da 5 anni e stiamo raccogliendo dei dati. I questionari ci dicono che questo metodo sta funzionando e che i ragazzi vengono a scuola con più piacere, che spesso la scuola diventa più porosa verso l’esterno. Porosa perché nei due anni di lavoro invogliamo le scuole a collaborare con le associazioni locali, a fare entrare a scuola varie realtà esterne”.

Serve tutto questo?

“Sì, tutto questo è molto efficace. E’ efficace perché consente di fare una didattica cucita sulla società del 2024, perché consente ai ragazzi di conoscere di più la società, perché la scuola fa da ponte tra l’aula e la città e stiamo vedendo che questa cosa funziona. Certo, questa cosa si fa già a scuola, non siamo gli unici. Però il nostro docente entra nella scuola già supportato da una rete, da un network costituito dagli altri docenti del Teach for Italy e dai partner territoriali di Teach for all. Ogni docente selezionato che entra nel programma entra in una rete e ha un coach didattico con cui potersi confrontare nella didattica, ad esempio su come può coinvolgere la realtà del quartiere, su come monitorare i risultati del proprio insegnamento. Noi peraltro facciamo molto monitoraggio per capire se il suo insegnamento è efficace oppure se occorra correggere il tiro”.

Qual è la figura tipo del docente italiano che si rivolge a voi?

“Gli utenti di Teach for all sono eterogenei. Si tratta di docenti di ruolo che vogliono insegnare con una nuova visione. Inoltre ci sono docenti non di ruolo che insegnano da due o tre anni e che vengono mandati in classe senza nessuna preparazione. Ma ci sono anche professionisti non insegnanti, come gli ingegneri e altre figure, che provengono dal mondo aziendale e scoprono che vogliono fare qualcosa di più valoroso sul piano etico e allora scelgono di lasciare la carriera già intrapresa per insegnare. E’ una scelta consapevole, quella di insegnare nelle scuole svantaggiate”.

Avete insegnanti che hanno scelto la scuola in carcere?

“Sì, abbiamo tre docenti che insegnano in carcere”.

Domani pubblicheremo l’intervista a una professoressa Alumna di Teach for Italy (ndr).

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