Udir invia memoria al Senato in materia di Esami di stato

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UDIR – Il giovane sindacato ha inviato stamani una memoria presso la VII commissione istruzione ricerca e beni culturali del Senato della Repubblica AG 244 “Esami di Stato conclusivi del secondo ciclo di istruzione”.

Udir: Dobbiamo augurarci di procedere a delle modifiche volte a rimpolpare lo spessore della scuola superiore di secondo grado. Questo contribuirebbe anche a spazzare i periodici tentativi di cancellazione del valore legale del titolo di studio

Cenni storici alla storia degli Esami di Stato

Udir ha inviato al senato una memoria circa gli esami di stato conclusivi del secondo ciclo di istruzione; in materia, il sistema scolastico italiano vive da anni in un clima di instabilità, poiché gli esami sono stati più volte modificati sia in ordine alle modalità dell’esame che alla scelta dei commissari. L’esame di maturità è nato nel 1923 con la riforma di Giovanni Gentile. Il primo reale cambiamento avvenne nel 1969, nel pieno delle manifestazioni studentesche, quando il ministro Fiorentino Sullo varò la maturità con solo 2 scritti, 2 materie all’orale, voto in sessantesimi, e insieme decretò la liberalizzazione degli accessi all’università, da allora qualunque diplomato può iscriversi a qualunque facoltà. Tali disposizioni rimasero invariati fino alla riforma del 1997 del ministro Luigi Berlinguer, che dà il via ai crediti scolastici, a 3 scritti (italiano, prova specifica per indirizzo, “quizzone” multidisciplinare”) e un orale sulle materie dell’ultimo anno, commissione mista e voto in centesimi. Da quel momento ogni ministro, del nuovo millennio, ha apportato le proprie modifiche: Letizia Moratti, Giuseppe Fioroni, Mariastella Gelmini. La riforma della ministra Valeria Fedeli (D. Lgs. 62/2017), prevedeva: fine della III prova, solo 2 scritti e un orale, obbligatorietà della partecipazione ai test Invalsi e della frequenza ai percorsi di alternanza scuola-lavoro. Il ministro Marco Bussetti non ha fatto una nuova riforma dell’esame, ma solo tagli alla precedente, sospendendo e rinviando due punti importanti: l’obbligatorietà di partecipazione ai test Invalsi e all’alternanza scuola lavoro. Il ministro Lorenzo Fioramonti nei giorni scorsi ha annunciato nuovi cambiamenti.

Novità positive della riforma

Tra le poche novità positive c’è l’introduzione di un curriculum dello studente allegato al diploma, nel quale saranno “indicati, in forma descrittiva, i livelli di apprendimento conseguiti nelle prove scritte a carattere nazionale”, distintamente per ciascuna delle discipline oggetto di rilevazione e la certificazione sulle abilità di comprensione e uso della lingua inglese. Ma ciò non è sufficiente, poiché sarebbe stato necessario attribuire una maggiore rilevanza a tutto il percorso formativo dello studente al fine di riqualificare il titolo di studio, elevandone la qualità complessiva. Questo contribuirebbe anche a spazzare i periodici tentativi di cancellazione del valore legale del titolo di studio, affinché anche le università possano restituire allo stesso valore e rilevanza e a risolvere le numerose critiche sulla percentuale dei promossi e sulle diversificazioni territoriali.

Focus sulle prove d’esame

In pratica, nel caso della prima verifica scritta non si comprende la volontà di sminuire lo studio della Storia, facendole perderle l’esclusività argomentativa e inglobandola all’interno di altri macro-argomenti; da “maestra di vita’” è stata collocata a materia di contorno. Pertanto, si accoglie con favore la volontà dell’attuale Ministro dell’istruzione di ripristinare tra le tracce di tipologia B una prova di argomento storico. Inoltre si può generare qualche “sovrapposizione” tra tipologia B e tipologia C se il testo fornito per la Tipologia C è troppo lungo e complesso. La prima prova privilegia la verifica di alcune competenze – come il riassunto – che dovrebbero essere sviluppate e verificate nel primo e secondo biennio; se queste competenze non sono state sviluppate, è ovviamente un problema da prendere in considerazione, ma non può essere l’esame di Stato il momento per valutare la loro acquisizione.

Per quanto concerne la seconda prova scritta, bisogna sottolineare le differenze tra corsi di studio, in alcuni dei quali la seconda prova coinvolge due discipline, e in altri solo la disciplina d’indirizzo.

Il colloquio poi perde valore (20 punti; prima ne valeva 30); vanno segnalate alcune evidenti contraddizioni in merito agli obiettivi del colloquio e del metodo con cui condurlo: da un lato si precisa che il colloquio “deve verificare l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline”, DM 37/2019, art. 2; dall’altro, però, negli incontri di formazione sul nuovo esame si sottolinea che il colloquio non è una somma di interrogazioni. L’apice del disorientamento si è toccato nella gestione del colloquio finale che gli studenti dovranno tenere dopo le due prove scritte: si è passati dall’esposizione di mappe concettuali, tesine ed elaborati precostituiti, all’avvio del colloquio sulla base di argomenti a sorpresa, contenuti all’interno di tre buste predefiniti delle Commissioni, i cui modi di gestione – attraverso l’analisi di nodi concettuali interdisciplinari.

Per la lingua straniera, si sa che si tratta di un settore nel quale sono stati fatti molti investimenti sia per i corsi di recupero, sia per avviare la metodologia CLIL, ovvero l’insegnamento di una disciplina non linguistica in lingua straniera. Eppure, dopo tanti interventi, la lingua praticamente scompare dall’Esame (corsi di studio specifici a parte, ovviamente): non c’è più la terza prova e all’orale potrebbe non esserci il docente di inglese; di fatto, quindi, la lingua straniera non svolge più un ruolo significativo all’Esame di Stato.

Il parere di Udir

Con tale memoria, il sindacato propone alcuni spunti di riflessione, nella consapevolezza che l’esame di Stato costituisce la fine di un percorso di studio. È auspicabile procedere a delle modifiche volte a rimpolpare lo spessore della scuola superiore di secondo grado. Sarebbe, quindi, più opportuno qualificare il titolo di studio, elevandone la qualità complessiva. Questo contribuirebbe anche a spazzare i periodici tentativi di cancellazione del valore legale del titolo di studio.

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