Tre domande ai docenti: Quali sono le vostre malattie professionali? Fate parte dell’Opinione Pubblica? Conoscete la fisiologia umana?

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I docenti di ogni ordine e grado si lamentano degli stereotipi che l’Opinione Pubblica nutre sul loro conto. Fin qui hanno ragione, ma subito scivolano su insidiose bucce di banana; il danno maggiore è infatti causato dalla loro stessa ignoranza in termini di false convinzioni, insufficiente conoscenza della fisiologia umana, carenti competenze sulla biologia dell’individuo.

I docenti di ogni ordine e grado si lamentano degli stereotipi che l’Opinione Pubblica nutre sul loro conto. Fin qui hanno ragione, ma subito scivolano su insidiose bucce di banana; il danno maggiore è infatti causato dalla loro stessa ignoranza in termini di false convinzioni, insufficiente conoscenza della fisiologia umana, carenti competenze sulla biologia dell’individuo.

Somministrando un semplice questionario di 10 domande a 300 insegnanti di tre Istituti Comprensivi del Nord Italia, sono emerse importanti conferme sul lavoro informativo che occorre fare nella categoria professionale in materia di tutela della salute sul posto di lavoro. Occorre sfatare tra gli stessi docenti tutti i luoghi comuni, apportando conoscenze scientifiche al fine di creare le necessarie condizioni per attuare una efficace prevenzione dello Stress Lavoro Correlato.

Tutti gli insegnanti concordano sul fatto che l’Opinione Pubblica nutra i soliti immarcescibili luoghi comuni sugli insegnanti: svolgono un lavoro part-time (compensato come fosse un tempo pieno) e fruiscono di tre mesi di vacanza all’anno. Non ci interessa qui confutare per l’ennesima volta gli stereotipi della gente, ma commentare la definizione che i 300 docenti hanno dato di “Opinione Pubblica”. Il dato sorprendente è che solamente il 2% ha risposto correttamente (“l’insieme delle persone che vivono nella società”), mentre la maggior parte (45%) ha candidamente affermato, in maniera più o meno uniforme, che l’Opinione Pubblica è costituita da tutti coloro che non sono insegnanti. Più colorite e bizzarre le restanti definizioni (53%): “i genitori dei bimbi che frequentano la scuola”; “le persone adulte”; “i frequentatori del Bar Sport e le clienti della parrucchiera”; “l’italiano medio, cioè colui che non lavora nella scuola”; “i lavoratori di categorie inferiori”; “chi ha avuto brutte esperienze nella scuola”; “chi viene manipolato dai media”; “i lavoratori non statali”; “chi non ha vissuto accanto a un insegnante” e via dicendo. Insomma quasi tutti concordano sul fatto che gli insegnanti (che sono circa un milione di persone) non fanno parte dell’Opinione Pubblica. Troppo difficile infatti ammettere che l’Opinione Pubblica comprende anche gli insegnanti stessi che a loro volta sono vittime dei medesimi stereotipi. Che i docenti stessi siano fortemente condizionati dagli stereotipi sul loro conto, è provato dallo scetticismo con il quale nei seminari apprendono che le loro patologie professionali prevalenti sono di tipo psichiatrico e neoplastico. Inoltre è lo stesso stereotipo che spinge l’insegnante a vergognarsi di stare male e a non condividere quel malessere con gli stessi colleghi. Pertanto l’usura psicofisica da malessere si strutturerà in patologia e condurrà l’insegnante all’isolamento e al rifiuto di quell’unico vero antidoto alla malattia che è la condivisione del disagio. A rinforzare questa dinamica perversa provvederà inoltre lo stigma della patologia psichiatrica tipicamente caratterizzato da vergogna. Da tutto ciò discende la figura di un docente in crisi, ammalato, isolato e privo di prospettive.

