Tecnologia all’avanguardia con i fondi europei, ribaltare il tradizionale modello di scuola. Un esempio [INTERVISTA]

di Vincenzo Brancatisano

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A Trapani, in Sicilia, il tradizionale modello di scuola cede il passo all’innovazione. E’ stato inaugurato nei giorni scorsi il Digital Lab, scuola 4.0. un laboratorio professionalizzante in chiave digitale dell’Indirizzo Grafica e Comunicazione presso l’Istituto Tecnico Tecnologico “G.B. Amico”, in città.

La scuola fa parte dell’Istituzione scolastica IIS “S.Calvino-G.B. Amico” di cui fanno parte due tecnici, uno tecnologico e uno economico, e un professionale. Ha un bacino d’utenza che abbraccia molti comuni della provincia di Trapani e conta circa settecento alunni e un centinaio di docenti.

Il laboratorio, inaugurato nei giorni scorsi, è stato realizzato grazie ai fondi europei messi a Bando dal MIUR con l’Avviso n. 37944 del 12/12/2017 – Sotto-azione 10.8.1.B2. E’ uno spazio altamente professionalizzante – spiegano a scuola – e in grado “di rispondere efficacemente a esigenze formative specialistiche nel settore della Grafica e della Comunicazione, in modo da garantire agli studenti l’accesso a livelli alti di competenze richieste dall’Impresa 4.0”. Lo spazio, formato da diversi ambienti supportati da tecnologie all’avanguardia, offrirà agli studenti l’opportunità di sperimentare attività pratiche relative alle aree funzionali presenti nelle imprese. Nel complesso, è un ambiente polivalente di integrazione tra le diverse discipline d’indirizzo e tra quelle di Indirizzo e quelle trasversali. Gli spazi laboratoriali comprendono, ad esempio, un’aula briefing che, pensata come la saletta riunioni di un’azienda, si presta alla realizzazione di metodologie didattiche altamente innovative e attive (cooperative learning, peer to peer, flipped classroom, learning by doin and creating, project work). Uno studio video/fotografico e un centro stampa, con dotazioni tecnologiche di ultima generazione e con aree di lavoro in team annesse, consentono a docenti e alunni di mettere in pratica attività di primaria importanza.

Si tratta di un ambiente di apprendimento che punta a rivoluzionare il tradizionale modello di scuola, attraverso una riorganizzazione degli spazi e del processo didattico-metodologico: “Questo laboratoro – precisa la dirigente scolastica dell’Istituto trapanese, Margherita Ciotta – fa parte di un progetto di innovazione che in questi ultimi anni stiamo portando avanti in questo istituto. E’ un progetto finanziato Pon che dà la possibilità ai nostri studenti non solo di fruire di spazi bellissimi, ma anche attrezzati con tecnologie all’avanguardia. Questo impone lo scardinamento della lezione tradizionale che dovrà rapportarsi con l’innovazione metodologica e didattica, che sarà quella del cooperative learning del peer to peer. Lo vediamo già dall’impostazione dei tavoli che è completamente diversa da quella tradizionale. Questa tecnologia può dare ai nostri studenti la possibilità di fare un’esperienza fortemente professionalizzante, come se si trovassero già all’interno di un’azienda dove si lavora per realizzare prodotti come fotografie o anche altri progetti grafici”.

Caterina Mangiaracina, insegnante di lettere presso l’Istituto “Amico”, è anche responsabile Dipartimento grafica e comunicazione. Si deve praticamente alla sua passione e alla sua profonda competenza nel settore, il successo dell’iniziativa, che è stata apprezzata dagli alunni, dalle famiglie e dai cittadini che hanno presenziato nei giorni scorsi alla sua inaugurazione.

Professoressa Caterina Mangiaracina, come nasce questo progetto?

