Le tre componenti che determinano lo Stress Lavoro Correlato: i fattori professionali, quelli extra-professionali e quelli eredofamiliari. Storia di Monica

WhatsApp
Telegram

Quando un docente si rivolge a me in cerca di aiuto, mi metto in ascolto e cerco di comprendere a quali fattori egli imputa le maggiori responsabilità del proprio malessere.

Quando un docente si rivolge a me in cerca di aiuto, mi metto in ascolto e cerco di comprendere a quali fattori egli imputa le maggiori responsabilità del proprio malessere.

Dopo aver sentito la versione dell’insegnante, cerco di colmare le lacune chiedendo di completare il suo racconto con l’aggiunta di alcuni particolari che riguardano gli aspetti professionali, extra-professionali ed eredofamiliari. Solo con un quadro completo è possibile (ma non certamente facile) pervenire ad un’ipotesi diagnostica cui far seguire una qualche proposta risolutiva. Monica si rivolge al sottoscritto che la invita a mettere per iscritto i propri problemi: ne scaturisce una lettera svogliata, quasi indispettita, che lascia troppe risposte inevase su almeno due dei fattori da indagare. Chiedo pertanto un’integrazione che non tarda a venire e getta luce su un mondo di ombre e difficoltà che risultano più codificabili per programmare il futuro. Si commenteranno nell’ordine la prima lettera di Monica e, a seguire, l’integrazione.

Gentile dottore,

la mia storia è una storia che non vorrei scrivere, vorrei andare oltre ma, come Lei dice, bisogna cercare tutte le energie dal profondo e tentare di arrivare al punto. Come le dicevo sono stata recentemente dichiarata docente inidonea permanentemente dopo cinque anni d’inidoneità temporanea. Mi chiamo Monica e vivo e lavoro nella scuola primaria di un capoluogo di provincia. Ho 33 anni di servizio.

Soffro di depressione maggiore da molti anni ma, grazie alle terapie farmacologiche e non, nonostante i periodi di grande sofferenza, sono riuscita ad insegnare per tanti anni. Sono stata seguita da diversi psichiatri e ho effettuato psicoterapie di varia impostazione che, purtroppo, non hanno apportato grandi benefici.

Nel 2004 iniziai a soffrire di colite ulcerosa localizzata in tutto il colon; due anni dopo, a seguito di un momento di forte attività della malattia, si verificò un ascesso perianale abbastanza importante che, dopo l’intervento, continuò a recidivare. Ricoverata in un importante ospedale, per alcuni anni i medici riuscirono a calibrare la terapia in modo tale da ridurre l’attività infiammatoria e quindi fecero richiudere la fistola precedentemente formata. Dopo gli interventi tuttavia permane una parziale incapacità del controllo sfinterico.

Nel 2010 arrivai ad una situazione psichica insostenibile: non sopportavo più niente ed entravo immediatamente in confusione. Qualunque stimolo mi portava all’aggressività verbale e l’insostenibilità di qualsiasi rapporto con le persone. Andai in malattia, cercai un nuovo psichiatra e pensai che l’unica possibilità di lavorare sarebbe stata quella di allontanarmi dalla classe e iniziai il percorso per ottenere l’inidoneità.

Devo essere sincera, ho vissuto malissimo questa nuova situazione, ma non a causa di coloro che lavoravano nella segreteria, che mi hanno sempre dimostrato affetto e comprensione. Ho comunque cercato di impegnarmi e ho creato una biblioteca per i bambini, grazie alla collaborazione di alcune colleghe e molti doni anche da parte di alunni.

Il tempo trascorso a scuola era lunghissimo e riuscivo a concentrarmi per poco tempo, l’orario di 36 ore mi pesava, e tuttora mi pesa, e ho avuto spesso la necessità di assentarmi per motivi di salute.

Durante l’ultima visita collegiale ho cercato di far presente che le mie condizioni psichiche sono abbastanza pesanti per continuare a lavorare, mentre i medici mi hanno chiesto come andava la mia colite ulcerosa. Ho risposto che, come si evidenziava dall’ultima colonscopia che ho presentato, era presente attività nei primi 40 cm di colon ma che, per fortuna, si riusciva a contenerla per evitare ulteriori problematiche vissute in precedenza. Erano tuttavia presenti anche dolori alle articolazioni delle mani e dei piedi, riconducibili all’attività infiammatoria, ed era sempre presente una incontinenza parziale.

Sento di aver dato tutto quello che avevo da dare alla scuola, sento la necessità di essere messa a riposo.

