Toccafondi. Assunzioni, no pericolo travaso da paritarie a statali. Tutto su scuola-lavoro e incentivi paritarie

di Eleonora Fortunato
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Nessun fuggi fuggi dalle scuole paritarie con le assunzioni dello Stato e le detrazioni non saranno un pretesto per l’aumento delle rette, ma la mossa giusta per rafforzare la libertà di scelta educativa delle famiglie.

Nessun fuggi fuggi dalle scuole paritarie con le assunzioni dello Stato e le detrazioni non saranno un pretesto per l’aumento delle rette, ma la mossa giusta per rafforzare la libertà di scelta educativa delle famiglie.

Il Sottosegretario di Stato all’Istruzione Gabriele Toccafondi interviene anche sull’alternanza scuola-lavoro: in arrivo una ‘Carta dei diritti e dei doveri delle studentesse e degli studenti in alternanza’. Forse questa volta si fa sul serio.

Secondo il piano previsto dal Governo, all’inizio del prossimo anno scolastico saranno inseriti in ruolo 100.000 docenti (Gae e GM vincitori 2012).  Alcuni di loro lavorano da anni nelle scuole paritarie, che vedranno così fuggire verso lo Stato alcuni dei loro migliori insegnanti. Ciò non mina in qualche modo la credibilità di queste istituzioni? Come si regoleranno per il futuro? Se i concorsi saranno regolari addio alla continuità didattica, a meno che non si mettano in campo strategie per rendere il lavoro nella paritaria appetibile quanto quello nello Stato.

“Il ddl ha previsto un piano di assunzioni straordinario per tirare una riga definitiva rispetto al passato sul tema del precariato. Abbiamo proposto di assumere circa 100.000 insegnanti per l’a.s. 2015/16 per coprire le cattedre vacanti e creare l’organico dell’autonomia. Dopo si tornerà ad assumere solo per concorso. 

Se i docenti che insegnano nelle scuole paritarie hanno titolo a ricevere una proposta di assunzione, la riceveranno. Possono anche scegliere di continuare a lavorare nelle scuole paritarie. Personalmente non mi aspetto un fuggi fuggi generalizzato dalle scuole paritarie. Molti insegnanti hanno scelto di lavorare in queste scuole, condividendone il progetto educativo e impegnandosi attivamente a costruirne l’identità culturale, anche in relazione alle istanze del territorio e alle richieste delle famiglie. È un patrimonio di esperienze umane e professionali che avrà il proprio peso nelle scelte di ciascuno. Perché ipotizzare che vadano via i migliori? Non possiamo fare processi alle intenzioni. In ogni caso, le scuole paritarie hanno la possibilità di reclutare gli insegnanti scegliendoli in base ai parametri di qualità che hanno messo a punto attraverso la loro esperienza”.

Come giudica le misure fiscali attuate in favore del primo ciclo di istruzione? Rappresentano una boccata d’ossigeno più significativa per le famiglie o per le scuole? Molti istituti aumenteranno le rette proprio in funzione delle detrazioni.

“Innanzitutto rappresentano un passo reale verso la tutela della libertà di scelta delle famiglie. È una posizione importante più come principio che come attuazione. Non sono importanti le misure fiscali adottate quanto il fatto che tali misure abbiano finalmente trovato spazio in un disegno di legge. Innanzitutto è l’espressione di una maturità nell’approccio della questione. Le scuole, paritarie o statali che siano, sono sistema nazionale di istruzione. Chi viene aiutato non è la scuola, ma la famiglia.

È un primo passo significativo per tutelare la libertà di scelta delle famiglie. Non diamo soldi alle scuole. L’ipotesi che gli istituti aumentino le rette in funzione delle detrazioni mi sembra improbabile. Anche perché risulterebbe una scelta miope e tra l’altro non in linea con le misure previste dal DDL, che presuppone un tetto massimo detraibile”.

