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Tastiera e tablet in età precoce? “Aumentano i disturbi dell’apprendimento”. “Passiamo da un apprendimento ‘ruminante’ ad uno ‘maieutico’. La DAD ha fallito”. INTERVISTA a Daniele Novara

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Fare scuola nella modernità con il metodo maieutico è possibile? Ne abbiamo parlato con il Professor Daniele Novara, pedagogista, autore, fondatore e direttore del CPP, Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti.

Professor Novara, circa due anni fa avevamo realizzato un’intervista sulla sua proposta educativa basata sul metodo maieutico alla quale era seguito un vostro convegno in estate. Questi due anni post pandemia sono stati lunghi e carichi di incertezze e novità. Ci fa un resoconto sullo sviluppo della sua proposta e in particolare la scuola è stata in grado di recepirla?

È una domandona, possiamo dire che nel frattempo di positivo riscontriamo che la DAD è stata definitivamente seppellita. Un esperimento fallito che qualcuno pensava di farne un vessillo della nuova scuola digitale, però la realtà è stata molto più penosa di quelli che erano i desiderata dietro cui stavano tante necessità di marketing e di mercato. Ancora adesso non è chiaro dove vengano pagati gli abbonamenti alle piattaforme, che sono aspetti incresciosi di questa faccenda. Ritengo che aver seppellito la DAD sia assolutamente un lascito involontario ma notevole del Covid, perché tutto il discorso della scuola digitale si è sgonfiato, si è ridimensionato, nonostante fosse l’unica area di investimento economico sulla scuola negli ultimi dieci anni.

Allo stesso tempo però non è cresciuta la consapevolezza che il problema di una scuola di qualità è la formazione pedagogica degli insegnanti, anzi valuto con molte riserve l’investimento degli ultimi 2/3 anni del Governo volto a riempire le scuole di psicoterapeuti. La mia idea su questo punto l’ho espressa già all’epoca della pubblicazione del mio libro “Non è colpa dei bambini”, quando nel 2017 per la prima volta denunciai l’eccesso di neuro-certificazioni nelle scuole, con la sparizione del bambino difficile che era diventato un bambino con i disturbi. Ma è ovvio che se riempiamo le scuole di psicoterapeuti continuiamo in questo orribile capitolo della medicalizzazione della scuola.

È logico che anche gli psicologi possono fare la loro parte nella scuola, ci mancherebbe, ma non possiamo mettere il carro davanti i buoi, scusate l’utilizzo di un proverbio obsoleto, ma ogni tanto ci vuole. Con mettere il carro davanti ai buoi voglio intendere che a scuola non c’è la pedagogia, non ci sono i pedagogisti, sterminati da vent’anni. Continuiamo ad essere l’unico paese europeo senza un profilo pedagogico nelle scuole, senza dare agli insegnanti una formazione pedagogica per cui se un insegnante conosce bene una materia sembra essere sufficiente, ma così ci facciamo del male, la scuola non potrà funzionare perché a scuola devi innanzitutto saper gestire una classe, un gruppo di persone, devi saper organizzare dei processi di apprendimento relativamente a delle aree di lavoro, devi far lavorare gli alunni e non parlare solamente.

Se non si ha competenza su tutto questo perché ti manca il metodo non ci sarà nessun psicoterapeuta che ti potrà aiutare, ma sarebbe utile che ogni scuola avesse una figura di consulenza pedagogica oltre ad una assunzione su base pedagogica e non semplicemente sulla base della conoscenza della materia. In tutta Europa le materie si stanno ridimensionando, perché ci si rende conto che tutta la conoscenza è interconnessa, non esiste una conoscenza settorializzata, l’abbiamo visto anche all’epoca del Covid dove era tutto interconnesso, bisognava conoscere tante componenti del pensiero per riuscire a mettere insieme una strategia adeguata, non c’era nulla di automatico che riguardasse solo una materia.

La crisi dei virologi è stata anche questa, perché loro si occupavano solo di un settore, un segmento piccolo, dimenticando tutto il resto. Dopo questi tre anni ci ritroviamo con ragazzi fragili che sono in crisi, ma che avremmo potuto prevedere se non ci fossimo lasciati irretire dal puro e semplice discorso del virologo di turno. Per due anni ho continuato a chiedere l’eliminazione delle restrizioni scolastiche consapevole dei danni che avrebbero creato, molto seri, come ad esempio l’eccesso dell’uso di mascherine a scuola dopo il primo lockdown che è stato assolutamente deleterio. L’Italia sulla scuola è risultato il paese con più restrizioni. Concludendo posso affermare che sono contento a metà.

Un punto cruciale del suo metodo è la situazione-stimolo, ci aiuta a comprendere meglio di cosa si tratta?

