TFA secondo ciclo. Prof. Dettori (Tor Vergata): colpevoli ritardi. Lauree abilitanti: per discipline umanistiche più anni

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Professore di Letteratura Greca nell’università Tor Vergata di Roma, Emanuele Dettori è anche vicepresidente del Coordinamento TFA di Ateneo e coordinatore delle classi di concorso umanistiche del Tirocinio Formativo Attivo.

Professore di Letteratura Greca nell’università Tor Vergata di Roma, Emanuele Dettori è anche vicepresidente del Coordinamento TFA di Ateneo e coordinatore delle classi di concorso umanistiche del Tirocinio Formativo Attivo.

E’ però a titolo del tutto personale che ci ha concesso questa intervista in cui approfondisce alcuni dei problemi che hanno condizionato lo svolgimento del primo ciclo TFA e che pare rallentino il secondo, non senza mettere a segno anche qualche significativa proposta.

Prima di parlare del secondo ciclo TFA, ci preme innanzitutto domandarle qualcosa sulle Linee Guida di Renzi e in particolare sulle nuove procedure di abilitazione che esse prefigurano. Che cosa pensa dell’abolizione del TFA e delle cosiddette lauree abilitanti?

“La laurea specialistica abilitante è molto ben vista dai miei colleghi rappresentanti delle materie tecnico-scientifiche, che hanno ragioni valide per auspicarla, dal loro punto di vista formativo e culturale. Nell’ambito umanistico, invece, siamo più scettici, e io sono tra quelli che la riterrebbero addirittura disastrosa: dopo tre anni o, per meglio dire, dopo il conseguimento della laurea di primo livello, nessuno studente ha la preparazione culturale sufficiente per affrontare un percorso professionalizzante nel campo della docenza. Inoltre, si creerebbero due canali che da un punto di vista culturale non hanno motivo di esistere. In termini generali c’è da dire che l’idea che tutti gli ambiti disciplinari debbano fare la stessa cosa è rozza ed è stata cagione di guasti, in quanto è una forzatura della realtà: per quanto riguarda le lauree magistrali, abilitanti o meno, bisogna avere l’intelligenza di distinguere tra formazione per le discipline tecnico-scientifiche e per le discipline umanistiche”.

Tuttavia c’è il grosso problema dei tempi…

“Una soluzione ci sarebbe, almeno per le classi di concorso A043, A050, A051, A052, A061 e A037, di cui mi sento di parlare con qualche cognizione di causa: il corso di Laurea in Lettere dovrebbe essere a tronco unico e della durata di quattro o cinque anni (senza obblighi psicopedagogici e/o di Didattiche disciplinari). Un quinto o sesto anno potrebbe essere poi interamente dedicato alle discipline psico-pedagogiche, che, tengo a dirlo, da ‘disciplinarista’, sono importanti, e al tirocinio, ma non possiamo discostarci dall’idea che la base di partenza debba consistere in una solida e organica preparazione culturale, obiettivo che in tempi accettabili si può raggiungere solo attraverso la ristrutturazione del corso di laurea in lettere nella direzione di una sua maggiore compattezza”.

In sostanza si tratterebbe di tornare alle lauree quadriennali del vecchio ordinamento. La sua è una provocazione o una proposta?

“Non si tratta di tornare indietro, sono diversi, nell’attuale sistema, i corsi di laurea a cui si è deciso di dare una strutturazione unitaria, tenendo conto di peculiari obiettivi e modalità di formazione (ad esempio Medicina e Giurisprudenza). Un tempo in politica si parlava di “equilibri più avanzati”: quanto propongo sarebbe, ritengo, un punto di mediazione non al ribasso, anzi un passo in avanti. Che le istanze preposte a occuparsi di questi problemi pensino che si possa cominciare un percorso professionalizzante nelle discipline umanistiche dopo l’attuale laurea triennale ritengo sia sintomo di un generale regresso culturale e di conoscenze specifiche”.

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Anche i TFA sono stati accusati di non fornire un’adeguata preparazione sul piano didattico o addirittura culturale.

