La tecnologia e la didattica: il parere di due insigni esperti, i professori Antinucci e Reale

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Giulia Boffa – Il Corriere della Sera ha pubblicato le interviste sulla didattica e la tecnologia a due professori, il professor Giovanni Reale, storico italiano della filosofia antica ,prof. all’univ. Cattolica di Milano,  e al professore Francesco Antinucci, direttore della sezione Processi Cognitivi e Nuove Tecnologie dell’Istituto di Psicologia del CNR: la sua attività di ricerca è focalizzata sui processi di elaborazione, comunicazione e apprendimento delle conoscenze, in relazione all’uso delle nuove tecnologie interattive basate su calcolatore.

Giulia Boffa – Il Corriere della Sera ha pubblicato le interviste sulla didattica e la tecnologia a due professori, il professor Giovanni Reale, storico italiano della filosofia antica ,prof. all’univ. Cattolica di Milano,  e al professore Francesco Antinucci, direttore della sezione Processi Cognitivi e Nuove Tecnologie dell’Istituto di Psicologia del CNR: la sua attività di ricerca è focalizzata sui processi di elaborazione, comunicazione e apprendimento delle conoscenze, in relazione all’uso delle nuove tecnologie interattive basate su calcolatore. In quest’ambito, ha progettato e diretto la realizzazione di sistemi ipermediali e di realtà virtuale.

Abbiamo voluto mettere a confronto le due opinioni, che solo all’apparenza sono discordanti: è utile la tecnologia nell’apprendimento e come va usata?
 
Al professore Antinucci hanno chiesto come la tecnologia può cambiare il metodo di apprendimento dei ragazzi.
 
"Ci sono due modi di apprendere. Il primo è per esperienza e con esso la conoscenza si costruisce cercando, sperimentando, tentando: è il modo che preferiamo, quello che si è evoluto con noi più lungamente. Poi c’è quello scolastico: consiste non nel costruire la propria conoscenza ma nell’assorbire la conoscenza già preparata da altri con un lungo e faticoso processo di assimilazione, attraverso la tipica lettura del manuale. Richiede attenzione, sforzo e non ci piace affatto. Il primo è quello che viene naturalmente favorito dalle nuove tecnologie, mentre il secondo domina nella scuola.
 
I ragazzi oggi rifiutano la scuola tradizionale perché la giudicano irrilevante. Sono obbligati a seguire vecchi percorsi, ma non li sentono loro. Li considerano come qualcosa di estraneo a quanto sperimentano ogni giorno, e cioè che si apprende facendo e sperimentando non stando seduti a leggere. E dico questo ricordando che la pratica, su cui erano fondate le nostre antiche scuole, era interamente basata sul modo di apprendere per esperienza: si imparava andando a bottega e facendo, partecipando ad attività vere, che producevano risultati veri; magari sbagliando e chiedendo aiuto occasionalmente ad altri di maggiore esperienza, non ricevendo l’intera conoscenza da un manuale che poi attendeva, spesso vanamente, di essere messo in pratica".
 
Per il professor Antinucci le nuove tecnologie  muteranno il modo di imparare, anche se ora nelle scuole siamo ancora agli inizi:"E’ qualcosa che avverrà inesorabilmente. O la scuola se ne rende conto o diventerà inutile oltre che sorpassata. La forza di attrazione del modo di apprendere per esperienza, supportata dalla piena potenza delle tecnologie interattive, non lascia dubbi in proposito".
 
 
Al professor reale è invece stato chiesto se occorre salvare la scuola  dalle nuove tecnologie, come ha scritto in "Salvare la scuola nell’era digitale", suo nuovo libro appena uscito per la casa editrice La Scuola di Brescia. La risposta è affermativa, ma non del tutto.
 
"Perché rischiano di distruggere l’antico rapporto tra allievo e maestro e sostituirsi ad esso. – ha risposto il professore – Il digitale può annullare la cultura della scrittura e i vantaggi che ha dato in due millenni e mezzo. Qualche informatico ha già detto che i docenti dovranno trasformarsi in tecnici multimediali. Ma la scuola ha un valore etico che aiuta a diventare uomini: è questa la sua caratteristica, superiore ai contenuti e alle nozioni" Poi continua:" No, desidero che venga introdotta l’informatizzazione nelle scuole. Tuttavia questi mezzi non devono essere il fine dell’istruzione, ma dei supporti. Non vanno imposti come scopi. La scuola dovrà inoltre aiutare il giovane a non diventare vittima dell’informatica, come già sta accadendo".
 
va inoltre salvata la capacità di lettura:""Ci sono soggetti vinti dalle tecnologie: per loro tutto si è rimpicciolito e oggi i grandi sacerdoti dei nuovi mezzi di lettura confessano che non saprebbero più leggere un romanzo di Dostoevskij o un’opera come Guerra e pace di Tolstoj. La lettura informatica mi sembra, inoltre, che limiti la capacità di concentrazione e di astrazione".
 
Sulla domanda se la Rete ha ampliato le possibilità di ricerca, il professore ha risposto che ha rafforzato la tecnica del copia e incolla:"Sì, è vero, ma allo stesso tempo ha tolto le capacità di assimilare l’oggetto della ricerca e di capirlo a fondo. Di solito, si confonde la ricerca con l’abilità del taglia e incolla. In un concorso a premi sull’Europa, ho potuto constatare che tre testi erano sostanzialmente identici. Rimproverati, i ragazzi hanno contestato il rimprovero: erano convinti di aver fatto un lavoro originale copiando le medesime fonti. Ci sono tesi ormai riprese completamente da Internet. Negli Usa si comincia a punire questo plagio.
Come molte altre cose esso reca vantaggi ma, allo stesso tempo, svantaggi uguali e contrari; se non superiori. La scuola deve aiutare a usare gli strumenti e a non diventare vittima di essi. Vorrei chiudere questo dialogo con una frase di Clifford Stoll, uno dei fondatori di Internet: "L’insegnamento non può ridursi a insegnare ai giovani a picchiettare su una tastiera otto ore al giorno"."

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