Innanzitutto dobbiamo capire la storia della scuola italiana, sostanzialmente legata al modello filosofico-idealistico e anche religioso. Nel complesso le scuole sono sempre state legate alle congregazioni religiose che si occupavano di scuola. Abbiamo quindi un modello molto legato a quello omiletico, letteralmente l’omelia, che faceva pendant con il modello della lectio medievale, ossia quando Gutenberg non era neanche nato, nelle università non esistevano i libri ed esisteva il lettore.

Per giunta nel 1923 Giovanni Gentile elabora una riforma, che più che una riforma rappresenta la conservazione di un sistema sostanzialmente religioso-omiletico, per cui crea una scuola piramidale, a favore delle classi superiori, mettendo all’apice i licei, in particolare quello classico, dove la parola, la spiegazione, la magistralità dell’insegnante diventa sostanziale, diventa centrale. Una scuola basata sull’ascolto di questa magistralità che garantiva alle classi superiori di mantenere il proprio predominio, in altre parole nella scuola gentiliana va avanti chi ha alle spalle una famiglia carica di libri e di cultura.

Questo modello poi viene abbattuto dalla famosa lettera ad una professoressa di don Lorenzo Milani nel 1967, ma la scuola non procede necessariamente verso questa direzione se non la scuola dell’infanzia che nasce dopo la “Lettera ad una professoressa”, così come anche i nidi. Gli altri ordini di scuola sono comunque ancora soggiogati all’idea gentiliana della trasmissione di contenuti, della priorità della conoscenza pura, della capacità di ripetere questa conoscenza da parte degli alunni.

Quindi c’è un corpus nel modello gentiliano che l’alunno deve ricevere, assimilare e restituire, ruminare si diceva una volta, mediante prove come l’interrogazione o i compiti in classe che non hanno una valenza pedagogica ma che restano come pratiche inerziali di un modello di scuola assolutamente desueto, superato, ma che mantiene le sue radici nella trasmissione inconscia di generazione in generazione degli insegnanti.

In altre parole, mancando una vera formazione pedagogica innovativa, ognuno dei nuovi insegnanti si comporta come quello che l’ha preceduto e ripete all’infinito un modello arcaico, quello della pura e semplice trasmissione frontale. Fatta salva la scuola dell’infanzia, che nasce già in un altro modo e per la quale abbiamo ottime prospettive, anche la scuola primaria si è mossa. Se oggi entriamo in una scuola primaria italiana vedremo che la frontalità, almeno spaziale, con i banchi collocati come in una caserma è molto ridotta, incominciano ad esserci le disposizioni ad isola o a semicerchio.

Ultimamente sono stato in una scuola nella provincia di Salerno e ho potuto vedere i bambini di una classe quinta primaria distribuiti a ferro di cavallo per poi svolgere insieme delle attività. Si nota che qualcosa si sta muovendo, ma se parliamo della scuola secondaria la situazione non è delle migliori, si trova in uno stato che potremmo definire archeologico. Qualche giorno fa alcuni genitori mi hanno raccontato che il loro figlio frequenta una scuola agraria in aperta campagna e in tutto l’anno scolastico sono sempre stati confinati all’interno dell’aula senza mai fare una visita alle tante aziende zootecniche che sono lì nel territorio, è una cosa che non riesco a spiegarmi.

Fa bene il Governo a promuovere la valorizzazione delle tante bellezze del nostro paese, è giusto visto che abbiamo un terzo del patrimonio culturale e artistico del mondo, ma è pensabile che in un contesto del genere materie come storia dell’arte vengano insegnate semplicemente sui libri di testo? Abbiamo un patrimonio artistico diffuso, ad esempio i nostri uffici si trovano in un palazzo storico del ‘500 ed hanno un soffitto in legno a cassettoni, quando le persone vengono dai noi spesso mi capita di spiegare che non è un’opera realizzata di recente da un architetto, ma è autentico, ha cinque secoli.

Questo per dire di come è diffusa l’arte nel nostro paese e pensare che non è neanche tutelato dai beni culturali anche perché il centro storico di Piacenza è tutto così. Come italiani viviamo nella bellezza artistica, che senso ha studiare il rosone sui libri quando lo si può tranquillamente andare a vedere dal vivo. La situazione-stimolo è proprio questo, partire da occasioni che ti sorprendono e che creano domande, come ad esempio una visita, una testimonianza o la visione di un video. Ad esempio l’arrivo della sonda su Marte quali domande può far nascere rispetto alla nostra voglia di andare su questo pianeta, analizzare i pro e i contro.