“Tutto nasce dal Pon del 2017 avviso Pon FESR laboratori innovativi professionalizzanti. C’era questo bando e decidiamo di partecipare per realizzare un laboratorio professionalizzante di grafica e comunicazione. Passano i mesi e viene approvata la mia candidatura come progettista. Io faccio già dei corsi a docenti sulle tecnologie applicate alla didattica e sulla didattica innovativa. La mia idea era di rivoluzionare fisicamente l’impostazione con cattedra e banchi e sedie. Il laboratorio invece di una stanza sola diventa un laboratorio diviso in più parti. Per esempio il breafing ci fa pensare a un’azienda, c’è un touch screen con poltroncine che possono girarsi e far lavorare i ragazzi in cooperative learnig, quindi in quest’aula si lanciano dei progetti e delle idee progettuali che gli studenti possono segnare con degli schizzi su un foglio, per fare ad esempio una campagna di comunicazione. Quindi in una stanza c’è un brainstorming, mentre nella stanza attigua dotata di altri arredi altri studenti sono organizzati in coworking e usando gli strumenti che consentono di connettersi alla rete cominciano a digitalizzare le idee che sono venute fuori nell’altra stanza.

Ma non è finita, si vede che il laboratorio è attrezzatissimo

“Abbiamo un centro stampa con attrezzature importanti, per esempio una minitipografia che ci consente di portare alla stampa ciò che abbiamo ideato e digitalizzato. Se dobbiamo fare qualcosa con dei video possiamo usare le tavolette grafiche per produrre cartoni animati. Poi c’è uno studio fotografico che ci consente di fare fotografie e televisione sul web, produrre e postprodurre con dei software adeguati servizi e documentari. Quel che è interessante è che questi ambienti sono comunicanti tra loro, alcuni dal punto di vista tecnologico perché sono collegati via rete, altri sono comunicanti fisicamente e ciò ci consente di realizzare la peer education perché negli ambienti attigui si possono sistemare due classi di ragazzi di età diversa, per esempio una seconda e una quarta, in modo che i ragazzi più grandi possano fare da tutor a ragazzi più piccoli. Questo consente di abbattere le distanze fisiche tra le classi perché in questo ambiente entrano alunni di età e competenze diverse, e pure i docenti. Se io devo preparare una mostra fotografica, i più grandi guidano i più piccoli. Nello stesso tempo, in campo grafico e fotografico, i ragazzi più piccoli possono mettere al servizio del progetto la propria sensibilità diversa proprio perché più piccoli”.

Si sentiva il bisogno di tutto questo in una scuola?

“Sì, certo. Serve avere più scuola di questo tipo, di scuola che vogliamo. Alcuni estranei che sono venuti all’inaugurazioni hanno sottolineato che la cosa che li ha colpiti di più è stato il sorriso dei ragazzi, il fatto che stiano a scuola sorridendo. I nostri alunni erano già stati protagonisti di una mostra fotografica sul centro storico di Trapani. I ragazzi sono contenti, li buttiamo sul fare. Mettiamo nelle mano di ragazzi di prima delle Reflex costosissime e li guidiamo verso qualcosa di significativo. La nostra scuola è inclusiva perché consente di esprimersi con linguaggi altri, per cui un alunno con Dsa riesce a esprimersi con uno scatto fotografico e così non solo tiri fuori i talenti, ma i ragazzi diventano consapevoli di avere talenti di cui spesso non hanno contezza”.

Da quanto tempo va avanti questa impostazione?

“Sulle competenze lavoriamo da tanto tempo. Questo spazio rafforza ciò che facciamo da tempo, ci riuscivamo con più fatica. Ora è tutto lì per essere sfruttato”.

Vogliamo spiegare ancora una volta che cosa significa lavorare per competenze?

“Si gioca spesso su un pregiudizio. Si pensa che si trascurino le conoscenze”.

E non è così?

“No, non è così. E’ una questione di percorsi. Se faccio prevalere le conoscenze spiego, poi assegno le pagine, poi loro studiano e ripetono…”

ciò che si vuole che dicano.

