Udir: paesi di montagna si svuotano per colpa dei tagli alla scuola

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Comunicato Udir – Tante pluriclassi nei piccoli comuni in quota hanno chiuso o sono sul punto di chiudere i battenti. I tagli derivanti dal D.P.R. n. 81 del 2009, che ha tagliato una presidenza su quattro, ridotto il tempo scuola, abbattuto gli organici e favorito le classi pollaio, stanno producendo effetti negativi sempre più pesanti, non solo a livello di formazione, ma anche sociale e demografico. A pagare più di tutti sono le realtà territoriali più piccole, dove è saltata la maggior parte dei 4 mila istituti scolastici soppressi.

Marcello Pacifico (Udir): Bisogna trovare le risorse per ripristinare i tagli sulla scuola già in questo disegno di legge di bilancio. Chi governa il Paese deve farsi carico del problema: con questa manovra non si va molto avanti, visto che la spesa pubblica per l’Istruzione rispetto al Pil scenderà fino al 2035, passando dal 4% al 3,2%. Bisogna prevedere delle deroghe al rapporto alunni-docenti-personale Ata-sede di presidenza, in base alle esigenze del territorio”.

È di questi giorni la denuncia di un preside abruzzese, a capo dell’Istituto comprensivo “San Demetrio Ne’ Vestini-Rocca di Mezzo, in provincia dell’Aquila, che dalle pagine della rivista on line Orizzonte Scuola dice: “Aiutatemi a salvare le mie scuole, altrimenti da qui se ne andranno tutti”. L’istituto comprensivo insiste su ben dodici comuni: Ovindoli, Acciano, Tione degli Abruzzi, Fontecchio, Alto, Villa S.Angelo, San Demetrio, S.Eusanio Forconese, Fossa, Ocre, Rocca di Mezzo, Fagnano, Rocca di Cambio. Dodici comuni significano dodici tra sindaci e assessori per la gestione dei servizi, dalla mensa ai trasporti. Ma si fa. Sono tutti dei bei borghi dell’Alto Abruzzo.

Sono paesi attrattivi dal punto di vista turistico, che stanno vivendo un progressivo spopolamento anche a causa dell’emigrazione di intere famiglie che non ce la fanno più a sopportare i disagi delle pluriclassi. Non il freddo, non gli spostamenti di primo mattino da un paese privo di scuola verso un altro dove la scuola c’è, ma la realtà disagevole delle pluriclassi: si tratta di due e anche tre classi in una, con docenti che pur mettendocela tutta, senza lamentarsi dei disagi, devono frazionare il programma ministeriale in modo da accontentare nella stessa ora i bambini di classi non omogenee. Il problema è che l’art. 10 comma 1 del Dpr 81 del 2009 – dal titolo emblematico: Norme per la riorganizzazione della rete scolastica e il razionale ed efficace – ha introdotto dei nuovi “tetti” numerici per la formazione delle classi.

I numeri che non tornano

“Le pluriclassi sono costituite da non meno di 8 e non più di 18 alunni. Così recita utilizzo delle risorse umane della scuola”. Prima il limite massimo oltre il quale non era possibile formare una pluriclasse era di 12 alunni, Tremonti, con il Dpr 81/09, lo portò a 18 e da quel giorno sono iniziati i guai, spiega il dirigente scolastico. Perché dopo il terremoto dell’Aquila, molta gente era tornata nei paesini, negli ultimi tempi si fa sempre più spesso ritorno in città, dove i disagi scolastici sono azzerati.

Secondo il dirigente scolastico, Antonio Lattanzi “bisogna intervenire, altrimenti qui cambia l’assetto scolastico e sociale. Parlano tanto di individualizzare le esigenze del bambino e io questo lo posso fare solo se ho una situazione di organico accettabile. Mantenere questi comuni è importante. Le scuole sono l’unica agenzia culturale, altri servizi non ce ne sono, in questi comuni che a volte arrivano anche a solo 400 abitanti. Resistono queste scuole primarie e infanzia. Ma il problema è rappresentato dalle pluriclassi. E’ questo il problema principale. Fino a qualche anno fa il numero massimo dei bambini arrivava a 12. Se due o tre classi superavano i 12 alunni non si potevano fare le pluriclassi, poi è stato emesso il decreto 81 del 2009 che ha portato inopinatamente il limite a 18 alunni e questo danneggia i bambini”.