Per i più piccoli, soprattutto ora che siamo in primavera, sarebbe stimolante fare esperienze all’aperto, all’interno di orti dove si entra in contatto con la terra, i semi le piante e quant’altro al fine di sperimentare delle scoperte. Quindi non solo lavoretti, la Montessori fu massacrata dall’accademismo pedagogico italiano perché “faceva fare i lavoretti”, poi le neuroscienze hanno dimostrato che ad avere ragione era la Montessori sbugiardando il nostro accademismo perverso che, insieme al fascismo, l’hanno fatto fuggire tant’è che è sepolta in Olanda.

Il recente dibattito sulle applicazioni di intelligenza artificiale sta mettendo in forte discussione il modello gentiliano dove la mattina l’insegnante spiega in classe e il pomeriggio si fanno i compiti a casa, compiti tranquillamente eseguibili da questi applicativi di IA. Il metodo maieutico può essere una delle alternative? Con quali prospettive?

Assolutamente sì, la vera scuola è basata sul metodo maieutico o comunque su una metodologia attiva, che nasce dall’imprevedibilità. Ogni volta che lavoriamo sulla prevedibilità, cioè sulla ripetizione di contenuti, è chiaro che diamo la stura all’intelligenza artificiale di riempire tutto questo, lo fa sicuramente meglio. Anche una lezione frontale sarà svolta meglio da un’intelligenza artificiale rispetto ad un insegnante che qualche volta può cadere in contraddizione. Quindi dobbiamo tornare ad un modello di scuola come luogo di esperienza, di ricerca, dove si affrontano problemi.

Luogo dove la dimensione di interazione umana tra gli alunni è centrale, perché è questo che ci salva dalla scuola trasmissiva che verrà spazzata via dall’intelligenza artificiale. Così come abbiamo capito che la DAD non è la soluzione, perché passare dalle lezioni alle videolezioni è semplicemente una noia terrificante, ecco che anche nel caso dell’intelligenza artificiale questa ci mostra che la scuola delle risposte esatte non è una vera scuola, non lascia nulla. Come direbbe Howard Gardner, si impara quando si è in grado di applicare la conoscenza, non con la semplice ripetizione.

La scuola delle domande illegittime, ovvero le domande che l’insegnante fa sapendo già la risposta, non ha senso. Cosa impara in questo modo un alunno? L’apprendimento ti dà una capacità di leggere la realtà. Tornando alla metafora sulla storia dell’arte, entrando in una città artistica devi avere la capacità di leggere, di capire lo spazio architettonico artistico ed estetico di quella città.

Ad esempio se si visita Verona, che è attraversata dal fiume Adige, sarà importante capire come questo fiume abbia caratterizzato un genius loci e quindi analizzare elementi di antropologia, di storia, di arte e di letteratura unendo il tutto all’interno di domande. Lavorare con il metodo maieutico sulle domande, ovvero le domande generative, piuttosto che con le risposte esatte, permette di liberare la scuola dall’incombenza dalle videolezioni e dall’incombenza dell’intelligenza artificiale.

Sulla questione dei compiti già qualche anno fa il Ministero aveva parlato chiaro dicendo che bisognava dare compiti di realtà, che vuol dire chiedere agli alunni di fare qualcosa che non sia ripetitivo come ad esempio leggere il giornale per vedere quali sono le notizie di cronaca inerenti l’inquinamento. Su questi compiti di realtà l’insegnante non ha delle risposte già confezionate, mentre i compiti tradizionali sono spesso soltanto degli esercizi ripetitivi.

Peraltro il Ministero non ha mai specificato se i compiti fanno parte dell’armamentario scolastico o sono lasciati alla discrezione dell’insegnante, le uniche circolari richiamano le scuole a non dare compiti eccessivi durante i weekend e via dicendo. I compiti rientrano tra le pratiche inerziali della scuola così come l’uso della campanella, le interrogazioni eccetera. Sono pratiche che arrivano dal passato ma che non aiutano a motivare i nostri studenti che hanno una motivazione bassissima così come i risultati. I NEET aumentano e i laureati diminuiscono, è una situazione imbarazzante e non possiamo continuare ad avere una scuola così incassata nel passato piuttosto che orientata al futuro.

Un’ultima domanda. La tecnologia è una risorsa che deve essere utilizzata nei giusti modi, lei lo sostiene da tempo. Una ricerca francese svolta qualche anno fa da Tisseron suggeriva l’introduzione dei dispositivi digitali dopo i 3 anni. Quanto è importante per i bambini così piccoli imparare a conoscere con il corpo, a cominciare dalla mano, per la costruzione delle mappe cognitive ed emotive e quindi iniziare a costruire la propria identità?

Partiamo dal fatto che la tecnologia a scuola c’è sempre stata, la lavagna di ardesia in fondo è tecnologia. Io sono stato un bambino degli anni ’60 e ricordo il passaggio dal pennino con la boccetta d’inchiostro alla penna. La penna comincia a stabilizzarsi nelle scuole elementari attorno alla metà degli anni ’60, sono tutti passaggi tecnologici ed è quindi legittimo che oggi nelle scuole ci siano le LIM, i computer e via dicendo.

