Tra abbandono e obbligo scolastico, dove vanno a finire i nostri studenti?

Chiara Iannarelli   Vicepresidente Articolo 26 –  “Nel paradiso dei calzini” come canta Vinicio Capossela, dove vanno a finire i calzini?

Oggi dobbiamo chiederci: dove vanno a finire i ragazzi che abbandonano gli studi? Sono nei bar, persi insieme agli spaiati? Chiusi in casa a far nulla impigliati nel letto, o nascosti nel cassetto perché hanno provato a cambiare scuola, magari dopo una bocciatura, ma l’imbarazzo e la differenza di età hanno impedito loro di proseguire; gettati alla cieca nel cesto, perché hanno sbagliato indirizzo o smarrito la via?

Sono numeri tristi quelli che riportano i documenti ufficiali: ogni anno abbandonano le scuole tanti studenti quanti gli abitanti di città come Bergamo o Siracusa.

Per pochi Lucignolo, svogliati e senza giudizio, in cerca del paese dei balocchi, quanti Pinocchio – burattini spesso appesi ai fili di errori altrui – vivacchiano senza lavorare e senza studiare ( 2, 2 milioni i NEET in Italia tra i 15 e i 29 anni) e, ancor peggio, senza uno scopo nella vita, spaventati dalla mèta loro indicata, inarrivabile o priva di senso.

C’è bisogno di infuocare quel lumicino, a cui anche Lucignolo può giungere – come il suo nome ci ricorda – e ciò non si ottiene semplicemente aumentando e anticipando qualcosa che, purtroppo, non riesce ancora ad accendere una luce su ciò che c’è di grande, di bello e di vero da imparare.

Pinocchio ci insegna che la coercizione non garantisce il compimento anzi, ottiene l’effetto contrario. Proprio in questi giorni assistiamo a discussioni e proposte sull’ampliamento dell’obbligo scolastico includendo, così, anche la scuola dell’infanzia.

Non è rendendo obbligatoria la scuola sin dalla più tenera età – scavalcando, nondimeno, il diritto di scelta dei genitori nel tipo di educazione da dare ai propri figli – che fabbricheremo dei ragazzi felici di apprendere qualcosa, se esso non sarà grande, bello, vero, e se la motivazione sarà solo quella di un maggior rendimento futuro, riducendo ancora una volta l’educazione ad una mera preparazione “tecnica”, spinta dal mito dell’efficientismo. Sono queste, purtroppo, le nefaste conseguenze di un sistema scolastico a monopolio di stato che, ormai, ha mostrato tutta la sua inefficienza e inefficacia.

Dobbiamo restituire alla scuola sia la capacita di offrire una formazione di qualità sia la sua più profonda educativa, da ex-ducere: quella di portare, cioè, alla luce il dono segreto di ogni studente, permettendogli di esprimere se stesso e dare così senso a ciò che vive.

E, allora, ecco che non sarà necessario aumentare la durata dell’obbligo scolastico – che non sarà più percepito come tale – ma come naturale estensione del ruolo dei genitori e la scuola, quindi, desiderata e apprezzata dalla maggior parte di essi come supporto condiviso, e non come necessità o ripiego per impiegare il tempo, e per non finire col pagare lo scotto delle conseguenze di un sistema scolastico uniforme e che ormai ha mostrato tutta la sua debolezza nel non saper fronteggiare le nuove sfide educative, moderne e sociali.

Come possiamo quindi scorgere chi si sente invisibile?

I ragazzi che abbandonano la scuola non sempre lo fanno per guadagnarsi il pane quotidiano.

Troppo spesso c’è un lutto da elaborare: il lutto del fallimento.

Cercano una risposta a quelle domande più profonde che ognuno di noi si è posto almeno una volta nella vita: chi sono? Da dove vengo? Dove sto andando?

Italiano, storia, geografia, economia, filosofia, antologia, meccanica, storia dell’arte… ogni materia dovrebbe aiutarli a trovare la loro personale risposta alla domanda: chi è l’uomo.

Se diamo all’abbandono scolastico e al conseguente senso di fallimento l’ultima parola, senza offrire queste risposte, il fallimento diventerà parte della loro personalità, della loro storia personale.

Dove è andato a finire il tuo amore
Quando si è perso lontano dal mio
Dove è andato a finire nessuno lo sa
Ma di certo si troverà là…

Eccoci di nuovo, quindi, a porci delle domande insieme a voi, nella speranza di poter arrivare a costruire – insieme – delle soluzioni efficaci. La fragilità è parte della vita ma spetta a noi educatori (genitori, nonni, insegnanti, professori, istruttori…) incoraggiare, cercare e ritrovare i ragazzi, più o meno giovani, e aiutarli a combattere le loro battaglie, senza sostituirsi ma restando al loro fianco e, a volte, anche un passo indietro, ma sempre vicini…
(come i calzini ;)!

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