Turi (UIL): schiaffi e pugni ai prof. frutto di politiche sbagliate, aumento stipendio primo risarcimento, nessuna sanzione per chi non partecipa corsi aggiornamento

di Vincenzo Brancatisano
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Insegnanti aggrediti da studenti e da genitori, scuola sempre più vista come un grande ufficio pubblico che riceve clienti soddisfatti o insoddisfatti, con le annesse conseguenze del caso.

Burocrazia sempre più asfissiante, riconoscimento economico non adeguato alla funzione docente. Sullo sfondo le incertezze legate all’avvio della legislatura e all’avvento della nuova compagine governativa. Come sarà il futuro della scuola e degli insegnanti dopo le delusioni della Buona scuola? Lo abbiamo chiesto a Pino Turi, segretario nazionale della Uil Scuola.

Professor Turi, schiaffi e testate di genitori e studenti contro gli insegnanti malpagati sono ormai all’ordine del giorno. I fatti di cronaca raccontano la scuola come un teatro di guerra. Che cosa sta succedendo?

“I fatti di cronaca sono effetto della politica sbagliata e quindi serve un’inversione di tendenza. Quando si trasforma la scuola della Costituzione in un servizio a domanda individualizzata basato su un modello aziendalista, i clienti del servizio se non sono soddisfatti reagiscono in questo modo”.

Quando è iniziata questa deriva?

“La deriva è iniziata quando sono stati ignorati i decreti delegati degli anni ‘70. A partire dagli anni ‘90 in poi si è cercata una connotazione diversa per la scuola. Ora bisogna ridarle dignità. E non si tratta solo di dare dei soldi ai nostri insegnanti…”.

I soldi sono importanti, la dignità passa anche per lo stipendio.

“I soldi sono importanti ma pensare che siano l’unico obiettivo è un errore. Che i docenti siano sottopagati è un dato. Ma l’obiettivo principale è ridare ai docenti la dignità persa anche a causa della legge 107. Nell’età evolutiva il bambino vede nella maestra la figura di cui fidarsi. Se la figura viene screditata dalla scuola e dalla società quel bambino avrà poi delle difficoltà. Serve un rapporto più forte tra scuola e famiglia, ci vuole consenso nei confronti della scuola. E invece in questa fase la scuola è stata trasformata in un’agenzia finalizzata a trovare il lavoro agli studenti. La scuola ha una funzione molto più ampia che non quella di soddisfare esigenze immediate. Ha la funzione di portare a un insegnamento critico, specie in un momento in cui la tecnologia sta sopravanzando la personalità umana. Bisogna decondizionare i messaggi: come fa un ragazzo a sapere se è una notizia è una notizia vera o una fake? Chi lo fa? I media no perché sono il problema. Le famiglie non lo fanno. L’unica agenzia è la scuola”.

Lo fa?

“La scuola è capace di farlo ma ci vuole la collaborazione di tutti, non può essere lasciata sola. Deve sentire un paese che le dà il riconoscimento che merita. Da un sondaggio di Demos sugli italiani e lo Stato viene fuori che la scuola nostra scuola si posiziona al terzo posto nella fiducia degli italiani nelle istituzioni, dopo il Papa e le forze dell’ordine. Significa che stiamo parlando di una realtà apprezzata, non di una patologia anche se la stampa parla spesso di fatti patologici”.

Torniamo ai soldi, parliamo degli stipendi e del nuovo contratto

“Non siamo contenti, perché gli stipendi sono bassi. Ma il contratto non può finanziarsi da sè, il contratto deve chiedere al governo gli investimenti necessari. Se ci danno i soldi chiederemo che vengano distribuiti in modo oculato. Questo contratto non ha avuto la funzione di uno scambio tra attività e salario. E’una sorta di risarcimento causato da un blocco decennale che è servito a risanare la finanza di questo Paese”.

Ma è un risarcimento sufficiente?
“No. E’ un risarcimento assolutamente insufficiente. E’ un primo risarcimento”.

Dunque, immaginate nuove battaglie.

“Chiederemo al nuovo governo, appena si sarà insediato, nuovi investimenti per la scuola. Il governo si dovrà fare carico di questo impegno finanziario”

Intanto i professori sono alle prese con l’ingerenza, spesso anche fisica e violenta, dei genitori e con una burocrazia sempre più asfissiante.

“Nel contratto abbiamo inserito il concetto di Comunità educante. A scuola ci sono i docenti e ci sono gli studenti e i loro genitori. Tutti dovranno essere coinvolti, non più come clienti, come si sta facendo, ma come soggetti protagonisti di quella scuola e del territorio dove s’inserisce”.

Quanto alla burocrazia? A cosa pensa in concreto quando pensa alla burocrazia scolastica?

“Bisogna tendere alla burocrazia zero. Non dico levarla, perché è difficile, ma tendere a levarla. Del resto è quello che abbiamo chiesto in questo contratto. In concreto, penso all’ingerenza del Ministero e a quella degli Uffici scolastici regionali. Dovrebbe essere minima, si deve lasciare alle scuole il compito di organizzarsi. Invece la burocrazia tende a soffocare l’autonomia. La burocrazia dovrebbe fare ciò che è scritto nelle norme, cioè dovrebbe dare le indicazioni nazionali ed è compito della scuola attenersi alle medesime”.

