Teoria gender, quali modelli educativi? Lettera

di redazione
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Varie organizzazioni hanno manifestato davanti al Miur contro la “Teoria gender” che, secondo i manifestanti, non è nata soltanto per contrastare omofobia e discriminazione, ma in nome della libertà, del progresso e della giustizia sociale, vuole pienamente validare una ideologia secondo la quale, il sesso naturale è irrilevante, è fondamentale la percezione soggettiva che ciascuno ha del proprio corpo e i bambini non necessariamente hanno bisogno di una mamma e di un papà naturale.

Si può dire che la “Teoria gender”, nata per combattere stereotipi, pregiudizi e riconoscere il valore dell’identità di genere, dal punto di vista psicopedagogico, soprattutto, quando affronta argomenti legati all’educazione all’affettività, alla sessualità, alla maternità surrogata e all’adozione del figlio biologico del partner da parte del genitore non biologico, necessita di ulteriori approfondimenti.

In pratica, la pretesa di dar luogo ad una rivoluzione culturale e l’ambizione di liberarsi da ogni antico retaggio, di mettere in discussione il grembo là dove siamo nati, affascinano l’uomo, lo incuriosiscono, ma rischiano di farlo smarrire nel riflesso del mero compiacimento egoistico.

La “Teoria gender”, pertanto, è materia complessa e va valutata nella sua globalità. In primo luogo va detto che gli aspetti normativi non possono in nessun modo ignorare o essere disgiunti da quelli psicopedagogici. A volte, ciò che è legalmente possibile può anche costituire un grave rischio. La vita dei bambini non è un gioco, è fondamentalmente un dono e per nessuna ragione può essere relegata, come oggi si sta cercando di fare, nell’ambito del mero diritto (direi desiderio) di paternità o maternità.

Al di là di pregiudizi e stereotipi, non è escluso che in contesti familiari di indistinta realtà sessuale, di rinuncia a ciò che abbiamo di più tipicamente umano (la dimensione unitiva e procreativa tra un uomo e una donna), possano venir meno quei contenuti simbolici, quelle regole mutuate dal proprio ambiente di vita, che costituiscono lo stimolo privilegiato per lo sviluppo, la crescita, la sicurezza e la creatività dei bambini.

La destrutturazione di una determinata identità sessuale, può offuscare quel vissuto pregresso, quell’orientamento innato verso alcuni giochi simbolici – fare la mamma, fare il papà – che costituiscono il veicolo fondamentale della conoscenza, lo strumento ideale per distinguere la natura umana nelle diverse funzioni e convenzioni sociali.

L’ Italia dal punto di vista normativo, supportata anche da una notevole cultura dell’infanzia, è sempre stata molto attenta alla tutela e al benessere dei minori e di tutti i cittadini (art. 3 della nostra Costituzione), non può ignorare che un figlio è la sintesi biopsichica di un padre e di una madre e che “un bravo padre, secondo i canoni della psicoanalisi, dovrebbe proteggere l’unione speciale tra madre e bambino, alternarsi con lei nelle cure primarie, tollerando poi di restarne estromesso…, dovrebbe introdurre nella coppia fusionale di mamma e figlio il seme delicato del distacco e della separazione durante le varie tappe della crescita… Dovrebbe ancora offrire al figlio modelli di identificazione” (S. Argentieri, Il padre materno).

Tutto ciò comporta la necessità, per il bambino, di rapportarsi con figure parentali, papà e mamma, che si dedicano a lui e che incarnano due realtà distinte – animus e anima – .

Si può dire che lo sviluppo fisico e psichico del bambino, dipende dal corretto equilibrio e dalla necessaria differenziazione dei compiti e dei ruoli dei genitori, i soli in grado di condurre i figli a stabilire una scala di valori, con i quali soppesare impulsi, volizioni, attività. Diversamente, c’è il rischio di rendere il fanciullo vulnerabile, di introdurlo in una percezione deteriorata della nozione stessa di amore.

Pertanto, educare in piena conformità a quei fondamenti universalmente validi significa, soprattutto, garantire la presenza amorevole di mamma e papà, significa aiutare il bambino a crescere nella differenza e complementarietà delle più significative figure parentali, proteggerlo da squilibri e oscillazioni sul piano biologico e fisiologico.

Se poi si vogliono pienamente validare giuridicamente e pedagogicamente nuovi stili di vita, nuove esigenze affettive, nuove frontiere etiche, siamo obbligati, per garantire gioia e felicità a tutte le persone, a tenere nel giusto conto la possibilità di vedere il mondo anche dalla parte dei bambini ed a considerare che, quasi sempre, gli assetti psichici dei genitori si trasmettono ai figli.

Mai come oggi ciascuno di noi è potenzialmente libero di agire. Padri e madri, biologici e adottivi, coppie e single, persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali… questa è la società nella quale viviamo, con strutture familiari sempre più variabili e atipiche che richiedono accoglienza e rispetto.

Tuttavia, in un tempo in cui la maternità e la paternità possono non essere più determinati dalla natura e dall’amore, ma dal diritto, in un tempo in cui il destino e il futuro dei bambini viene deciso dai giudici, la società e la scuola non possono non interrogarsi su quali modelli educativi adottare e proporre a garanzia di tutti i ragazzi: figli adottivi, naturali, biologici, di coppie omosessuali, eterosessuali ecc. La vita, il futuro e l’educazione di ogni bambino viene prima di ogni cosa, la maternità, la paternità sono come uno splendido dono, come un bene infinito che ci dà modo di riscoprire le meraviglie del nostro corpo, di capirne il linguaggio ed esaltarlo nella sua bellezza e nella sua dignità

Pertanto, quella della difesa dei diritti dei bambini, dei suoi equilibri affettivi, dei suoi bisogni formativi e dei suoi legami più intimi, non può essere intesa come una battaglia ideologica, ma antropologica. Stare dalla parte di ogni bambino, è alleanza di civiltà sociale, pedagogica e psicologica.

Fernando Mazzeo

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