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Ultima Generazione come Antigone? Conversazione sul teatro greco antico con Sotera Fornaro

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Difficile spiegare a ragazzi di 17 anni la lacerazione che porta nella vita dell’eroina tragica Antigone la notizia che il corpo di suo fratello non sarà sepolto. L’idea della morte è lontana dalla giovinezza e ancor di più lo è la specificità di riti come la ricomposizione dei cadaveri, le libagioni, il kommòs, quell’amore per i morti che portava le popolazioni antiche a instaurare con le tombe un rapporto personale, emotivo, che per noi adesso sarebbe ai limiti della necrofilia (per quanto io abbia visto qualcosa del genere ancora oggi nell’Italia meridionale). Allora, per far comprendere le ragioni di Antigone e il suo stato d’animo di fronte al divieto inflittole dallo zio, mi è sembrato importante cercare un equivalente vicino alle vite dei miei studenti.

Il parallelismo più immediato mi è venuto dall’attualità: i giovani e giovanissimi attivisti di Ultima Generazione riproducono la stessa volontà ostinata della figlia di Edipo, accettano il rischio di essere processati (in qualche caso è avvenuto) pur di non vedere condannato a morte il loro futuro. Un confronto non so quanto calzante, ma che ci spinge a riflettere su quali strategie adottare per rendere più intimo in rapporto tra i classici e i nostri studenti e sui limiti che dobbiamo porci in questo genere di operazioni.

Ne abbiamo parlato con Sotera Fornaro, che insegna letteratura greca all’Università della Campania L.Vanvitelli presso il DILBEC di Santa Maria Capua Vetere, curatrice del blog: Visioni del tragico. La tragedia greca sulla scena del XXI secolo  e dell’omonima rivista.

Professoressa, quanto un insegnante può sentirsi libero di accostare l’attualità a un’opera come l’Antigone di Sofocle? Sappiamo che l’ ‘attualizzazione’ è un’operazione che da molti viene tacciata di antistoricismo.

Le tragedie greche erano collegate all’attualità. Il pubblico ateniese trovava nelle vicende mitologiche che erano messe in scena, e soprattutto in come erano messe in scena dai diversi tragediografi, continui e impliciti raccordi con il loro presente. La tragedia greca è un genere politico, cioè intimamente legato alla polis. I racconti mitologici, è vero, sono racconti che non hanno una precisa collocazione storica: ma proprio per questo sono duttili, cioè si prestano a narrare situazioni, stati d’animo, problemi, che possono appartenere anche ad epoche diversissime. Perciò collegare fatti, eventi o questioni contemporanee alle questioni che sono al centro delle tragedie greche, compresa l’Antigone, non è un abuso. Diverso è voler comprendere le tragedie nel loro proprio contesto, anche se a mio parere non si tratta di operazioni di segno opposto.

Noi non possiamo che recepire i testi antichi attraverso i nostri occhi, cioè attraverso il filtro della nostra esperienza, convinzioni, anche pregiudizi; forse però questo interrogare i testi antichi ci può anche aiutare a porci questioni che riguardano quei testi all’interno della loro precisa situazione storica. Insomma, non penso affatto che sia antistorico chiedersi se alcune questioni che sono al centro della tragedia greca ci riguardino ancora e in che misura.

La disperazione esistenziale di Antigone può essere, secondo lei, accostata a quella dei ragazzi di Ultima Generazione? È un parallelismo che può funzionare o no?

Discuterei un attimo il concetto di ‘disperazione esistenziale’. A me non sembra che Antigone sia disperata. Antigone è convinta delle proprie azioni, mostra una incrollabile capacità di decidere, non solo nel voler seppellire il fratello a qualsiasi costo, ma anche nel respingere la sorella Ismene che ad un certo punto vuole condividere con lei la responsabilità dell’atto ed in fondo anche nel contrapporsi al coro. È vero che nel momento in cui si avvia alla prigione-tomba rimpiange tutto ciò che non ha vissuto, non essersi sposata, non aver avuto figli, rimpiange la vita che sta perdendo prematuramente e ingiustamente, ma lo fa sempre con coraggio e senza rinnegare nulla di quel che ha fatto.

Perciò Antigone può anche essere considerata come un esempio narrativo di consapevolezza estrema, di convinzione e fede in un ideale, anche di coraggio, nel momento in cui adempie al proprio dovere anche a rischio della vita. Se gli attivisti di Ultima generazione cercano figure di riferimento in questo senso, sì, Antigone può essere una di queste, seguita da tante altre figure che hanno tenuto fede fino in fondo alla propria missione, ai propri ideali, senza tenere in conto la propria vita e agendo contro le leggi o le norme, se considerate ingiuste rispetto a norme etiche più generali. Il problema però sta proprio in questo: come si fa a capire se una legge è ingiusta? Nella storia, la risposta è semplice quando ci si trova ad agire in regimi dittatoriali, tirannici. Tutti i resistenti e i dissidenti della storia si ispirano in qualche modo ad Antigone, se prendiamo il racconto mitologico nella sua forma più semplice. Non bisogna però dimenticare che Antigone non obbedisce alla legge, è vero, ma non commette nemmeno alcun atto di violenza. Perciò è stata accostata a molti ‘profeti’ della non violenza.

