Telecamere in classe e presunti maltrattamenti: “Maestra ciao, ciao, ciao”

“Questa mattina, mi son svegliato, maestra ciao, maestra ciao, maestra ciao, ciao, ciao; questa mattina, mi son svegliato e ho trovato l’ispettor”. Questo il motivo che rimbomba oggi nelle aule.

 La scuola, in particolare quella Primaria e dell’Infanzia, è sotto attacco ed è chiamata a resistere alle aggressioni esterne: cerchiamo di vedere perché.

Siamo arrivati a metà 2019 e i casi di Presunti Maltrattamenti a Scuola sono, per il momento, 68, mentre in tutto il 2018 erano stati 47. Quindi, per fine anno, saranno più che raddoppiati. Un fenomeno in drammatica crescita che presenta mille dubbi ma anche una facile risoluzione. Cerchiamo allora di formulare una serie di domande che ci aiutino a comprendere come stanno le cose.

  1. Siamo gli unici in Europa ad affrontare il fenomeno dei presunti maltrattamenti (PMS). È mai possibile che scopriamo improvvisamente di avere (solo noi italiani) un numero esorbitante e pure crescente di maestre-streghe? E se fosse veramente così (ma non lo è), non potrebbe essere imputabile all’usura psicofisica della professione, nonché alle recenti riforme previdenziali “al buio”, che hanno cioè tralasciato di considerare malattie professionali e anzianità di servizio?
  2. Recentemente la cronaca si è occupata di ben altro tipo di maltrattamenti in una scuola coranica in Toscana, dove si usa comunemente il bastone come metodo correttivo. Trattasi di questione affatto diversa perché di matrice culturale (si possono vedere alcuni casi su youtube) ed eventualmente comparabile alle violenze subite dagli studenti e documentate da studi scientifici attuati in Cambogia e Uganda. Paesi in cui l’istruzione pubblica è almeno un paio di secoli indietro rispetto alla nostra.
  3. L’introduzione delle telecamere cancella di fatto il “diritto alla riservatezza” sul posto di lavoro che era stato tutelato dall’art.4 dello Statuto dei Lavoratori. La nessuna reazione dei sindacati lascia decisamente sconcertati, tanto più per gli effetti che sta producendo.
  4. Ancora più problematici sono i metodi d’indagine utilizzati nella scuola quando sono avviate inchieste per PMS. Le indagini vengono di fatto affidate – come sopra accennato – a inquirenti non-addetti-ai-lavori non preparati in materia di educazione, istruzione e pedagogia.
  5. Le indagini inoltre non prevedono tempi contingentati per videointercettazioni ma queste vengono protratte a oltranza, per svariate centinaia di ore, a discrezione del GIP. Va da sé che tanto maggiore è il numero di ore registrato, tanto maggiore è la possibilità d’incappare in maniere necessariamente spicce ovvero un gesto di stizza, di frustrazione e d’impazienza di una maestra alle prese con la solita trentina di bambini.
  6. Dalle interminabili ore di videoregistrazione, si selezionano, estrapolano e decontestualizzano esclusivamente videoclip considerate “negative” dagli inquirenti. Successivamente si procede al montaggio di un trailer a effetto che spesso giunge ai media prima che agli stessi indagati.
  7. I suddetti filmati vengono trascritti dagli inquirenti non-addetti-ai-lavori ricorrendo a interpretazione e drammatizzazione delle scene contestate. I suddetti inquirenti sono, per essere più espliciti, carabinieri, finanzieri, poliziotti municipali o dello Stato: sicuramente ottimi professionisti nel loro settore, ma che nulla conoscono della scuola, né di come si educano fino a 29 bimbi contemporaneamente. Bimbi in età prescolare tra loro diversi per educazione, razza, età e bisogni affettivi nonché psicologici.
  8. I filmati contestati (come anzidetto frutto di selezione “avversa” cioè recanti episodi esclusivamente negativi) rappresentano al massimo lo 0,1-0,2% delle videoregistrazioni totali. Ne discende che il 99,9% di tutta l’attività professionale monitorata per interi mesi è del tutto ineccepibile.
  9. Nessun giudice (PM, GIP…) guarda o guarderà mai per intero le centinaia di ore di audiovideointercettazioni, limitandosi a visionare i trailer predisposti dagli inquirenti non-addetti-ai-lavori e a leggere le loro trascrizioni drammatizzate.
  10. Quando le testate televisive od online non dispongono ancora delle immagini relative al caso in esame, spesso ricorrono a immagini di repertorio “crude” finalizzate a esasperare le reazioni sconcertate e inferocite dell’opinione pubblica.
  11. In nessuno dei numerosissimi casi di PMS che hanno destato tanto clamore, si è mai registrato un solo fatto di sangue o di vera violenza come invece purtroppo succede frequentemente tra le mura domestiche. A riprova di ciò si vedano i lunghissimi tempi d’indagine che durano mediamente tre mesi e non vengono quasi mai interrotti con arresti in flagranza di reato. In altre parole, la scuola resta in assoluto il posto più sicuro che ci sia per i bambini e la loro incolumità.
  12. Non si spiega affatto perché le Istituzioni, i Sindacati, le Associazioni di categoria restino silenti di fronte al fenomeno dei PMS. Perché il Ministero dell’Istruzione resta passivo di fronte a questa intrusione del Ministero di Grazia e Giustizia nella scuola? Per non parlare della sciagurata demagogia trasversale di tutto il Parlamento che propone l’installazione a tappeto delle telecamere senza arrivare a comprendere che il problema non sono le immagini, ma chi le interpreta e ricorre a metodi d’indagine discutibili.
  13. Si tratta incontestabilmente di indagini a carattere professionale (i reati ipotizzati agli art. cpp 571-572 sono lì a testimoniarlo). Alcuni magistrati sono arrivati giustamente a concludere che tali questioni non integrano la soglia del penalmente rilevante ma sono di pertinenza disciplinare e, dunque, di competenza del Dirigente Scolastico.
  14. La scuola può dunque risolvere da sola, a ragion veduta, il fenomeno dei PMS. Il dirigente scolastico può e deve intervenire tempestivamente in caso di pericolo per i bimbi – cosa impossibile all’A.G. per i suoi tempi biblici – ricorrendo ai numerosi mezzi a disposizione quali l’affiancamento al docente, la sospensione cautelare, l’accertamento medico e via discorrendo.
  15. Dopo tutto, non è forse un controsenso affidare a inquirenti non-addetti-ai-lavori un delicato procedimento penale in ambiente scolastico, quando una meno impegnativa indagine ispettiva è oggi evasa da titolati e referenziati ispettori tecnici ministeriali? Non è giunta l’ora che il MIUR si riappropri delle sue competenze restituendo dignità e tutela ai propri operatori?
  16. Per cogliere gli ultimi elementi significativi che ci fornisce la cronaca questa settimana, si vedano l’ingiusto arresto del maestro di Solofra, accusato ingiustamente di molestie sessuali (episodio addirittura inimmaginabile del quale qualcuno dovrà rispondere), e le 7 maestre indagate a Collesano (6 sospese dal servizio e 1 indagata a piede libero) su un totale di 9 insegnanti della piccola scuola. Ciò che colpisce in quest’ultima vicenda, oltre al più alto numero di docenti indagate finora mai registrato, è la reazione d’incredulità e non di rabbia o sdegno, del sindaco, dei paesani e dei genitori che hanno espresso stima per le docenti. Ci troviamo di fronte al solito “fuoco d’artificio” figlio d’impropri metodi d’indagine? Se così fosse, sarebbe l’ora di darci un taglio con un intervento deciso del MIUR che ancora fa il pesce in barile.

