Troppo semplicistico scaricare il disastro del concorso a cattedra sull’impreparazione dei candidati. Lettera

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Egregio Stella, sentiamo la necessità di scrivere alcune righe, sorpresi dalla superficialità disarmante con cui propone un articolo le cui imprecisioni suonano offensive non solo per chi ha sofferto le conseguenze dirette di questa nuova, disastrosa iniziativa del MIUR, ma anche, e soprattutto, per chi pensa che la Scuola, come fondamento di una società evoluta, meriti sempre le attenzioni migliori.

Egregio Stella, sentiamo la necessità di scrivere alcune righe, sorpresi dalla superficialità disarmante con cui propone un articolo le cui imprecisioni suonano offensive non solo per chi ha sofferto le conseguenze dirette di questa nuova, disastrosa iniziativa del MIUR, ma anche, e soprattutto, per chi pensa che la Scuola, come fondamento di una società evoluta, meriti sempre le attenzioni migliori.

Sorvoliamo sul sospetto di malizia (sebbene gli arcana imperii di tacitiana memoria echeggino), solleticato dalla incredibile coincidenza di servizi televisivi nazionali che in questi giorni propinano – nessuno escluso – una versione dei fatti semplicistica e mutilata. È opportuno invece non sorvolare sul fatto che in tutti questi mesi in cui si sono svolte le procedure concorsuali gli organi di informazione e inchiesta hanno quasi del tutto taciuto sul tema, se non per dare spazio a qualche aneddoto destinato a diventare argomento di conversazione sotto gli ombrelloni. Ebbene, di episodi in cui il candidato X che ha già fatto la prova orale scopre a posteriori che in realtà non aveva passato quella scritta, o in cui il candidato Y riceve la mail di convocazione all’orale quando non si era neanche recato a svolgere la prova scritta, ce ne sono moltissimi e distribuiti in modo capillare in tutta Italia. Ma tant’è.

Dopo la lettura del Suo articolo, l’impressione che rimane è sintetizzata in alcune frasi e domande retoriche sicuramente ad effetto (“Meglio un somaro in cattedra o un somaro a spasso?”, “errori e veri e propri strafalcioni, che sorprendono in maniera più acuta per il tipo di concorso in questione”, “c’è qualche mamma che..?”). Del resto, il giudizio finale traspare già da un'altra Sua riflessione: “troppo selettive le prove o troppo impreparati i concorrenti?” Che si scelga la prima o la seconda eventualità, la risposta in realtà rimane la stessa: non esiste, in una ampissima fetta dei docenti abilitati che si sono presentati al concorso, un livello sufficiente. Crediamo fermamente che si dovrebbero invece prendere in considerazione alcuni altri aspetti specifici di questa selezione, che non troviamo mai citati nell’articolo. Sulle assurde modalità dell’esame scritto non ci dilunghiamo: si è già espresso perfettamente il prof. Andrea Sansò, alla cui lettera aperta si rimanda. Ci permettiamo invece di segnalare che per le prove scritte (che non si sono di certo concluse in aprile) sono stati indicati programmi, tuttora reperibili in rete, che abbracciano la quasi totalità della legislazione scolastica, dei contenuti di materia e delle discipline pedagogiche (almeno per quanto riguarda la loro applicazione didattica), nonché della lingua straniera. Non è stata però la vastità dei programmi (indicati peraltro a neanche due mesi dall’inizio degli scritti) a creare dubbi fin dal principio, bensì la loro nebulosità: se fossero esistite indicazioni precise, di programma e quindi di valutazione, non ci sarebbero stati problemi, da parte dei docenti, nell’accettare la valutazione della conoscenza del peer tutoring (che per la cronaca non è solo dialogo tra “più forte” e “più debole”). Al contrario, i candidati si sono trovati a svolgere, dovendo dedicare circa 15 minuti a risposta, tra i sei e gli otto brevi temi i cui argomenti avevano ben poco a che fare con quanto (nebulosamente) indicato nei programmi. I sopracitati casi eclatanti di errori nella gestione dei dati (candidati promossi senza aver fatto la prova, codici perduti, dimenticanze nella comunicazione), che confermano la colpevole approssimazione organizzativa, non sono mai citati nel Suo articolo. Ciò a cui invece si fa costante riferimento sono gli strafalcioni di alcuni candidati. Non capiamo, tra l’altro, dove siano stati riscontrati questi agghiaccianti errori in quesiti a risposta chiusa di cui Lei scrive (cit. “esempio: qual è la capitale della Svezia? -Parigi -Stoccolma -Bogotà -Madrid”): gli unici quesiti di questo tipo erano presenti nelle prove di comprensione che avevano come obiettivo la valutazione delle competenze in lingua straniera. Risulta difficile pensare che quesiti e risposte avessero quindi a che fare con contenuti di geografia.