Un medico, che sino al 2011 ha lavorato in diverse commissioni, ha detto che se una docente non firma il nuovo contratto come inidonea dovrebbe andare in pensione automaticamente, ma non è a conoscenza delle eventuali modifiche legislative successive al 2011.

Sono in una condizione emotiva di estrema fragilità mi sento completamente svuotata anche se cerco di reagire e trovare appigli per cercare di procedere nel migliore dei modi.

La ringrazio infinitamente per l’attenzione che vorrà darmi e per la sua disponibilità

Commenti alla prima lettera di Monica

Appaiono subito evidenti alcuni punti centrali nel racconto incompleto di Monica:

  1. Non vi sono accenni alla vita extra-professionale né all’anamnesi familiare

  2. Le diagnosi mediche (depressione maggiore e colite ulcerosa) sono precise e poste tra loro in relazione, quasi che la seconda (tipica patologia autoimmune) fosse in gran parte conseguenza della prima.

  3. Pur sotto la pressione della malattia, residua un elevato grado di lucidità ed obiettività che non consente di colpevolizzare il prossimo di Monica. Lei stessa riconosce infatti di essere la causa di tutto (Qualunque stimolo mi portava all’aggressività verbale e l’insostenibilità di qualsiasi rapporto con le persone).

  4. Il collocamento in altre mansioni ha prodotto uno sconvolgimento nella vita lavorativa di Monica per la rigidità dell’orario di lavoro (36h) conseguente al passaggio ad altre mansioni.

Mi decido pertanto a chiedere un’integrazione del racconto che arriva a stretto giro con un incipit volto a giustificare la propria refrattarietà ad aprirsi al racconto dei fatti, che comporta una sofferenza esagerata.

Gentile dottore,

nella mia vita non ci sono dei fatti salienti o almeno non li percepisco tali. Fermarmi e pensare al mio passato e il cammino che ho percorso passo passo mi pesa profondamente. Una delle piccole cose che ho imparato negli ultimi anni di analisi è quella di non voltarsi indietro e, oggi, che lo sto facendo per tentare di raccontare me stessa e il mio vissuto, vengo assalita da violente emozioni e la mente si annebbia e si confonde cercando di impedirmi di accedere ai ricordi o non dandomi la capacità in questo momento di valutare quanto di importante realmente sia ciò che emerge .

I miei vissuti sono impastati di sensi di colpa e colpevolizzazione degli affetti più vicini. Sino a colpevolizzare il mondo e desiderare la morte come fine della sofferenza e della solitudine. Per poi dopo anni diventare consapevole che la fantasia della morte e di tutti i suoi preparativi, dava alla mia mente la possibilità di lenire il dolore e superare la fase critica.

Sentivo una viscerale esigenza di aggrapparmi ad una persona per poter vivere ed poter attraverso lei entrare in relazione con gli altri. Prima mia sorella, poi degli affetti maschili, ne avevo un bisogno assoluto.

Dopo il diploma mi sono iscritta al Magistero, ma non ho mai concluso gli studi: mi mancavano un esame e lo scritto quando dopo tanti anni mi sono arresa!

Nella mia storia non ci sono colpevoli ma una grande mancata consapevolezza di me stessa, di scelte e percorsi mentali non adeguati per una vera crescita personale.

Ma come mai sono giunta all’insegnamento?

Mia madre era un’insegnante e uno dei grandi valori che ci ha trasmesso è l’indipendenza economica, per cui perseguire questo traguardo è stato per me importante.

Ho iniziato giovanissima a fare supplenze ed ad allontanarmi da casa, pensavo che sarei riuscita finalmente a star bene e mi sarei liberata delle catene mentali e dell’infelicità che albergava nel mio cuore. Ma il tarlo era dentro di me.

A 26 anni prendo consapevolezza che quella non ero io ma che stavo vivendo immersa nella depressione. Ho preso il coraggio a due mani e mi sono rivolta ad uno specialista in privato. Ogni volta che bussavo al portone dello studio mi guardavo intorno per la paura di essere vista. Ho sempre nascosto la mia malattia al mondo anche nascondendomi da tutti e da tutto. Il rapporto col dottore era piuttosto conflittuale ma rimasi in cura con lui per sette lunghi anni.

Mia madre un giorno mi disse, dopo avermi osservata per molti giorni silenziosa e quasi assente: “Figlia mia, sei incinta?”, la guardai incredula e risposi “dentro di me non c’è la vita, c’è la morte”.

Si ritrasse, non aveva strumenti tali da poter affrontare la mia sofferenza.