Ma allora a chi giova tutto quanto sta accadendo?

Forse ai bimbi? No di certo per la scarsa rapidità d’intervento nel caso di reale pericolo (ci vogliono mesi per le indagini) e per la perdita delle maestre qualora si trattasse di una bolla di sapone.

Alle Forze dell’Ordine? Forse inizialmente nella presunta difesa dei bimbi, ma alla lunga non convince la storia delle maestre-streghe come fenomeno esclusivamente italico, mentre succede ben altro tra le mura domestiche e nel Paese la criminalità resta il vero nemico pubblico da combattere.

Forse conviene alla giustizia italiana che si vede così intasare ulteriormente i tribunali per questioni disciplinari gestibili direttamente dal dirigente scolastico (come avviene propriamente in UK)?

Giovano forse all’erario le cospicue risorse spese per le costose indagini, in termini di uomini e mezzi, che potrebbero essere investite altrimenti e più efficacemente, tenuto anche conto che spetta al dirigente scolastico tutelare l’incolumità degli alunni?

O forse tutto trova una sua ragione nel soddisfare quel senso di giustizialismo di un’opinione pubblica forcaiola che ha recentemente goduto per la carcerazione del maestro di Solofra, e delle successive botte da costui ricevute in carcere per le presunte molestie sessuali? Poco importa se poi le molestie non esistevano ed erano frutto di fantasie morbose o proiezioni di chi la scuola non l’ha conosciuta se non come alunno. Bene ha fatto l’avvocato difensore del succitato docente a chiedere di ricusare gli inquirenti che sono caduti in un madornale errore. Tuttavia, tale richiesta dovrebbe essere estesa a tutti i procedimenti penali analoghi in corso nella scuola, perché la valutazione professionale degli insegnanti (cui per contratto sono richieste numerosissime competenze specifiche – vedi art. 27 CCNL) non può essere affidata a non-addetti ai lavori. Trattasi di questione meramente logica: se devo sostituire la valvola mitralica, mi rivolgo al cardiochirurgo e non all’idraulico che pure s’intende di valvole ma d’altro tipo.

A queste maestre e alle loro famiglie (la gogna mediatica non risparmia neppure loro), restano solo l’infamia, le ingenti spese processuali, l’assalto alla diligenza di genitori che, istruiti dai loro avvocati, richiedono risarcimenti faraonici pure per “violenza assistita” quando i loro figli non hanno subito violenze da parte delle insegnanti. Ma a pagare le conseguenze di tutta questa follia è anche l’intera categoria professionale delle maestre così come la scuola tutta nel suo insostituibile ruolo di seconda agenzia educativa.

Vittorio Lodolo D’Oria

www.facebook.com/vittoriolodolo

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