Personalmente ho ribadito sempre due cose, la prima che la tecnologia è un dispositivo didattico, quindi non può esserci una scuola digitale, è un azzardo, un ossimoro, la scuola è la scuola, in digitale sono gli strumenti; il secondo aspetto riguarda la considerazione positiva di questi strumenti nell’uso comune, cioè assieme e non in sostituzione, come si potrebbe pensare del tablet quale sostituto della penna.

Oggi le ricerche ci danno ragione sulla negatività dell’uso della tastiera e del tablet in età precoce, con un aumento dei disturbi specifici dell’apprendimento, i famosi DSA, questo perché infierisce pesantemente sui processi di lettoscrittura. La lettoscrittura è un processo motorio e non semplicemente mentale, ed è un danno compromette l’aspetto motorio della penna, legato al coordinamento cerebrale, sostituendolo con un processo più semplice e ripetitivo come quello di battere i tasti sulla tastiera, soprattutto nei bambini fino a sei anni che hanno una capacità plastica e di assorbimento eccezionali.

Nel momento in cui li abituiamo ad usare il touch o la tastiera, come sta succedendo in alcuni asili nido, diventa un aspetto pericolo per la loro salute mentale. Tutto il lascito della Montessori e delle neuroscienze ci dicono che le mani sono l’organo del cervello, dell’intelligenza, se le compromettiamo consentendo ai bambini di fissarsi sulla realtà virtuale, da cui vengono attratti in maniera pedissequa, uccidiamo letteralmente la loro possibilità di sviluppo neuromotorio, psicomotorio e di apprendimento. Bisogna lasciare la sensorialità allo stato puro, è il motorio la base di tutto, Alberto Oliverio, un grande neurobiologo italiano, l’ha ripetuto innumerevoli volte. Dobbiamo constatare che la scienza va in una determinata direzione e il marketing in un’altra, è logico che c’è un business spaventoso che permette di mettere i tablet addirittura negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia, oltre a tutte le scuole italiane, e capite bene che muove una quantità considerevole di soldi, così come ha fatto a suo tempo la DAD dove ancora adesso non è ben chiaro dove siano stati pagati gli abbonamenti alle varie piattaforme.

Questi sono degli azzardi sul piano scolastico, dobbiamo sostenere una scuola che utilizza le tecnologie e non che si fa utilizzare. La tecnologia va bene ed è utile per determinati contesti, come la realizzazione di questa intervista, ma la scuola è un’altra cosa. C’è preoccupazione perché compaiono delle linee guida pericolose alle quali i genitori si devono opporre. Come dice appunto Serge Tisseron, i bambini nei primi anni di vita non devono stare davanti ai videoschermi, specialmente nei primi tre anni, e nei primi sei non devono usare le tastiere che compromettono il processo di lettoscrittura.

Nella scuola primaria bisogna preferire un’azione concreta ed esperienziale e tanto interscambio tra gli alunni. Non mi stancherò mai di ripetere che a scuola gli alunni imparano innanzitutto dai propri compagni, perché il processo di imitazione è quello che ha guidato la nostra specie nel superamento delle altre, questo perché abbiamo sempre saputo fare squadra anche grazie al nostro cervello sociale che ci ha permesso di arrivare fino ai giorni nostri. La scuola deve sostenere questi processi di creatività sociale e non di conformismo, facendo lavorare gli alunni tra di loro, sviluppando le loro capacità di collaborazione, cooperazione e imitazione, il famoso mutuo insegnamento su cui si è costruita la storia della pedagogia moderna.

I bambini isolati sono un problema per la classe e per loro stessi, bisogna assolutamente evitare che si creino queste situazioni di esclusione e di allontanamento, così come previsto anche dalla legge 517 del 1977 che ha permesso di chiudere le classi differenziali. Bisogna creare delle classi che sappiano lavorare come gruppo. Questa è la speranza di una scuola inclusiva, la scuola inclusiva è innanzitutto un metodo inclusivo, non è la retorica sul recupero dei disabili. È importante, come ripeto da tempo, che la scuola impari a valutare i propri alunni per i loro progressi e mai per i loro errori, in questo modo si crea veramente l’inclusione, altrimenti c’è mortificazione. Noi stiamo lavorando tantissimo in questa direzione dando a tutti gli insegnanti che ci seguono i basilari pedagogici di una professione meravigliosa e bellissima. In questo modo bisognerà ottenere una migliore qualificazione non solo professionale ma anche economica di questa professione che garantisce il futuro dei nostri ragazzi.

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