Una tesi un po’ forte: potrebbe accomunarli anche una sorta di cupio dissolvi?

Una certa linea interpretativa, iniziata forse dallo psicanalista Jacques Lacan, ma forse più antica, ha voluto vedere in Antigone un forte desiderio di morte. Non so se questa tesi sia del tutto accettabile. Nella tragedia di Sofocle, Antigone non vuole morire, sa però di poter morire se trasgredisce l’editto di Creonte che vieta la sepoltura del fratello. Non penso che il suo profondo legame affettivo con il fratello e con il corpo del fratello sia da vedersi come un desiderio di morte. Onorare il parente più stretto morto è un dovere etico direi innato nella natura umana, gli antropologi mi perdoneranno se mi esprimo scorrettamente, sicuramente è più che presente nella nostra cultura, pure ipertecnologizzata, e lo era in quella greca. Perché poi gli attivisti di Ultima generazione dovrebbero tendere al dissolvimento? Se ho capito bene le loro rivendicazioni, al contrario loro vogliono salvare la vita, a tutti i livelli, compresa quella del pianeta. Nelle loro ultime azioni stanno trasgredendo platealmente alcune leggi e anche – se mi permette – il buon senso. Ma agiscono in gruppo, mentre l’azione di Antigone è individuale, talmente individuale che non è compresa fino in fondo nemmeno da sua sorella.

Ricollegandoci al suo discorso iniziale, in che misura gli autori tragici potevano utilizzare il mito per rendere più evidenti i significati, i meccanismi di avvenimenti a loro contemporanei senza rappresentarli in maniera diretta? Qual era il loro grado di credenza rispetto ad essi?

Per rispondere a questa domanda sono stati scritti libri e libri, che bisogna leggere se ci si occupa di questi argomenti; tra gli studiosi italiani di una generazione fa credo che siano molto istruttivi i libri di Vincenzo di Benedetto su quest’argomento, e poi i vari, tanti contributi dei suoi allievi, Enrico Medda e Maria Pia Pattoni, per esempio, oppure bisogna pensare agli scritti di Anna Beltrametti, ma qui non vorrei fare torto a nessuno degli ottimi studiosi di tragedia greca che abbiamo in Italia. Bisogna poi dire che il rapporto tra mito e attualità è più antico della tragedia, probabilmente c’è già in Omero, anche se a noi sfugge irrimediabilmente come il pubblico originario collegava gli avvenimenti raccontati nell’epica a realtà locali, sociali e religiose.

Tutta la lirica corale si basa sul rapporto tra mito e attualità. Gli autori antichi potevano contare su conoscenza mitologiche del loro pubblico più ampie delle nostre, perciò quelle che per noi sono solo oscure allusioni erano certamente più chiare per il pubblico antico; in più gli autori drammatici non avevano solo la parola, ma tutti gli elementi della messa in scena, gli oggetti, i costumi, le maschere, la scenografia, per collegare quel che avveniva in teatro con quel che accadeva fuori. Credo che resti insoluta però la domanda a che scopo ciò avveniva, per quel che riguarda la tragedia. Gran parte della nostra tradizione è segnata da Aristotele, e dalla ‘catarsi’ come scopo della tragedia: qualunque cosa significhi questa parola, è come se il pubblico antico si ‘liberasse’ dei propri problemi e delle proprie angosce vedendole rappresentate a teatro.

Ma quella di Aristotele è solo una possibile risposta alla domanda: a che servivano le tragedie? Per giunta non sapremo mai cosa esattamente significasse per Aristotele un processo catartico. Oggi si dice spesso che il teatro sia terapeutico, ma non mi sembra che altre fonti antiche condividano quest’idea. Certamente la tragedia fa pensare: i racconti mitologici sono sempre presentati in maniera conflittuale, agonistica, attraverso il confronto di posizioni, alcune volte durissimo, come nel caso dell’Antigone. Il problema dei morti in guerra, e di cosa farsene dei loro corpi, ad esempio, non fu certo secondario nell’Atene del V sec. a.C. Ora: l’Antigone presenta, con la complicazione che uno dei corpi da seppellire è quello di un erede della casa regnante, proprio questo problema.

Ma non mi sembra che dia una soluzione. Gli autori di tragedie non prendevano esplicitamente posizione, ma sembra che lasciassero al pubblico la possibilità di scegliere da che parte stare. Questo poi aveva certamente dei riflessi sul comportamento quotidiano. In fondo, le tragedie erano un momento di sospensione dalla realtà, un rito all’interno di un più impegnativo rito religioso, durante il quale ci si poteva fermare a riflettere e forse anche a tentare di capire fatti terribili, violenti, dolorosi, irrefrenabili, come l’assassinio e la guerra, ad esempio. Ed è in fondo quel che facciamo ancora oggi, quando assistiamo ad una tragedia greca.

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