Quali sono i prossimi obiettivi per il sostegno alla libertà di scelta educativa delle famiglie?

“Per il momento dobbiamo difendere in Parlamento queste prime misure a sostegno delle famiglie, affinché siano recepite. In futuro intendo battermi perché scelte analoghe possano coinvolgere anche il secondo ciclo di istruzione, soprattutto tenuto conto del lavoro importante che stiamo facendo come MIUR per contrastare i cosiddetti ‘diplomifici’ che sono altra cosa rispetto alle scuole paritarie. Nel nostro paese c’è ancora molto da fare per raggiungere una effettiva parità scolastica e questo tema costituisce una delle priorità della mia azione politica”.

La grande novità della Buona Scuola di Renzi, cioè la scelta dei docenti, sia pure già assunti dallo Stato, da parte dei Presidi è una pratica consolidata all’interno del sistema di istruzione paritario. In questi anni è stato un fattore che ha aumentato la qualità degli apprendimenti e dei servizi resi alle famiglie?

“Sono convinto di sì. La scelta dei docenti è funzionale al progetto educativo messo a punto dalla scuola, che evidenzia le scelte culturali, organizzative e didattiche elaborate in quello specifico contesto formativo. È uno strumento fondamentale per dare piena attuazione all’autonomia scolastica: l’intero impianto della riforma è incentrato sul potenziamento dell’autonomia scolastica, per garantire la massima flessibilità, diversificazione, efficienza ed efficacia del servizio scolastico nel contesto territoriale, attraverso un miglior utilizzo delle risorse umane e finanziarie e l’introduzione di tecnologie innovative. Le scuole secondarie di secondo grado, proprio per corrispondere alle esigenze didattiche e formative personalizzate degli studenti, potranno introdurre insegnamenti opzionali, che saranno parte integrante del percorso dello studente e inseriti nel Curriculum dello studente, che ne individua il profilo e ne raccoglie tutti i dati, utili anche ai fini dell’orientamento e dell’accesso al mondo del lavoro. La mia idea di autonomia va proprio in questa direzione: non può essere ridotta al solo profilo istituzionale e organizzativo perché è anzitutto un fatto di cultura e di concezioni educative. Investe l’intero progetto pedagogico in termini di curriculum, contenuti, metodi di insegnamento, strumenti per l’apprendimento. Se finora solo le scuole paritarie hanno potuto scegliersi gli insegnanti rispettando alcune regole di fondo, dopo l’approvazione del d.l. La Buona Scuola anche le scuole statali avranno margini più ampi di autonomia per definire il proprio organico”.

Per quanto riguarda l’alternanza scuola-lavoro, il testo all’esame del Parlamento prevede all’articolo 4 (Scuola, lavoro e territorio) che tali percorsi “sono attuati negli istituti tecnici e professionali per una durata complessiva nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi per almeno 400 ore e nei percorsi liceali per una durata complessiva nel triennio di almeno 200 ore”. Come saranno individuate le aziende partner delle scuole? A quali criteri dovranno rispondere? I ragazzi saranno sempre affiancati da un tutor? Il tutor aziendale parteciperà in qualche misura alla valutazione dell’allievo?

“Il Disegno di legge La Buona Scuola ha come obiettivo la messa a sistema della didattica basata sull’alternanza scuola lavoro, rendendola obbligatoria a partire dalle classi terze degli istituti secondari di secondo grado, con almeno 400 ore nei tecnici e nei professionali e almeno 200 ore nei licei.

Per attuare questa azione si agisce su diverse leve:

  • risorse finanziarie, pari a 100 milioni a regime per permettere alle scuole di coprire i costi relativi all’alternanza: formazione, assicurazioni, trasporti, sicurezza, tutoraggio degli studenti;
  • semplificazioni per le imprese, consentendo di fare a scuola i corsi sulla salute e sicurezza necessari ai ragazzi per operare in azienda durante i periodi di alternanza;
  • la possibilità di stipulare contratti di apprendistato anche prima del compimento dei 18 anni per gli studenti della scuola secondaria di secondo grado, in coordinamento con la normativa del Jobs Act.

