Telecamere in classe, sicuri sia positivo? Tre testimonianze di maestre finite nei guai

di Vittorio Lodolo D'Oria
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Quando si evocano le indagini con telecamere nelle scuole vengono alla mente solo le immagini della presunta violenza a carico dei minori, le indagini operate dagli agenti o l’eventuale arresto e null’altro.

Oggi ci occupiamo invece dei cosiddetti (biblici) tempi morti processuali nonché delle conseguenze che l’intera vicenda comporta nel vissuto di chi, a torto o a ragione, è inquisito.

Oggetto dell’articolo non sono pertanto i discutibili metodi d’indagine adottati dagli inquirenti, né le eventuali colpe o responsabilità degli indagati o i presunti danni arrecati agli alunni, ma le reazioni psicologiche di coloro che sono posti sotto accusa per aver esercitato (impropriamente?) la loro professione.

Toccheremo con mano lo stupore, l’amarezza, il senso di impotenza, la rassegnazione e l’ineluttabilità che attanaglia le donne cadute nelle maglie della sedicente giustizia. Alla fine torneremo inevitabilmente a porci la domanda se non sarebbe stato più pratico risolvere le questioni in seno alla scuola con il capo d’istituto e i suoi collaboratori, piuttosto che coinvolgere la “giustizia” che nulla sa, né ha mai saputo, della scuola.

Lettera di una maestra indagata a sei mesi dall’arresto

Gentile dottore, sto vivendo sulla pelle le conseguenze delle telecamere in classe che tutto evidenziano tranne che le cose positive.

Come per esempio di quanto amore mettevo nel mio lavoro, delle strategie che attuavo per mantenere l’attenzione dei miei piccoli allievi, di tutte quelle volte che ho dovuto consolare i bimbi per le preoccupazioni che vivevano in famiglia, di quando dicevo loro quanto li amavo e potrei continuare all’infinito.

Tutto ciò perché ero convinta che vivere nel rispetto dell’amore per il prossimo mai e poi mai ti attirasse tanto male e odio dagli altri e invece non è stato così. Mi scusi questo sfogo, ma questa assurda denuncia, l’essere stata fotografata in questura con tanto di registrazione delle impronte, l’essere stata trattata come una comune delinquente mi ha fatto così tanto male da togliermi il sonno la notte.

A me le “telecamere” hanno tolto tutto: il lavoro che facevo con passione, l’affetto dei bambini, il rispetto delle persone che incontravo nella comunità, ogni certezza.

Tuttavia continuo a pensare che non sono una violenta né, penso che, mai e poi mai, potrò diventare una persona cattiva e violenta perché, nonostante tutto, non riesco a provare odio per le persone che mi hanno provocato tanto dolore.

Sono pienamente d’accordo con tutto ciò che ha scritto nei suoi articoli. Solo le persone che non conoscono le conseguenze delle telecamere sono favorevoli alla loro installazione perché convinte di agire nel bene e poter provare la loro innocenza con la forza delle immagini.

Tuttavia, con le telecamere, anche il bene si trasforma per magia in male. Mi scuso per essere stata così pessimista e per avere scritto in modo disordinato e di getto, ma sono parole che mi venivano così dal cuore.

Riflessioni

La maestra che mi ha scritto – e di cui conosco bene il caso – è incappata nelle telecamere che hanno destabilizzato la sua vita con accuse infamanti e surreali grazie alla ben nota tecnica dei trailer, delle decontestualizzazioni nonché delle interpretazioni di non addetti ai lavori.

Ciò che qui più interessa è la semplicità disarmante con la quale questa donna afferma una verità inconfutabile: “Le telecamere in classe tutto evidenziano tranne che le cose positive”.

La maestra sembra voler mettere in guardia tutte le colleghe che sono favorevoli all’installazione delle telecamere. Un altro avvertimento sembra nascere dal fatto che le telecamere si sono altresì prestate per trasformare in verità surrettizie l’odio e l’inimicizia di chi ti sta intorno (colleghi invidiosi o rancorosi). Dunque la telecamera si trasforma paradossalmente da potenziale strumento di giustizia a  strumento di vendetta e ingiustizia proprio grazie al suo uso distorto e strumentale.

Le drammatiche conseguenze che hanno inizio con la cerimonia della foto segnaletica e dei rilievi delle impronte digitali, come per un malvivente qualsiasi, sono solo l’inizio di una via crucis il cui termine resta sconosciuto. Avendo visionato ogni singolo fotogramma dei trailer di questo caso, sui quali si fondano le accuse di maltrattamenti agli alunni, impallidisco non solo per il torto cui è sottoposta la maestra in oggetto, ma anche per i potenziali rischi cui è soggetta l’intera categoria delle maestre che sono totalmente ignare del pericolo che simili indagini comportano.

Lettera di una maestra

Gentile dottore, sono un’insegnante di scuola dell’infanzia comunale. Purtroppo nei giorni scorsi mi è stato notificato dalla polizia giudiziaria un avviso di procedimento penale. Nella scuola dove ho prestato servizio c’erano le telecamere per un’altra insegnante. Le lascio solo immaginare in che stato emotivo io mi trovi! Sono attualmente in attesa di chiamata per il prossimo anno scolastico in avvio…

Riflessioni

L’incipit di questa seconda lettera, giuntami di recente, serve a cogliere un’altra dinamica frequente che non viene sottolineata a dovere. Quando vengono installate di nascosto delle telecamere nelle scuole, nelle maglie della giustizia finiscono per cadere anche professioniste che non erano state oggetto di denuncia da parte di genitori, colleghi e utenza.

Nessuno, se ripreso per centinaia di ore, si può dire “innocente”, soprattutto se le ricostruzioni della sua attività sono effettuate da chi non sa nulla di scuola e deve giustificare le consistenti spese di denaro pubblico impiegate nell’inchiesta.

Occorre pertanto chiederci una volta per tutte se le telecamere siano davvero utili a stabilire la verità o risultino piuttosto dannose costruendo verità artificiali attraverso un uso distorto (trailer e decontestualizzazioni) e interpretazioni “fantasy” di non addetti ai lavori.

Ma forse il messaggio più eloquente mi arriva proprio mentre sto scrivendo questo articolo. Si tratta di una maestra che ha subito un processo e una sentenza di condanna per maltrattamenti in primo grado. Avendo visionato filmati (trailer) e atti processuali relativi al caso, posso asserire con buona cognizione di causa che siamo di fronte al solito equivoco.

La docente è stata tuttavia convocata dall’USR, verosimilmente per comunicare le azioni intraprese dopo la sentenza, e mi scrive: “Durante il processo ho avuto degli interlocutori (giudici, PM, Procuratore Generale…) che sono all’oscuro dei problemi della scuola, spero di trovare in Provveditorato interlocutori diversi”. L’affermazione è deprimente, seppur vera, ma il conseguente auspicio è totalmente condivisibile.

Troveranno tuttavia, dei semplici burocrati dell’USR, il coraggio di parlare liberamente alla “giustizia” avvertendola dei suoi errori di metodo e contenuti applicati alla scuola che non è un’organizzazione criminale qualsiasi? Nutro forti dubbi.

In attesa di sviluppi e in mezzo a questo stupefacente silenzio di istituzioni, politica e sindacati mi viene da domandarmi, ancora una volta: perché non restituire semplicemente ai dirigenti scolastici e ai loro collaboratori il compito di vegliare sull’incolumità degli alunni e sulla salute dei docenti?

www.facebook.com/vittoriolodolo

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