Testimonianze d’insegnanti: lo stress amplificato dal COVID-19 (II)

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Proseguiamo con le testimonianze dei docenti, alle prese con la DAD, per approfondire gli effetti perversi sul burnout professionale. Seguiranno alcune riflessioni per cogliere spunti idonei a contrastare il disagio mentale professionale. Sarà ospitata nell’articolo anche la testimonianza di una studentessa che lascerà intendere le non poche difficoltà presenti dall’altra parte della barricata.

I testimonianza

Ho 61 anni e sono una docente di lingua francese nella scuola superiore di 1°. Ho quasi 220 alunni distribuiti in 9 classi. In tempo normale la mia attività lavorativa comporta uno stress incredibile avendo alunni diversamente abili. A questo si aggiungono tutti i consigli di classe e collegi vari e il mio carattere che mi porta a vivere tutto in modo molto emotivo. Assisto un fratello disabile grave che vive con me e che ha fortemente condizionato la mia vita e le mie le scelte. Soffro pure di emicrania cronica e diabete. Adesso che viviamo in quest’incubo oltre lo stress di routine c’è quello provocato dalle varie circolari del dirigente che chiede la firma sul registro elettronico, argomenti da svolgere, rimodulazione programmazione, valutazione e addirittura le note se i ragazzi non consegnano i compiti. Sono buttata ore ed ore al computer preparando presentazioni e video per le classi, a correggere i compiti e commentando tutto quello che viene consegnato, inviando infine e-mail di spiegazione delle modalità di lavoro che non leggono. Mi alzo la sera con gli occhi gonfi, nervosa, col mio mal di testa e la glicemia alle stelle. Questa è la mia testimonianza. Cari saluti.

Riflessioni

Vi sono casi particolarmente delicati che richiedono uno sforzo (organizzativo) maggiore. Per nessun motivo può mancare una soluzione di continuità nella propria attività personale e professionale. Interrompere l’attività costituisce presidio terapeutico perché serve a ricordarci che, seppure l’attività che stiamo svolgendo è importante, noi, la nostra salute, siamo più importanti dell’attività stessa. Le nostre energie sono limitate e se intervengono nuovi fattori, elementi o circostanze, non possiamo certamente “inventare” nuove risorse, ma dobbiamo ridistribuire al meglio le nostre forze rifuggendo dal nemico peggiore: l’ansia.

II testimonianza

Sono un docente di 65 anni affetto da leucemia linfatica cronica, attualmente impegnato come tanti colleghi nella didattica a distanza. Mi ha lasciato sconcertato la “rassicurazione” del ministro che nessuno avrebbe dovuto portare le mascherine in caso di rientro a scuola. Ho trovato questa dichiarazione irresponsabile. Certamente a maggio l’epidemia sarà in via di temporanea remissione, ma non ci sarà alcuna certezza di non avere a scuola studenti o colleghi positivi e asintomatici. La Azzolina non tiene conto che tra i docenti ci sono tantissimi ultrasessantenni e con problemi oncologici come il sottoscritto e che a scuola, a differenza di altre realtà lavorative è praticamente impossibile il distanziamento.

Ho molto timore, glielo confido, per età e patologia a rientrare a maggio, nel caso si decida questo.

So che lei, dottore, oltre a essere un esperto di burnout, è un ematologo: cosa mi consiglia nel caso di rientro a maggio? Per la cronaca dovrei andare in pensione a settembre. Grazie dottore, per l’attenzione

Riflessioni

Mi sento di tranquillizzare questo docente che appare affetto da ansia anticipatoria: nessuno gli strapperà di dosso la mascherina, stante la sua condizione. Tuttavia, gli consiglierei subito di richiedere l’accertamento medico in CMV per valutare la sua idoneità professionale alla luce degli eventi. Di fronte a un periodo lavorativo così breve, non è affatto escluso che il Collegio Medico opti per l’inabilità a qualsiasi proficuo lavoro con relativo pensionamento anticipato. E, per dirla tutta, sarebbe consigliabile che l’accertamento medico venisse richiesto d’ufficio dal dirigente scolastico.

III testimonianza

Sono una ragazza di quarta superiore di un liceo delle scienze umane in provincia di Genova. Come compito per la prossima settimana mi è stata affidata una ricerca proprio sulla didattica a distanza e navigando su Internet sono finita a leggere il suo articolo. Ho notato che le professoresse che le hanno inviato la loro esperienza sono tutte stremate, colme di ansia e sofferenza. Probabilmente la maggior parte delle nostre prof condividerà queste testimonianze, come ci fanno notare dalle loro facce stanche in videolezione, i mille fogli che dimenticano in tutte le stanze della casa, le loro imprecazioni contro il PC che sembra animarsi col solo scopo di farle impazzire. Però, nonostante tutta questa immensa situazione complicata, mi sembra non si accorgano anche della nostra difficoltà di stare 6 ore, se pur con qualche minuto di pausa, attaccati al computer o al tablet. 

Già, tutti pensano che noi “nativi digitali” riusciamo a passare tranquillamente tutto questo tempo seguendo la lezione davanti allo schermo. La maggior parte di noi però arriva alle 2 con un mal di testa fortissimo, gli occhi rossi e una stanchezza paragonabile a quella che si ha dopo aver corso per 3 ore.

A tutto questo si aggiunge il fatto di non poter incontrare nessuno per il coprifuoco. Tutti abbiamo i giorni no, abbiamo momenti di sconforto in cui piangiamo e non vediamo nulla di positivo e in tutto questo, la maggior parte dei professori, ci carica di compiti e studio perché “tanto non avete nulla da fare in casa”. Hanno ragione, non ho nulla da fare, ma a volte staccare un po’ il naso dal telefono e smettere di leggere libri e appunti virtuali ci farebbe bene, ma non possiamo perché se non mandiamo il compito prima della scadenza ne tengono conto nel voto finale. 

E non parliamo della fame di voti che ultimamente i professori hanno: verifiche e interrogazioni più del normale perché “così alle fine se ne abbiamo qualcuno in più la preside non dice nulla”. 

La didattica a distanza è difficile per tutti, capisco le professoresse e vorrei tanto che loro capissero noi e agissero di conseguenza. Forse così diventerebbe un po’ meno stressante per tutti. 

Sicuramente è una buona soluzione per non perdere l’anno, ma con modalità che vengano incontro a professori e alunni. Grazie per l’attenzione

Riflessioni

Ho trovato interessante questa lettera inviatami da una ragazza in risposta al mio precedente articolo. Era stata incaricata di fare una ricerca sulla DAD ed ha voluto scrivermi le difficoltà con cui si scontrano gli studenti. Le lagnanze si somigliano perché gli uni (docenti) e gli altri (studenti) sono abituati alla presenza, alla relazione diretta e non al mondo esclusivamente virtuale. Le difficoltà degli insegnanti col PC e i relativi sistemi informatici si ripercuotono sugli alunni cui si aggiungono la mancanza di compagnia e lo sfogo fisico limitato dagli “arresti domiciliari”. Ritengo che per entrambe le parti l’astinenza dal rapporto diretto possa essere l’occasione per resettare la relazione improntandola al rispetto dei ruoli, cosa che è venuta troppo spesso a mancare negli ultimi tempi sfociando in insulti e aggressioni da parte delle famiglie.

www.facebook.com/vittoriolodolo

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