Terra Bruciata! La ferocia nazista nell’Italia del Sud. Il film sulla strage di Conca della Campania, ignorata dai libri di storia

di Elisa Torsiello
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Nel suo “Paisà” (1946) Roberto Rossellini rifuggiva dall’impiego di inquadrature ristrette così da poter dar vita a un film corale, fatto di unione, impegno solidale, e non di singoli eroi. In maniera del tutto speculare con Terra Bruciata! il regista Luca Gianfrancesco riesce a ottenere lo stesso risultato impiegando proprio quei primi piani tanto evitati dal regista neorealista.

I soldati alleati di Rossellini, impegnati a liberare il territorio italiano dal dominio nazi-fascista, lasciano qui spazio a un’intera comunità la cui storia densa di sofferenza e rinascita è spesso ignorata dalla memoria nazionale. Le lacrime di questi superstiti non avranno irrigato, sciogliendolo, l’inchiostro dei volumi scolastici, ma non per questo le loro vicende meritano di essere abbandonate nel buio dell’oblio. E proprio con la fervida volontà della figlia di uno degli uomini caduti sotto fuoco nazista durante l’eccidio di Conca della Campania che si apre Terra Bruciata!

Un’analisi onesta, commovente, ma mai retorica, scaturita dal dolore del singolo e poi estesa, per abbracciare, la sofferenza di tutti. Quella compiuta da Gianfrancesco è dunque un’analisi storica che dal dettaglio riesce con agilità a tracciare le linee di un quadro più universale, più umano. Senza speculare sul paradigma manicheo, il regista fa del proprio racconto una commistione di materiale documentaristico e ricostruzione filmica, unendo il reale (gli interventi degli storici, e dei superstiti) e lo pseudo-tale (le parti recitate) in un unico abbraccio dal sapore sacrifico in cui il falso autentifica il vero. Ritratto subliminale di un’Italia di memorie rimosse, l’opera imprime nello spazio mentale degli spettatori tracce storiche capaci di incidere in profondità il loro lato emozionale. Le interviste e i filmati di repertorio non solo confermano la veridicità delle performance attoriali portate sullo schermo, ma acutizzano quella commozione e senso di ingiustizia che ammantano l’intero racconto.

Se la strage di Conca della Campania – e con essa la cosiddetta “caccia agli schiavi”, razzia di cittadini maschili nati tra il 1910 e 1925 da inviare a Dachau – è così poco nota è perché gli stessi suoi abitanti temono di parlarne. Una volontà di tacere (come se tenendole nascoste le cose si possano veramente dimenticare), proveniente in primis dal paese, ma verso cui molti dei testimoni di quelle atrocità hanno deciso di ribellarsi. Oltre ad aprire il proprio cuore, Graziella di Gasparro e i suoi compaesani aprono quello che la stessa donna chiama “il baule della vergogna”; solo così, con la forza del ricordo, questi uomini a cui i nazisti non solo hanno sottratto beni e proprietà, ma anche famigliari e soprattutto serenità, potranno dare giustizia ai loro caduti. Il titolo prende spunto dall’ordine impartito durante la ritirata tedesca (“Ordine Nerone”) di distruggere tutti i centri cittadini e fare terra bruciata, deflagrando così quel piccolo barlume di umanità che gli edifici, nelle loro vesti di presenze simulacrali, stavano a rappresentare.

Ma analizzando più profondamente la vicenda, raggiungendone lo strato più debole e psicologicamente metaforico, si potrebbe affermare che la terra in cui i cittadini di Conca della Campania hanno vissuto in questi anni è anche bruciata – come bruciata era l’anima di chi, dall’8 settembre 1943, li ha costretti a immani sofferenze – perché poco irrigata dalla sete di conoscenza e umana empatia verso un evento drammatico ignorato dai più. Eppure questo eccidio riserva in sé un’importanza tanto nefasta, quanto fondamentale, nel corso della dominazione nazista in Italia; esso è il primo turning-point non solo a livello locale ma in pars pro toto nazionale, con cui è cambiata per sempre la percezione cittadina nei confronti dei soldati tedeschi: da presenza tollerata, da questo momento in poi essa si tramuta in egemonia violenta a cui è difficile, se non impossibile, ribellarsi.

Sebbene questa mescolanza tra drammatizzazione degli eventi e il loro racconto documentaristico raggiunga agilmente il suo obiettivo primario – ossia scuotere l’animo e la mente dello spettatore – qualcosa sembra indebolire l’opera in termini di resa filmica. L’alternanza tra ricordo e realtà ricostruita spezza la forza emotiva del racconto e disorienta l’attenzione spettatoriale, facendo del docu-fiction una tecnica più adatta agli schermi televisivi che a quelli cinematografici. Manca inoltre la spiegazione del motivo scatenante l’uccisione da parte dei soldati tedeschi delle 19 innocenti vittime trucidate in via Faeta quel maledetto primo novembre 1943. L’eccidio non è altro che l’ennesima, terribile, rappresaglia nazista compiuta per vendicare un soldato ucciso per mano di un ufficiale ribelle (tale Umberto Boaracchini, Ufficiale Italiano che militava nel 7° Reggimento dell’esercito americano). Ciononostante, a Terra Bruciata! si deve quanto mai il merito di aver non soltanto disvelato una pagina rimasta nascosta tra gli interstizi della storia italiana, ma di aver lanciato un commosso e silente appello affinché episodi di violenza gratuita e feroce bestialità come quelli qui perpetrati, vengano mostrati, compresi, assimilati e per questo mai più replicati.

“Terra Bruciata!”: organizza con Keaton.it una proiezione al cinema per le tue classi in occasione della Festa della Liberazione. Ricevi gli approfondimenti didattici e un video del regista Luca Gianfrancesco con le risposte agli studenti. Per informazioni: 0249543500.

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