Nessun riferimento, ancora, alle griglie di valutazione inesistenti al momento dello svolgimento degli scritti. “L’Abc per un maestro elementare”, come scrive Lei, e per chiunque non sia un occasionale turista della didattica, non è solo sapere in cosa consista un compito autentico, ma è garantire agli studenti trasparenza degli obiettivi da raggiungere e dei criteri di valutazione. Detto in soldoni: un insegnante degno di questo nome non somministra una prova ai propri studenti e solo in un secondo momento svela loro secondo quali parametri saranno valutati. È la negazione del patto educativo e formativo d’aula. Ebbene, le commissioni valutatrici hanno agito ovunque così: dopo la prova scritta hanno pubblicato griglie raffazzonate, approssimative, talvolta mutuate dal concorso del 2012 (che prevedeva modalità di prova ben diverse da quelle attuali) e, non da ultimo, diverse da regione a regione. Da lì ha preso avvio, con tempi e ritmi incredibilmente disuguali, il meccanismo della correzione, con esiti – laddove i lavori sono avanzati, dato che per alcune classi di concorso in parecchie regioni è ancora tutto fermo – molto difformi da una regione all’altra. La lettura del Suo articolo, come abbiamo già scritto, lascia una chiara sensazione: c’è solo un motivo per l’enorme numero di bocciati e questo motivo è la scarsa preparazione. Ma si può davvero credere a questa motivazione quando nella maggioranza delle classi di concorso si viaggia su una media del 70-80% dei bocciati? Migliaia e migliaia di docenti abilitati che scrivono “risquotere”? Davvero, per fare un esempio, Lei crede che in Lombardia per la prova di inglese su 691 partecipanti solo 63 siano competenti e preparati? Non si può davvero pensare, come invece emerge dal Suo articolo, che il punto sia la preparazione. Chi dimostra scarsa preparazione è invece chi scrive che l’abilitazione all’insegnamento è stata “presa magari attraverso i percorsi abilitanti post lauream”. Non esiste altro modo: le abilitazioni non piovono dal cielo. Sono il frutto di una serie di prove d’accesso, corsi ed esami. Abilitazioni per le quali lo stesso MIUR ha, negli ultimi tre anni circa, selezionato e preparato i docenti. Com’è possibile che lo stesso MIUR giudichi inadatti all’insegnamento migliaia (migliaia!) di quei docenti che ha abilitato, a volte nemmeno un anno prima. Certo, uno spazio a sé meriterebbe la modalità con cui si sono spesso svolti questi corsi abilitanti (pagati dai 2500 ai 3000 euro), condotti da docenti universitari quasi o del tutto impreparati sul mondo della scuola ma pronti comunque a mettere in programma il loro ultimo saggio o a lasciare agli abilitandi la gestione delle lezioni, “così, confrontandovi sulle vostre esperienze personali di insegnamento fate autocritica in maniera costruttiva”. E ancora: perché non spendere qualche parola su chi si è prestato a fare da esaminatore per le prove? Non si tratta certo di esperti del reclutamento, bensì di colleghi, insegnanti anche loro con qualche anno di esperienza in più sulle spalle. Dove sono visionabili i loro curriculum? Dove le loro certificazioni linguistiche e informatiche? Ancora a proposito del reclutamento, la stessa legge 107 che ha delineato a livello normativo il concorso, ha previsto che con la cosiddetta fase C migliaia di docenti, abilitati anche vent’anni fa e che in moltissimi casi non hanno mai insegnato, si siano visti arrivare il ruolo: c’è chi ha chiuso il negozio di telefonia per far posto al posto fisso (vorrà perdonare il bisticcio di parole), c’è chi continua ad esercitare la professione di avvocato direttamente dalla sala insegnanti, tra cellulari e portatili, tra una sostituzione e l’altra. Perché questo sono stati messi a fare nella stragrande maggioranza dei casi i colleghi della fase C.

Questo concorso dimostra, una volta di più, l’assurdità delle politiche che ogni governo, ormai da tempo, ha scelto e sceglie per la Scuola e, nello specifico, la tragica inadeguatezza di operazioni di propaganda governativa che si sono ostinate a diventare un processo di selezione. Siamo convinti che la frustrazione dei docenti talentuosi, preparati e volenterosi esclusi a causa di questa inadeguatezza sia sufficiente. Di articoli che, oltretutto con leggerezza e ingenuità, accusano questi docenti, facciamo volentieri a meno. Per non parlare del fatto che vengono ad apporre un sigillo pressapochista e finale su una vicenda che fa parte di un discorso ben più complesso e che merita un dibattito serio e approfondito, come a voler creare con pochi, semplici tratti degli strumenti in grado di far prendere posizione anche a chi queste vicende non le ha seguite.

L’articolo è stato scritto a quattro mani: due hanno vinto il concorso, due no. Nessuna delle quattro scrive “cmq”, “ke”, “x”. Nemmeno negli sms.

Luca Maramotti

Maria Chiara Pane

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