“Affermazioni del genere sono piuttosto impegnative e bisognerebbe che i loro autori fossero di maggior aiuto, documentandole: la posizione dell’Università nel TFA è dovuta al fatto che la preparazione di un docente, mi permetto di dire, è fatta anche da conoscenze, e l’università è la sede istituzionale per riceverle nella loro forma più avanzata. Non sempre, è vero, l’accademia riesce a trasmettere sapere in modo che sia anche didatticamente riutilizzabile, poiché non è detto che essa sia attrezzata per raggiungere questo scopo. Così scivoliamo su un altro piano, ben più accidentato: la primazia dell’università nella formazione degli insegnanti qual è stabilita dalla Legge 249 è problematica, ma risponde anche, a mio parere, all’effettiva difficoltà, da parte politica e ministeriale, di selezionare in maniera serena e obiettiva buoni formatori all’interno del sistema dell’istruzione, che siano qualcosa di più rispetto a ciò che nell’attuale sistema sono i tutor coordinatori. Se finalmente si riuscisse a far emergere e ‘formalizzare’ queste figure si potrebbe anche dare parziale soluzione a un altro grosso problema, quello della progressione di carriera dei docenti di scuola”.

Professore, è vero che le università con i TFA e i PAS hanno fatto cassa?

“Questo è un discorso complesso, ma bisogna affrontarlo una volta per tutte. Come forse molti dei vostri lettori già sapranno, i docenti universitari sono per legge tenuti a prestare il loro insegnamento in tre tipi di corso: la laurea di primo livello, quella magistrale e il dottorato. Tutto il resto è lavoro didattico in più, e quindi va retribuito, come funziona nel mondo civile, in ogni campo. Diverso sarebbe se fosse consentito ai professori di inserire le ore di insegnamento del TFA nei compiti didattici, ma ciò, per funzionare, implicherebbe organici più numerosi nei Dipartimenti. Inoltre, le università per tenere i corsi e le selezioni nelle loro sedi affrontano spese vive come i compensi delle commissioni, la cancelleria, i consumi nei luoghi ove si tiene lezione, etc. Detto questo, se davvero dai TFA si traessero benefici economici consistenti potrebbero essere considerati indebiti, ma gli introiti non lo sono affatto, almeno in linea di principio. Si legge spesso sui giornali che le università “fanno cassa” sulla pelle degli insegnanti o degli aspiranti insegnanti, ma le cose non stanno così, almeno non ovunque”.

Vuole dire che in qualche ateneo le cose vanno diversamente?

“Parto da una scelta che abbiamo fatto a Tor Vergata: prima ancora che uscisse il decreto che obbliga gli atenei e le istituzioni AFAM a riconoscere alle scuole sedi di attivazione dei tirocini una percentuale delle quote di iscrizione dei partecipanti ai corsi (comma 3 art. 8 DM 93 del 30 novembre 2012, ndr), la nostra università aveva già deliberato questo contributo, ma so che in molti altri casi la stessa indicazione è stata fermamente disattesa. Ci sono anche altri comportamenti da considerare: vedere atenei che accolgono ottanta e più candidati per un’unica classe di concorso fa vigere il sospetto che l’operazione è pensata per fare cassa, a meno che non vengano poi formate delle subclassi, cosa che in realtà può avvenire in pochissimi casi. Anche alleggerire l’offerta formativa è sintomo di scarsa serietà: so di corsi PAS che per la classe di concorso A051 hanno attivato solo le didattiche disciplinari di italiano (anzi, solamente di letteratura italiana) e latino, e per la A052 solo quelle di latino e greco. Vedere orari con 8/10 ore di lezione consecutive egualmente rende perplessi. Per non dire dell’episodio, cui ho direttamente assistito, di una Università (privata) che ritirava la sua disponibilità ad attivare una determinata classe, che prevede due posti nel Lazio, e quindi risultava ‘diseconomica’ (il servizio per quella classe e i relativi abilitandi del Lazio se l’è assunto un Ateneo pubblico). Fatti di questo tipo favoriscono oggettivamente la grancassa mediatica e finiscono per darle giustificazione”.