L’alternanza non si imporrà, tuttavia, come misura strutturale se non nutriremo la domanda da parte delle imprese. Per questo motivo, insieme a un forte lavoro legislativo, stiamo mettendo in campo una fitta rete di intese con gli attori del tessuto produttivo: abbiamo già attivato protocolli d’intesa con Federmeccanica, Unioncamere, Fincantieri, tutti finalizzati a promuovere la collaborazione tra imprese e scuole per orientare i giovani verso le professioni tecniche, organizzare stage e tirocini formativi, condividere azioni congiunte di formazione degli operatori (docenti e tutor aziendali). L’alternanza si farà in azienda, ma anche nelle istituzioni pubbliche, in collaborazione con gli ordini professionali, con il concorso di enti che svolgono attività afferenti al patrimonio artistico, culturale e ambientale. In collaborazione il Ministero del lavoro e, nel caso di coinvolgimento degli Enti pubblici, con il Ministero per la semplificazione e la pubblica amministrazione, metteremo a punto una ‘Carta dei diritti e dei doveri delle studentesse e degli studenti in alternanza’, in cui saranno esplicitati i principi fondamentali cui i soggetti coinvolti dovranno attenersi.

Come previsto dai decreti attuativi del Jobs Act, si rilancia in forma strutturale e semplificata la possibilità di realizzare percorsi di apprendistato per il diploma rivolti ai giovani iscritti al quarto e quinto anno degli istituti tecnici e professionali. Si conclude dalla fase sperimentale che ha caratterizzato il progetto messo a punto con l’ENEL, che dal corrente anno scolastico ha coinvolto 145 studenti del quarto anno di 7 istituti tecnici industriali di altrettante regioni italiane. L’apprendistato per il diploma quinquennale sarà un’opportunità importante per i giovani che possono aspirare a coniugare lavoro e istruzione, con l’acquisizione, all’interno del corso di studi, di competenze tecnico-professionali coerenti con le richieste del sistema produttivo e immediatamente spendibili.

Per quanto riguarda gli insegnanti, sottolineo che la formazione diventa parte integrante e ineludibile della professionalità dei docenti. Ogni scuola dovrà fare una programmazione delle attività formative che intende attivare rispetto alle innovazioni introdotte dal DL sulla Buona Scuola, tra cui l’incremento dell’alternanza scuola lavoro occupa una posizione centrale. La qualità e l’impegno dei docenti, peraltro, saranno valorizzati attraverso un bonus annuale che intende premiare il merito e il contributo offerto al miglioramento della scuola. Per questo bonus è previsto uno stanziamento di 200 milioni all’anno”.

Sono previsti vantaggi economici per le aziende?

“Lo school bonus riguarda le erogazioni liberali in denaro destinate agli investimenti in favore delle scuole. Chi farà donazioni a favore delle scuole (statali e paritarie) per la costruzione di nuovi edifici, per la manutenzione, per la promozione di progetti dedicati all’occupabilità degli studenti, avrà un beneficio fiscale (credito di imposta al 65%), in sede di dichiarazione dei redditi. Cambia l’approccio all’investimento sulla scuola: ogni cittadino è incentivato a contribuire al miglioramento del sistema scolastico.