Un esempio concreto

“Ad esempio – continua il preside – io ho un plesso in montagna, a Ovindoli, nota località sciistica, con tanto turismo d’inverno e anche d’estate. È un piccolo comune, dove la scuola primaria sviluppa due pluriclassi: una di due e una addirittura di tre classi disomogenee. Il problema diventa serio. Una pluriclasse a tre classi ma anche a due ha le stesse ore di una classe omogenea. Il docente deve svolgere un po’ il programma di prima un po’ quello di seconda. Per materie come Educazione musicale magari il problema non si pone per musica ma per le materie più importanti sì. Allora dateci qualche risorsa in più per alcune materie come italiano, matematica, inglese, storia e geografia, poi le altre si possono fare insieme. Qualche risorsa ulteriore per fare in modo che le pluriclassi diventino una opportunità”. Il problema è che “finché il numero massimo di alunni era 12 era ottimo, con 18 i docenti mi dicono che ci sono difficoltà maggiori. Con un numero così elevato invece i problemi esistono. Tre classi in una pluriclasse io le ho sia a Ovindoli sia a Fontecchio. La qualità dell’istruzione ne risente”.

Per il dirigente abruzzese non vi sono dubbi sul da farsi: “Occorrerebbe che il legislatore cambiasse il decreto 81 e facesse una legislazione che salvaguarda le scuole di montagna. Stiamo parlando di bambini di due anni e mezzo. Peraltro, un’amministrazione locale deve gestire servizi di vario genere, dalla mensa al trasporto dei bambini, per situazioni così complicate. E sono spesso i genitori che se li portano in un altro posto. Non accettano queste pluriclassi. E “alcuni addirittura se ne vanno. Approfittano dei prezzi bassi delle case de L’Aquila e si portano via la famiglia. Poi però non dobbiamo lamentarci dello spopolamento. I sindaci sono ridotti all’osso sul piano del personale, il servizio costa. I Comuni devono fare manutenzione dei fabbricati scolastici, mensa, trasporto da casa a scuola, e questo è pazzesco”.

La soluzione che non arriva

Per chiedere una soluzione al problema, “è stata costituita la rete delle piccole scuole promossa dall’Indire. Attraverso la rete possiamo fare proposte legislative per modificare questi parametri. Ci stiamo provando attraverso questa rete. Ogni anno facciamo pressione con gli Usp e loro ci dicono che non si può andare oltre il tetto individuato dalla Finanziaria di Tremonti. Che sancisce il divieto di autorizzare nuovi posti in organico. Il docente lavora 25 ore. Se si lavora anche nel pomeriggio servono dunque due insegnanti e non uno. È un costo perché l’insegnante va pagato. Ma noi chiediamo un investimento importante, tuttavia per il momento non abbiamo ottenuto granché, né sul piano dei docenti né su quello del personale Ata. Tutti abbiamo ben presente il caso del bambino di Milano, ci sono problemi di vigilanza e con la riduzione del personale spesso si fa fatica a tenere aperti i plessi”.

“La Buona Scuola – conclude il preside – con il potenziamento ci ha dato una mano, ma molto insufficiente. Ho tre posti di potenziamento, certo, ma che ci faccio? Ma non è finita. Sono in aumento gli alunni con handicap ma non sono certificati, se non vengono riconosciuti come gravi in base all’art. 3 comma 1, 2 e 3. O si rientra in questa casistica oppure no e in quest’ultimo caso li dobbiamo classificare come Bes. Anche i Dsa sono in aumento. Se ho più personale posso fare insegnamento efficace se no questi bambini sono tutelati di meno”.

Secondo il sindacato Udir, la disamina del dirigente scolastico non fa una piega: i commenti o le richieste non servono a molto. È giunta l’ora dei fatti.

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