“Esatto! Se invece io li faccio lavorare per competenze, se parto da un contesto reale, magari vicino al loro mondo, li incuriosisco. Poi realizziamo un prodotto che richiama le conoscenze, altrimenti se non si danno alcune conoscenze non escono le competenze. In seguito riflettiamo magari su quel che abbiamo fatto, quale percorso e quali competenze abbiamo messo in atto e quali conoscenze ci sono dietro. Ragioniamo insieme su questo. E poiché le conoscenze non gliele ho date io, vomitando loro addosso il mio sapere, gli alunni arrivano alle conoscenza attraverso percorsi personalissimi, e siccome questi ultimi sono loro personali, non li scordano più perché sono pieni di consapevolezza. Non imparano a memoria un capitolo di storia che poi dimenticano”.

Scusi, ma finora come abbiamo fatto a imparare quello che abbiamo imparato, pur senza queste novità?

“Ma noi non avevamo internet. Le competenze sono cambiate, le professioni sono cambiate. Spesso occorre saper leggere i dati che arrivano da una piattaforma. Il medico non deve saper fare la puntura, ci aspettiamo che conosca la terapia più efficace per curare la malattia. Siamo partiti dal baratto e siamo arrivati ai bitcoin. Non possiamo insegnare le cose che insegnavamo vent’anni orsono”.

E loro sono potenzialmente più competenti di un tempo

“Già. Ma spesso pretendiamo da loro ciò che noi non siamo in grado di fare. Guardi, quando abbiamo montato le Lim nelle nostre classi, i docenti erano quasi spaventati. I ragazzi spiegavano loro con calma come si accendeva, lo spiegavano davvero con pazienza. Ma noi la pazienza l’abbiamo con loro? No, non l’abbiamo. Ma loro hanno dato una lezione di pazienza. Vogliamo parlare di cellulari? Attraverso il cellulare l’alunno può scegliere se conoscere il mondo o perdere tempo. Ma la responsabilità se perdono tempo è della scuola. Si spalanca una finestra sul mondo con il cellulare. E la scuola ha la responsabilità di spingere a un uso corretto ed efficace di quell’oggetto, altrimenti la tecnologia ci distruggerà”.

Anche questo è un obiettivo?

“E’ chiaro, il nostro indirizzo è la tecnologia. E’ dunque per noi la tecnologia è fondamentale, però io da umanista ho fatto sempre usare la tecnologia nelle mie materie perché noi dobbiamo spingere a usare la tecnologia con intelligenza, a governarla in modo competente e consapevole altrimenti la tecnologia governerà loro”.

Faccia un esempio concreto

“In passato facevo leggere cinque romanzi integrali e allora per renderli ancora più intriganti mi sono inventata la rubrica Sfoglialibri. Funzionava così: sceglievamo un libro a seconda dei ragazzi – anche Bauman – Ci davamo un tempo, ad esempio due mesi, per leggerlo. Fissavamo poi un appuntamento per la tavola rotonda in cui ognuno diceva la propria sul volume. C’era qualcuno che riprendeva le immagini, poi facevamo il montaggio e facevamo la rubrica sul libro. Quel libro diventava il nostro libro. I ragazzi si confrontavano con me e tra loro. Lei pensa che Camilleri lo avrebbero dimenticato dopo averlo studiato così? E ancora: Il ritratto di Dorian Gray, La fattoria degli animali, Le città invisibili, Il Codice Da Vinci, D’annunzio, e altri autori. Era una lettura resa consapevole dal fatto che l’approccio era diretto e non mediato dal manuale di letteratura. Ovviamente le tecnologie servivano perché usavamo un prodotto multimediale sull’idea che il prodotto potesse servire ad altri. Lo studio non era fine a se stesso, non serviva per mirare a prendere otto nella verifica ma per creare conoscenza nuova, verso i compagni di altre classi. E parliamo di un istituto tecnico. Altro che conoscenze”.

I ragazzi sono soddisfatti?

“I ragazzi sono felicissimi. Lo hanno detto gli estranei. Grazie a questa mia attività innovativa noi siamo una scuola innovativa e quindi è diventata sede del visiting per i neoassunti e in questa cosa ho coinvolto i miei ragazzi”.

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