L’alternanza è un’altra cosa. È lo strumento principale per riallacciare quel dialogo tra scuola e mondo del lavoro che si è perso negli ultimi decenni, di cui pagano le conseguenze sia le imprese che, anche in un momento di così elevata crisi occupazionale, non riescono a trovare giovani diplomati adatti alle mansioni da svolgere, sia i due milioni e mezzo di giovani tra i 15 e 1 29 anni che non studiano e non lavorano, che si aggiungono ai 729 mila disoccupati tra i 15 e i 24 anni. Per raggiungere questo obiettivo la partecipazione del mondo produttivo è essenziale; dobbiamo lavorare tutti assieme (Stato, Regioni, imprese, parti sociali e territorio) per un sistema che ci metta in pari con i sistemi di istruzione e formazione degli altri Paesi europei. Ritengo che per le imprese partecipare alla formazione dei giovani non deve essere avvertito (e molte, infatti, non lo avvertono) come un costo, bensì come un investimento. Il vantaggio di avere giovani diplomati già formati agevola il reclutamento e l’inserimento nelle imprese e rafforza la coesione sociale all’interno della comunità. È stato questo il tratto distintivo vincente dei nostri distretti produttivi: lo dobbiamo ricostituire e rafforzare”.

Si sente spesso dire che l’Italia dovrebbe guardare al modello tedesco, ha senso un’idea del genere senza tenere conto delle enormi differenze con quel Paese? In Germania, per esempio, il conseguimento delle qualifiche professionali è una cosa molto seria, non avviene presso la scuola, ma nelle Camere di Commercio, che sono istituzioni ben più prestigiose delle omologhe italiane.

“Tutta la filiera di IeFP ha bisogno di essere valorizzata e potenziata all’interno di un sistema integrato di istruzione e formazione di qualità. La sfida è di introdurre nel sistema educativo italiano una filiera di formazione professionale organica, strettamente correlata con i fabbisogni di professionalità espressi dalle imprese e dal mondo del lavoro, in grado di assicurare un’offerta formativa di qualità a tutti i livelli, dalla formazione iniziale dei giovani per il conseguimento di una qualifica professionale triennale ai gradi più elevati di professionalizzazione del livello terziario per la specializzazione tecnica superiore (ITS), passando per i diplomi professionali quadriennali e i percorsi di istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS).

Recentemente sono stato in Germania e ho visto come funziona il sistema duale tedesco, da cui abbiamo qualcosa da imparare. Anzitutto il modello duale educa non solo al lavoro, ma attraverso il lavoro, e ha l’asse portante nell’apprendistato, che attira il 60% dei giovani tra i 15 e i 29 anni, per un percorso che dura da 2 anni a 3 anni e mezzo, a seconda del tipo di qualifica. Nel 2012 gli apprendisti erano complessivamente 1.430.000, di cui oltre il 42% tra i 15 e i 18 anni.

Il modello formativo si basa sull’alternanza scuola lavoro: il 70% delle ore si svolge in azienda, il 30% nella scuola professionale. Il percorso si conclude con un esame (che consiste in una prova pratica e una prova scritta), affidato ad un ente terzo, la Camera di Commercio, che ha anche il compito di accreditare le imprese che intendono formare apprendisti e di svolgere azioni di consulenza e supporto per sostenere e migliorare gli interventi di formazione.

Il sistema duale realizza una felice combinazione che valorizza gli aspetti concreti del “saper fare”, favorisce la collaborazione tra le parti sociali, facilita l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, garantisce la trasferibilità delle certificazioni e quindi la mobilità territoriale.

Il modello italiano che più si avvicina a quello tedesco è l’apprendistato per la qualifica e il diploma professionale, che è quello che da noi più fatica a decollare. L’esempio tedesco offre, comunque, importanti indicazioni per l’organizzazione del sistema di formazione professionale, al di là del fatto che la formazione sia prevalentemente basata sul lavoro o sulla frequenza di una scuola.

La differenza tra noi e la Germania non sta nella qualità delle singole attività, che anche in Italia evidenziano pratiche di grande valore, ma nella mancanza di un sistema basato su standard riconosciuti e omogenei, che risulti affidabile nel suo insieme e in tutti i territori e conquisti la fiducia dei giovani e del sistema produttivo nazionale e nella perdurante distanza tra il mondo della formazione e il mondo del lavoro”.

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