Il rapporto col dottore si concluse un mese prima della morte di mia madre. Il dolore reale concreto e vitale per la perdita di mia madre mi diede la forza per chiudere questo rapporto. Uscii dall’ambulatorio quasi felice e ricordo ancora la brezza sulla pelle e la sensazione di libertà che mi attraversava.

Nell’estate mi trasferii in altra città, seguendo il mio compagno di allora. Lì trovai un bravissimo Psichiatra che mi seguì con scrupolo: all’antidepressivo associò il litio e questo mi diede beneficio. Anche lì non vissi una vita sociale e di relazione. I bei ricordi di quel periodo sono legati alle escursioni sulle dolomiti e alla pratica del parapendio. Anche in seguito ho cercato sollievo negli sport estremi, per quanto non eccellessi.

Compro casa e rientro nella precedente città dove torno nella scuola in cui avevo già lavorato. Lì trovo situazioni piuttosto difficili nelle classi a cui vengo assegnata. Ce la metto tutta, stringo i denti e vado avanti. Nel 2005 muore mio padre e alla fine di quell’anno incontro il mio attuale compagno.

Mi deve perdonare, a questo punto mi sento vuota e non riesco ad acchiappare i pensieri. Non so se quanto ho scritto possa aiutarla a delineare meglio il quadro. Rileggendo sembra che abbia scritto per me stessa, come per fissare alcuni vissuti che forse poco servono alla risoluzione del problema.

Rimango in attesa di una sua risposta

Commenti alla seconda lettera di Monica

Cominceremo col dire che la sofferta integrazione di Monica ingenera ulteriori dubbi, anziché risolvere i precedenti. Nel primo terzo del suo scritto non vi sono infatti informazioni ma sentimenti, percezioni e giustificazioni quasi del tutto volti a creare una cortina fumogena sulla propria esistenza. Compare ad un tratto la figura materna come dominante, quindi quella della sorella (scopriremo in seguito che è maggiore) come rifugio, mentre il padre fa capolino solo in punto di morte. Un particolare mi induce a chiedere un colloquio telefonico ulteriore: l’introduzione del Litio come farmacoterapia. Questo farmaco (Sali di Litio) è utilizzato come stabilizzatore dell’umore soprattutto nei Disturbi Bipolari in cui si alternano momenti di euforia (maniacalità) con episodi depressivi. Tali disturbi hanno inoltre una familiarità impressionante. Al telefono Monica confermerà di essere soggetta a un disturbo bipolare di cui era affetto anche il padre (ne cita i suoi momenti euforici con spese incoercibili). Anche la sorella maggiore ed il fratello minore (erano 2 maschi e 2 femmine) presentano disturbi psichiatrici prevalentemente sull’asse ansioso-depressivo. Possiamo dunque concludere che Monica, seppure faticosamente, riesce a mantenere una soddisfacente relazione affettiva e una quasi-sufficiente situazione lavorativa, nonostante gli handicap costituiti da una helping profession e da un’anamnesi familiare pesante. Tuttavia sarebbe opportuno mettere in grado, una persona che volesse intraprendere la professione docente, di effettuare un’autovalutazione preventiva circa la propria propensione al rischio di sviluppare una psicopatologia. Questo infatti dipende in modo direttamente proporzionale: dalla professione svolta (e quella docente è una helping profession a rischio di usura psicofisica); dalla capacità socio-relazionale col prossimo; dal corredo genetico ereditata. Finché le patologie psichiatriche degli insegnanti non saranno riconosciute alla stregua di malattie professionali, non sarà mai possibile effettuare una prevenzione in tal senso.

Nell’occasione ci sia infine consentito ricordare ancora una volta che per Stress Lavoro Correlato (SLC) non deve intendersi lo stress determinato dal lavoro (o sul posto di lavoro), ma lo stress (ed i suoi frutti) esercitato sul lavoro a prescindere dal posto in cui questo è originato. Concetto che sarà sviluppato più avanti, ma qui basti dire che nello SLC di Monica è ricompresa chiaramente anche la sua pesante anamnesi familiare. Ciò semplicemente perché non sarà mai possibile separare la maestra Monica dalla sua vita familiare, né dai suoi cromosomi. In altre parole il MIUR, una volta assunta Monica, ne fa un suo operatore, accettandone pregi e difetti: dovrà quindi tutelarne la salute fino a risoluzione del contratto.

www.facebook.com/vittoriolodol

WhatsApp
Telegram

Concorso a cattedra ordinario secondaria, il corso Orizzonte Scuola: aggiornato con esempi di prova orale già pronti e simulatore EDISES per la prova scritta. A 150 EURO