C’è da dire che questo poi avviene anche con la ‘complicità’ dei corsisti, contenti in fin dei conti di vedersi riconosciuto qualche sconto. Ma parliamo adesso del secondo ciclo TFA: quando pensa che potranno partire i tirocini nelle scuole? E’ ottimista sui tempi?

“Qualche settimana fa lo ero di più. Le prove scritte non potranno terminare entro il 30 ottobre, ma slitteranno di un mese a causa di ritardi che dipendono da problemi organizzativi: ad esempio, la necessità di redistribuire i posti nelle classi di concorso condivise tra Atenei e istituzioni AFAM ha ritardato di una settimana la conclusione delle opzioni di sede da parte dei candidati. Per quanto riguarda i tirocini, sarebbe il caso di farli cominciare già a dicembre, a “Tor Vergata” guadagneremmo così all’incirca un mese rispetto al primo ciclo. I tutor coordinatori ci sono già, almeno per le classi già attivate nel I ciclo, ma resta aperta anche questa volta la questione del semi-esonero dalle ore di insegnamento a scuola: non è automatico, ma concesso anno per anno, e speriamo che il Miur questa volta sia più celere rispetto a due anni fa. È comunque già adesso scandaloso che sui semiesoneri non si sappia nulla: i diretti interessati e le loro scuole non possono essere trattati in questo modo”.

Nel TFA primo ciclo le pecche organizzative non sono state poche, dai test d’ingresso che contenevano quesiti sbagliati ai tirocini iniziati, in alcune università, a poche settimane dalla conclusione. Quali sono state, a suo avviso, le principali responsabilità del Miur? I corsisti hanno denunciato più volte anche sul nostro portale la mancanza di un vero coordinamento tra centro e periferia.

“Per prima cosa distinguerei tra Uffici Scolastici Regionali e Ministero. Nel caso del Lazio, le unità dell’Usr (che nel I ciclo TFA non è stato coinvolto) lavorano in maniera egregia sotto le pressioni dell’emergenza per darci una mano. Sono vittime piuttosto che complici, poiché cercano di rimediare con un grosso impegno ai problemi organizzativi che dipendono in larga misura da Viale Trastevere.

Il Ministero continua ad avere una grande responsabilità nella tempistica: i ritardi che ci sono stati col primo ciclo TFA e col PAS si stanno riproponendo anche adesso, giacché da loro per esempio dipende una questione centrale come quella dei semi-esoneri ai tutor, che ho già ricordato, come anche il ritardo nella distribuzione dei posti delle classi condivise tra istituzioni AFAM e Università. Mi preme segnalare anche però un altro dato, forse più importante. Nella fase preparatoria del primo ciclo TFA e per i PAS il Ministero decise di avere un dialogo quasi esclusivamente con i sindacati, quando la responsabilità culturale e organizzativa era totalmente a carico degli atenei. Non so, quasi che abbia agito per un riflesso pavloviano: la politica dei sindacati nel campo del reclutamento e della formazione è sempre stata molto miope, e restringere il confronto a loro non porta molti frutti. E lo dico da iscritto a un grosso sindacato confederale. Con questo non voglio dire che le università possano dirsi del tutto innocenti – anzi, continuano a essere impreparate su molti punti – ma una certa superficialità di conduzione è sicuramente da addossare al Ministero. Una responsabilità degli Atenei, almeno nel Lazio, è quello di non prendere una qualche iniziativa per gestire unitariamente le fasi selettive del TFA, fino alle prove scritte e orali comprese.

Ma vorrei segnalare che c’è qualcosa al di sopra e maggiormente condizionante, in senso negativo, rispetto all’atteggiamento del Ministero, ovvero quello della politica. Noi abbiamo una legge tutto sommato organica sulla formazione degli insegnati (anche senza considerare la parte sulle lauree abilitanti), ovvero la 249, e bandire ogni anno un nuovo ciclo di TFA dovrebbe essere un pacifico atto amministrativo, da lasciare fondamentalmente alla responsabilità delle direzioni generali, invece ogni volta c’è un ribollire e un agitarsi della politica come se si dovesse decidere se dichiarare guerra a una nazione o meno, con conseguenti strumentalizzazioni politiche e ritardi organizzativi. I PAS sono stati il risultato emblematico di questa confusa corsa al consenso”.

