Tempo pieno al Sud, un’occasione per far rientrare i docenti fuori sede: “Superare gli ostacoli anche culturali per migliorare l’offerta formativa” [INTERVISTA]

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Con il Pnrr si profilano alcune novità in merito al tempo pieno: c’è infatti un piano gestito dal Ministero dell’Istruzione che prevede la costruzione e riqualificazione delle mense e palestre, dagli Enti locali proprietari dei relativi edifici. Questo proprio per favorire l’estensione del tempo scuola nei territori dove risulta carente. Ma con tale azione potrebbero esserci ripercussioni positive per quanto concerne i docenti fuori sede che da anni non riescono ad avvicinarsi ai luoghi d’origine.

Il testo della missione istruzione e ricerca del Pnrr, specifica che non si tratta solo di allungare il tempo scuola, ma di ripensare l’intera offerta formativa di una scuola aperta al territorio, anche introducendo attività per il potenziamento delle competenze trasversali delle studentesse e degli studenti soprattutto del primo ciclo di istruzione.

In base ai dati ministeriali relativi alle iscrizioni dello scorso anno, ci si accorge che Lazio (64,1%), Piemonte (62,5%), ed Emilia Romagna (60,7%) sono le regioni con più richieste di tempo pieno.

Al contrario, la percentuale più bassa si registra in Sicilia (14,8%), Molise(15,3%), Puglia (21,4%). Si tratta di una tendenza, quella delle regioni del centro-sud che si registra già da anni e anche per l’anno scolastico 2021/2022, in queste regioni si sceglie maggiormente il modulo orario di 27 ore settimanali.

Ad Orizzonte Scuola interviene Doriana D’Elia, presidente del Coordinamento nazionale docenti immobilizzati, che proprio nei giorni scorsi hanno puntato l’attenzione su questo aspetto.

Con il tempo pieno, secondo il coordinamento, si andrebbe a realizzare non solo un ampliamento dell’offerta formativa per le scuole del Sud ma anche, proprio una concreta chance di poter far rientrare al Sud gli insegnanti che lavorano a centinaia e centinaia di chilometri.

 

Perchè il tempo pieno al Sud non decolla, secondo voi?

Il tempo pieno è un’azione educativa riconosciuta in maniera positiva nelle regioni del centro-nord ma ad oggi trova ancora ostacoli evidenti nelle regioni meridionali. Gli elementi ostativi a tale prassi sono attribuibili alla carenza di spazi dedicati alle mense scolastiche e al potere decisionale della struttura oraria attribuita unicamente all’autonomia delle singole istituzioni scolastiche che nel meridione d’Italia optano più per un ridimensionamento dell’offerta formativa, specie nella scuola primaria con una riduzione progressiva dalle 30 ore settimanali alle 27 ore, che per l’aumento. L’ostacolo per l’attuazione del tempo pieno nel meridione risulta, quindi, esser anche di tipo culturale sebbene noi, docenti immobilizzati, siamo certi che una struttura oraria didattica maggiore possa portare solo vantaggi alle comunità locali sia per l’arricchimento formativo che per il supporto alle famiglie e alle donne lavoratrici.

Pur rappresentando una grande occasione, c’è il timore che i i fondi del Pnrr non vengano utilizzati in modo efficace dagli enti locali.

Il timore che i fondi non vengano intercettati e investiti dalla giusta programmazione amministrativa è una paura consolidata dai resoconti statistici dei precedenti finanziamenti statali, molti dei quali risultano inutilizzati dalle amministrazioni locali o non investiti per l’allestimento delle mense scolastiche. Per questo motivo il Coordinamento Nazionale Docenti Immobilizzati ha sollecitato più volte il Governo e il Ministro dell’Istruzione affinché vi fosse un intervento specifico per la promozione del Tempo Pieno con fondi dedicati esclusivamente ad esso. È uscito finalmente il bando sul sito del Ministero dell’Istruzione che intende aumentare la disponibilità di mense scolastiche, anche per facilitare il tempo pieno, ed è rivolto esclusivamente ai comuni per le scuole del primo ciclo e alle province per i convitti. Le candidature vanno però presentate in tempi brevi, entro il 28 febbraio 2022. I membri dell’asociazione CNDI, ricordiamo per lo più donne, stanno sollecitando i propri comuni di residenza non solo affinché il bando non cada nell’indifferenza delle amministrazioni comunali ma anche per sensibilizzare l’opinione pubblica locale affinché parta dai territori decentrati una presa in carico della questione dei docenti immobilizzati la cui soluzione, ora, non è più attribuibile unicamente alle azioni parlamentari. Occorre una rete consapevole del problema dei docenti fuorisede che vada dalla Capitale alle Regioni, dalle Province ai Comuni fino, anche, ad arrivare al collegio dei docenti che troppo spesso attua, con estrema superficialità, un taglio delle ore dell’offerta formativa con motivazioni discutibili. In questo caso la risoluzione dei docenti fuorisede è nella consapevolezza del problema stesso.

E veniamo al punto: in che modo i docenti del Sud che lavorano al Nord potrebbero beneficiare di tale occasione per rientrare nei territori d’origine o quanto meno avvicinarsi?

Il tourn over non è sufficiente per effettuare una mobilità necessaria al rientro dei docenti fuorisede, cosiddetti “immobilizzati”, parte di esso è, inoltre, utilizzato per assorbire i colleghi soprannumerari. L’ampliamento dell’offerta formativa costituisce un punto di vantaggio per il recupero dell’organico del primo ciclo. Cattedre che andrebbero a disperdersi con l’aumento della denatalità che tende a non arrestarsi nei prossimi anni e,  di conseguenza, a favorire l’aumento dell’organico sia per i trasferimenti che per le assunzioni. Ne godrebbero anche le asegnazioni provvisorie, ricordiamo che il docente fuorisede non si sposta solo sull’asse Nord/Sud ma anche tra regioni meridionali o tra province della stessa regione. Questi nuovi assi di mobilità porterebbero ad uno spostamento sincrono durante le assegnazioni provvisorie interprovinciali con una maggiore probabilità d’accoglimento della domanda.

Docenti immobilizzati: vi aspettate modifiche importanti per voi dal prossimo contratto di mobilità?

Non credo che ci saranno modifiche sostanziali che possano migliorare la nostra situazione attuale. Crediamo che la ripartizione in fasi della mobilità danneggi la mobilità stessa perché viene meno il carattere meritocratico del punteggio di anzianità tra docenti che hanno acquisito lo stesso diritto alla mobilità territoriale e professionale. Inoltre l’introduzione dei vincoli per i neo-trasferiti risulta essere un altro canale di disparità e di vessazione verso il collega più anziano che a maggior punteggio ed in presenza di disponibilità organica non debba muoversi, insomma un macabro gioco dell’oca sulla pelle dei docenti. 

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