Interrogati sulle malattie che, secondo loro, colpiscono prevalentemente la categoria, i docenti hanno elencato puntualmente una serie di sintomi, mischiati a malattie, inquadrabili nell’ambito delle somatizzazioni da patologia ansioso depressiva e da sindrome immunodepressiva: insonnia, agitazione, reflusso gastrico, colite, ipertensione, tachicardia, disturbi digestivi, sciatalgie, gastrite, afonia, cefalea, cervicalgia, sinusiti, laringiti, panico, faringiti, emicranie, otite, nevrosi, influenza, colon irritabile, aritmie, irritabilità, aggressività, apatia, allergie, dermatiti, instabilità psichica, ipoacusia, labirintite, esaurimento nervoso, neoplasie. Il quadro che ne discende rende fedelmente l’idea dei frutti avvelenati dello stress tipico della helping profession. L’insieme dei docenti è dunque riuscito a comporre un quadro pressoché esaustivo di segni, sintomi e patologie cui è maggiormente esposto un insegnante. Ci troviamo di fronte al pregevole (ma inconsapevole) risultato di un lavoro di gruppo: cosa cui gli insegnanti sono da sempre poco avvezzi nonostante le sue potenzialità.

Altro capitolo interessante della ricerca col questionario riguarda la fisiologia umana ed in particolare la conoscenza del diverso rischio di esposizione alla patologia depressiva dell’uomo e della donna. La questione diviene oltremodo interessante se si pensa che l’82% del corpo docente è femminile con un’età media intorno ai 50 anni. I 2/3 degli intervistati concordano sul fatto che la donna sia a maggior rischio depressivo adducendo però motivazioni più o meno empiriche (più emotiva; più sensibile; più discriminata; possiede una diversa forma mentis; ha una predisposizione caratteriale; ha un doppio impegno a casa e sul lavoro). Solo l’1% sostiene, senza però circostanziarle ed esplicitarle, che vi siano alla base motivazioni fisiologiche e biologiche. Da segnalare una singolare e veritiera risposta (vedi spiegazione più avanti) in cui si sostiene che la donna è a maggior rischio depressivo perché “è la protagonista della vita”. Il 7% afferma invece che quello più fragile è l’uomo, in quanto non temprato come la donna multitasking dal doppio lavoro casa-scuola. La restante percentuale (27%) afferma che non vi è alcuna differenza tra i due sessi. La realtà ce la rivelano – impietosi – innumerevoli studi scientifici che stabiliscono il rischio depressivo nella donna maggiore di 2,5 volte rispetto a quello nell’uomo. La causa del divario è da attribuirsi agli ormoni della fertilità che arrivano ad esporre la stessa donna ad un rischio quintuplicato, rispetto alla sua fase fertile, durante il periodo perimenopausale. Dunque è assai importante che si sappia come stanno le cose. Una donna insegnante che svolge la professione psicofisicamente usurante per eccellenza, in periodo perimenopausale (o nel post-partum), e attraversa un periodo depressivo, può tranquillamente rivolgersi al suo ginecologo piuttosto che andare dallo psichiatra. Il primo infatti valuterebbe correttamente il ricorso ad una eventuale terapia ormonale sostitutiva, mentre il secondo potrebbe essere tentato di intraprendere un’inutile farmacoterapia antidepressiva. Resta comunque il preciso dato di fatto che una donna in menopausa vede crescere il proprio rischio di esposizione alla depressione fino a 12,5 volte rispetto all’uomo.

Conoscere il proprio corpo, nonché i fenomeni biologici e fisiologici che lo regolano, è sempre stato indispensabile per una vita serena. Tuttavia la cosa non è più sufficiente poiché deve essere valutata a fondo anche la salute professionale di cui si fruisce sul posto di lavoro. Infine occorre incrociare le due suddette variabili con un’attenta anamnesi familiare (che ci aiuta a conoscere l’impronta lasciata dal patrimonio genetico individuale): solo così sarà possibile avere una buona consapevolezza dei rischi psicofisici cui siamo esposti. Le riforme previdenziali che si sono succedute dagli anni ’90 ad oggi non hanno minimamente tenuto conto della salute del lavoratore con l’invecchiamento dell’età e oggi la tutela della salute è demandata ai singoli (prova ne sia che nella scuola il DL 81/08 non è stato mai finanziato). Le cose sono radicalmente cambiate negli ultimi 20 anni con il prolungamento della vita lavorativa, al punto che il medico del lavoro si vedrà presto costretto a prendere una seconda specialità in Geriatria mentre il geriatra si dovrà specializzare in Medicina del Lavoro.

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