Tfa Sostegno e maternità: un amaro tuffo nel passato! Lettera

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Inviata da Vittoria Tozzi – Gentile Redazione, mi rivolgo a voi con la speranza che possiate aiutarmi a porre all’attenzione di tutti quella che sento come una questione importante su cui riflettere. Sono vincitrice di concorso per l’accesso ai corsi TFA Sostegno presso l’Università *.

Per ottenere, infatti, l’abilitazione all’insegnamento del Sostegno bisogna superare un concorso indetto a livello nazionale costituito da tre prove (due scritte e una orale), e poi seguire un corso della durata minima di 8 mesi organizzato dalle singole Università.

Fino ad ora il concorso di accesso al TFA, molto selettivo, è stato organizzato annualmente, ma non si sa ancora per quanto tempo il MIUR continuerà a lasciare aperto questo canale di abilitazione.

Il motivo di questa mia lettera riguarda le pari opportunità di accesso all’istruzione Post Lauream (in questo caso al Corso di specializzazione TFA Sostegno) per le donne. Vi spiego in che senso.

Dopo aver vinto le selezioni ho scoperto di aspettare un bambino. Che gioia!

Eppure a questa gioia si è affiancata una delusione profonda.
A circa una settimana dall’inizio delle lezioni, ho realizzato che l’ Università non è in grado di garantire il mio diritto alla specializzazione perché sono in stato di gravidanza.

Questo significa che perderò automaticamente la possibilità di proseguire il mio percorso, perché la gravidanza sembrerebbe essere un ostacolo insormontabile.

Mi sarebbe infatti preclusa la possibilità di frequentare le ore obbligatorie di tirocinio diretto (nelle scuole).
Capisco che, per tutelare la salute della donna e del nascituro, si vieti di svolgere tirocini diretti durante il periodo di astensione obbligatoria per maternità, ma allora non sarebbe possibile pensare ad una modalità alternativa di recupero di queste ore?

Altrimenti questo significherebbe impedire a tutte le donne in stato di gravidanza di esercitare il proprio diritto di accesso a questo percorso di istruzione Post Lauream, nonostante siano vincitrici di concorso.

La mia non vuole essere un’accusa diretta all’Università, bensì ad un vuoto legislativo che, ritengo, debba essere colmato.
Il legislatore, infatti, avrebbe dovuto considerare che la platea delle persone interessate a questo tipo di formazione comprende anche (anzi, moltissime) donne, tra l’altro tutte in età lavorativa e quindi in media piuttosto giovani.

Predisporre quindi un corso di 8 mesi, di cui 5 da dedicare obbligatoriamente ad un tirocinio (precluso però a chi in dolce attesa), significa essenzialmente escludere a priori la categoria delle donne in gravidanza.

Insomma, se le nostre nonne hanno dovuto combattere per il diritto all’accesso agli studi universitari, noi ci troviamo di fronte alla lotta per le pari opportunità di accesso e frequenza ai corsi post universitari. Un amaro tuffo nel passato!

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