E invece?

“E invece assistiamo a un accanimento burocratico che si trasforma in progettifici o altro”.

I progetti tanto contestati però sono approvati dai docenti nei collegi.

“I progetti li approvano i collegi, ma si tratta più che altro di ratifiche. Ci vuole invece una vera condivisione, serve l’approvazione da parte della comunità educante, non devono arrivare dall’esterno”.

La burocrazia intanto è parte integrante della legge 107, la Buona Scuola.

“La 107 tende a trasformare la scuola in un ufficio pubblico in cui c’è un capufficio e degli impiegati. Ma l’insegnante non è un impiegato, è abilitato a fare l’insegnante non l’impiegato. Gli insegnanti sono professionisti che devono lavorare in autonomia e indipendenza altrimenti diventano degli impiegati, ed ecco perché i genitori poi si arrabbiano come in genere fanno con gli impiegati alla posta se non si viene accontentati. Nella funzione docente c’è un progetto di Stato e di società, c’è il disegno di un futuro per i figli e per i nipoti. Secondo me non si è ancora capito cosa significhi non investire sulla scuola. Significa farci male sul futuro”.

Dalla burocrazia alla formazione purtroppo il passo è assai breve. Qual è la posizione della Uil Scuola in merito all’obbligo della formazione dei docenti?

“Non esiste alcun obbligo di formazione se non nell’ambito dell’orario di servizio, cioè entro le 40 ore annuali, com’è sempre stato. Poi c’è naturalmente il diritto-dovere di aggiornarsi. E’ un’esigenza del docente che deve soddisfare nell’ambito della propria autonomia. C’è poi il collegio che delibera i bisogni formativi della scuola e del docente. La formazione non è una punizione, dev’essere una libera scelta del docente e siccome l’insegnamento è un libero mestiere la deve scegliere lui”.

Siamo più precisi. I docenti segnalano spesso sanzioni o minacce di sanzioni per non avere adempiuto all’obbligo dell’aggiornamento.

“Non esistono sanzioni. La sanzione la dà il lavoro quotidiano, se non ti aggiorni ti ucciderà il lavoro. Se non sei formato muori di burnout. Ma se la formazione è burocratica, se serve solo ai formatori è bene non farla”.

Se a deliberare la formazione fosse il collegio, quantificandola in un numero determinato di ore, come si deve regolare l’insegnante?

“Non è obbligatorio che il collegio approvi i corsi di formazione. A meno che la medesima non sia inserita nell’ambito delle 40 ore, cioè nell’ambito delle ore di servizio. E se queste non bastassero si potrebbe utilizzare il Fondo di Istituto per retribuirle. Anche la contrattazione decentrata può stabilire obblighi del genere, la nuova contrattazione nazionale non prevede obblighi né sanzioni”.

E per il passato? Hanno fatto bene o male i docenti a sottrarsi all’aggiornamento deliberato dai collegi?

“Le situazioni sono variegate ma già prima era così. Il nuovo contratto fa rivivere il contratto precedente. Rimettendo nel nuovo contratto le norme del contratto precedente adesso non ci sono alibi per nessuno. Se ci sono state prevaricazioni e vessazioni, spero che vengano meno. E poi c’è un esempio emblematico e risolutivo”.

Quale?

“Mi riferisco ai cinque giorni di permesso retribuito di cui hanno diritto i docenti per aggiornarsi. Nella maggior parte dei casi questi permessi vengono negati dai dirigenti, per esigenze di servizio. Allora bisogna che ci mettiamo d’accordo: se la formazione è così importante, come si dice, perché gli dici di no? Delle due l’una: o serve o non serve, se non serve vuol dire che serve solo ai formatori. Se questi permessi non si concedono vuol dire che si vuol trasformare l’aggiornamento in un atto inutile. E si badi che se a una persona fai fare una cosa inutile, significa che lo stai mortificando e a furia di mortificarlo ci accorgiamo poi degli effetti distorsivi sul piano sociale”.

Che cosa pensa del bonus per il premio del merito?

“Con il nuovo contratto abbiamo svuotato l’aspetto quantitativo, utilizzando gran parte dei soldi nell’aumento dello stipendio e l’altra nella contrattazione decentrata. Ci auguriamo che la politica cambi questa cosa, ma ci vuole la volontà. La rimanente parte del bonus verrà data alla contrattazione e sarà distribuita ai singoli”.

Non c’è il rischio che in questo modo si torni ai compensi a pioggia?

“Io non posso sapere cosa succederà nelle contrattazioni d’istituto. La ratio della normativa è che venga premiato il merito. Ma si tratta di una stupidaggine che bisogna rivedere”.

E’ ottimista o pessimista sulla prossima compagine governativa in ordine al ruolo che dovrà assumere la scuola nell’agenda delle priorità?

“Siamo per natura ottimisti, altrimenti non saremmo un sindacato. Ci confronteremo nel merito: auspico che il merito rispecchi il modello di scuola che noi abbiamo in mente, funzionale al benessere della società cui è finalizzato il lavoro degli insegnanti di questo Paese”.

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