Un giovane docente deluso. Lettera

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Inviata da Vincenzo Casertano – “Per favore Prof, non vada via anche lei”. Sono queste le parole amare e allo stesso tempo paradigmatiche che sintetizzano l’attuale scenario scolastico, divenuto estenuante e a tratti grottesco, per tutti, soprattutto per i ragazzi, ormai privi di fiducia davanti a questa diuturna e velleitaria staffetta di insegnanti.

Sono queste le parole che un giovane insegnante è costretto a sentire, sentendosi impotente, inadeguato.

La figura del docente, a causa di un sistema di reclutamento contorto e arzigogolato, ha perso credibilità: il docente non è più una guida, un mentore, un punto di riferimento, ma è solo una sagoma effimera, volatile, priva di consistenza.

Si legge chiaramente negli occhi degli alunni stanchezza, apatia e, in alcuni casi, paura.
Paura di aggrapparsi a qualcuno che potrebbe sparire da un momento a un altro, paura di perdersi, paura di affidarsi a discorsi che non troveranno effettivo riscontro.

E questa sarebbe la scuola del puerocentrismo? Sì, l’alunno è posto al centro, ma è completamente solo, vittima di scelte sbagliate di qualcun altro.

Perché gli errori degli adulti si ripercuotono sui giovani, con veemenza, si insinuano serpeggiando, senza ritegno.

Le parole-chiave della scuola dovrebbero essere passione, dedizione, curiosità, amore, empatia e invece si sente parlare di algoritmo, punteggio, cattedre, ricorsi, clausola risolutiva.

Le procedure concorsuali lente, il marasma alimentato dagli uffici di competenza, le segreterie scolastiche poco trasparenti ed irrispettose nei confronti di chi percorre parecchi chilometri pur di conquistare un altro sorriso, pur di conquistare un nuovo piccolo successo.

E così la burocrazia asfittica vanifica ogni tentativo di insegnamento, non inteso come mera trasmissione di contenuti, ma come autentica connessione tra maestro e allievo, entrambi perfettamente consapevoli di condividere un percorso comune, fatto di sfide, ostacoli, fallimenti e successi.

Ma le regole imposte dal sistema scolastico odierno non lasciano spazio al romanticismo, alla poesia, alla magia del processo di apprendimento; il lavoro del docente ormai si riduce alla sterile compilazione di moduli e scartoffie, all’utilizzo smodato di sigle ed etichette.

Spesso si fanno discorsi generazionali ma, oggigiorno, come può un ragazzo entrare a scuola con entusiasmo?
Come può riporre fiducia nel mondo degli adulti?
Come può desiderare di apprendere ogni giorno qualcosa di nuovo?
Come può credere ai nobili insegnamenti tanto decantati se la dimensione che lo avvolge è fallace e caduca?
Tutelare un giovane indiscriminatamente non significa aiutarlo, non significa accompagnarlo nella crescita; tutelare a tutti i costi un giovane significa illuderlo.

È facile accontentare, è facile alimentare la politica del bel voto, ma è difficile, invece, mettere qualcuno nelle condizioni di imparare, sbagliando, fallendo, perdendo.

Perché l’insuccesso va normalizzato, perché non si vince soltanto raggiungendo la vetta, ma anche mettendosi in gioco, partecipando attivamente con impegno e determinazione.

Dovremmo tutti fare un passo indietro ed essere meno ipocriti, per evitare un disastro preannunciato, dato che nelle scuole si sta consumando il più grande fallimento dell’epoca contemporanea.

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