Avendo sovrinteso a entrambi, che confronto può tracciare tra TFA e PAS?

“I PAS non andavano fatti. Sono una specie di macigno sul cammino di una normalizzazione della situazione. Voglio mettere in evidenza due fatti: 1) i PAS sono stati il prodotto di una fine di legislatura e hanno visto l’opposizione di un solo membro all’interno della VII Commissione, il prof. Giovanni Bachelet; 2) è leggenda metropolitana il fatto che l’aver lavorato tre o più anni a scuola abbia reso i docenti che hanno avuto diritto ai PAS automaticamente in possesso delle competenze didattiche. Senza un confronto, senza la possibilità di conoscere esperienze e problemi di didattica come quelli che vengono mediati dai tutor coordinatori dei TFA si tende per lo più a riprodurre gli schemi di insegnamento che si sono esperiti da studenti (preferibilmente da universitari). E questo non lo diciamo noi professori universitari, ma ce lo ha spiegato ‘gente del mestiere’, ovvero i tutor coordinatori dei nostri TFA, di cui abbiamo chiesto la collaborazione anche per i PAS. Se mi chiede un confronto tra i due percorsi, la mia esperienza, almeno per le classi che meglio ho conosciuto, mi dice che a livello culturale e motivazionale la media dei corsisti TFA era più alta, ma che anche tra i frequentanti i PAS c’erano personalità di livello molto buono. Ripeto, i PAS non andavano banditi, ma la denigrazione aprioristica dei partecipanti, di cui mi è capitato a volte di leggere, è stata volgare e iniqua”.

Che cosa pensa dell’assunzione ope legis dei precari delle Gae promessa da Renzi? Non rischia di bloccare i futuri concorsi a cattedre?

“Penso che il rischio di una saturazione possa esserci, ma, ad esempio, conosco poco o niente concetto e funzionamento dell’ “organico funzionale”, per cui non sono in grado di esprimermi a ragion veduta. Nella storia dell’università, che conosco meglio, ogni volta che si è proceduto all’assunzione di grosse masse di personale a tempo indeterminato si è avuto come effetto il blocco del ricambio. Ricordiamoci, inoltre, che nel turn-over non c’è nulla di automatico: a una ingente massa di persone che va in quiescenza non corrisponde necessariamente una massa identica che ne prende il posto, anzi, il ricambio può venire tranquillamente bloccato, come succede in molti ambiti della pubblica amministrazione. Il concorso è, invece, l’unica maniera per permettere alle persone più preparate di non marcire nelle graduatorie, e io avrei messo sullo stesso piano tutti gli abilitati, senza corsie preferenziali per quelli che si trovano nelle Gae. Eventuali titoli si dovrebbero far valere all’interno della procedura concorsuale. A margine, vorrei suggerire quella che per me è una ovvietà: uno dei primi investimenti che farei sulla scuola è quello di mettere un limite per legge alla ‘popolazione’ delle classi, non più di 25 unità. So che si tratta di materia controversa, però mi sembra un’ottima maniera di coniugare una operazione di civiltà con la prospettiva di un aumento di organico”.

In questi giorni si sta parlando molto di come dovranno essere le graduatorie degli abilitati d’ora in avanti, nazionali o locali. Lei che ne pensa?

“Da un punto di vista dell’equità la cosa migliore sarebbe un concorso nazionale, con una graduatoria unica nazionale. Ma questo, oltre a risultare un po’ astratto, è impossibile e inopportuno per diverse ragioni. Escluderei, in ogni caso, una eccessiva localizzazione delle graduatorie, che con tutta evidenza andrebbe a danno del merito e, direi, comprimerebbe eccessivamente il diritto di scelta del posto di lavoro”.

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