Troppo lavoro sommerso e incostituzionalità dei finanziamenti pubblici: l’affondo dei cinquestelle contro la scuola paritaria

di redazione
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di Eleonora Fortunato – Il movimento più giovane della politica italiana prende netta posizione contro i finanziamenti alle paritarie con una proposta di legge ad hoc. L’idea è che i soldi così risparmiati possano servire per la copertura dei costi per il reclutamento di personale docente ed educativo nelle scuole. Che fine farà la loro iniziativa?

di Eleonora Fortunato – Il movimento più giovane della politica italiana prende netta posizione contro i finanziamenti alle paritarie con una proposta di legge ad hoc. L’idea è che i soldi così risparmiati possano servire per la copertura dei costi per il reclutamento di personale docente ed educativo nelle scuole. Che fine farà la loro iniziativa?

Proprio a inizio anno, nei suoi commenti a caldo sulla legge di stabilità, il Senatore cinquestelle Fabrizio Bocchino ci aveva portati dritti dritti proprio a discutere di finanziamenti alle scuole paritarie. Segno, ci eravamo accorti già allora, che per il movimento che si raduna intorno a Grillo il tema non è affatto secondario.  E non si tratta di proclami e basta: porta infatti la firma dei deputati Cinquestelle Gallo, Brescia, Marzana, Vacca, Simone Valente, D’Uva, Di Benedetto la proposta di legge n. 1857 per l’abolizione della concessione di contributi pubblici alle scuole private paritarie presentata alla Camera dei Deputati il 27 novembre scorso.

L’iniziativa affronta senza mezzi termini una questione dibattuta da anni nel centro-sinistra e mai giunta a una soluzione e ripercorre alcuni momenti significativi della storia dei contributi pubblici alle scuole privare. Tra questi, si sottolinea giustamente che è il Governo D’Alema-bis nel 2000, con la legge n. 62, a stabilire che le scuole private entrino nel sistema nazionale dell’istruzione, meritandosi lo stesso trattamento economico delle pubbliche e prevedendo l’ applicazione del regime fiscale riservato agli istituti senza fini di lucro, lo stanziamento di ‘buoni scuola’ e altre forme di finanziamento.

L’anima cattolica del centro-sinistra segna così un punto importante a favore dell’interpretazione non restrittiva dell’articolo 33 della Costituzione, in cui si afferma la legittimità degli istituti privati purché essi non gravino sulle cassa dello Stato sotto forma di ‘oneri’ (non si dice, per l’appunto, ‘finanziamenti’)).

In sintesi, ricordano i deputati firmatari della proposta di legge in un dettagliato excursus, le scuole paritarie ricevono denaro pubblico sotto forma di

  • sussidi diretti per scuole dell’infanzia e primaria;
  • finanziamenti di progetti per il miglioramento dell’offerta formativa delle secondarie;
  • contributi alle famiglie denominati ‘buoni scuola.’

Entrano poi  nel vivo della questione quando affermano che a tante ‘attenzioni’ per la scuola privata sono corrisposte “pari disattenzioni per la scuola pubblica, che ha assistito a un crescendo rossiniano di privazioni, tagli […] umiliazioni per il corpo docente”. Lo spirito del documento sembra essere: la scuola privata può esistere perché lo dice la Costituzione, ma non possiamo assistere al paradosso per cui i cittadini pagano attraverso le loro tasse una scuola privata che non vogliono e due volte (sempre attraverso le imposte e con contributi diretti per l’acquisto di materiali) la scuola pubblica. La preoccupazione è che lo Stato così facendo renda sempre più debole l’azione dell’ultima e quindi diminuiscano le occasioni perché sia affermi davvero nella vita civica la libertà e l’uguaglianza tra i cittadini.

Ci sono anche altre argomentazioni? A parte il solito leit-motiv dell’incostituzionalità dei finanziamenti a partire dall’art. 33 della Costituzione (la scappatoia filologica proprio non convince) e la migliore preparazione impartita ai ragazzi delle scuole statali rispetto alle paritarie così come certificato dalle rilevazioni internazionali Ocse-Pisa, ci sembra degno di nota il paragrafo sulla diffusione del lavoro sommerso nelle scuole private, di cui troppo poco o affatto si parla: l’Istat – viene sottolineato – ha rilevato tra il 2008 e il 2009 un incremento significativo, di oltre il 10 per cento, del numero dei lavoratori irregolari, passato da 17200 unità a 19000.

A questo punto non resta che domandarsi quale sarà l’epilogo dell’iter di questa iniziativa legislativa: i più ritengono del tutto irrealistico un appoggio dal nuovo PD di Renzi. Ma i cinquestelle forse un po’ ci sperano.

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