Tamponi gratuiti per docenti e personale, c’è un precedente che lo consente. E’ un “Dispositivo di protezione”?

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Un passaggio, assolutamente generico, e che effettivamente sembrava aver aperto alla possibilità dei tamponi gratuiti per il personale scolastico senza distinzione di condizione, ha scatenato il putiferio. La volontà del Ministero però è stata ora esplicata in modo chiaro, ed è quella che conterà in sede di applicazione del protocollo di sicurezza dell’anno scolastico 2021/22.

La norma sui tamponi del protocollo

Nel testo, si legge di un fondo previsto per le scuole che potrà essere utilizzato tramite accordi con le Aziende Sanitarie Locali o con strutture diagnostiche convenzionate, “anche per consentire di effettuare tamponi diagnostici, secondo le modalità previste dall’Autorità sanitaria Locali o con strutture diagnostiche convenzionate, utilizzeranno tali risorse anche per consentire di effettuare tamponi diagnostici al personale scolastico, secondo le modalità previste dall’Autorità sanitaria; il Ministero, al fine di non aggravare l’impegno amministrativo delle istituzioni scolastiche, fornirà il necessario supporto amministrativo e contabile attraverso schemi di accordo e indicazioni operative individuando procedure semplificate” .

Dunque un passaggio assolutamente generico che apriva la porta ai tamponi gratuiti per qualsiasi personale scolastico. Ma le dichiarazioni del ministro e le circolari che arriveranno limiteranno la platea ad una casistica di lavoratori ben definita, ovvero prevalentemente chi per ragioni di salute non potrà vaccinarsi. Bisognerà capire se la stessa esenzione potrà essere riconosciuta ad esempio a chi avrà la vaccinazione in itinere, ad esempio prenotata, o, se vaccinato, non ha raggiunto ancora i termini  utili per produrre la carta verde. Cosa che sarebbe di assoluto buon senso se non doverosa.

Il precedente dell’Emilia Romagna

C’è già un precedente che ha consentito ai lavoratori di avere tamponi gratis. E sarebbe una cosa tutt’altro che scandalosa e non significherebbe effettuare alcuna carezza i no vax, come qualcuno ha sostenuto. È successo in Emilia-Romagna, nel settore del privato. Questo un passaggio del comunicato della Regione: “Come previsto dalla Regione d’accordo con i datori firmatari del Patto per il lavoro, arriva dunque l’intesa che permetterà di disporre di un altro, importante strumento per la ricerca del virus in ambito lavorativo: sono infatti 250mila i test destinati a questo screening su tutto il territorio regionale.  In base all’accordo, approvato oggi in Giunta e che sarà operativo nei prossimi giorni, la Regione programmerà, coordinandosi con le Aziende del Servizio sanitario dell’Emilia-Romagna, la cessione a titolo gratuito dei test alle strutture private accreditate afferenti ad Aiop e Anisap. A carico dei datori di lavoro rimarranno soltanto i costi di esecuzione dei tamponi, che saranno effettuati sui dipendenti che lo vorranno nelle strutture private”. Si tratta sicuramente di situazioni diverse, ma pur sempre di tamponi gratuiti per i lavoratori si parla.

La certificazione verde

La “certificazione verde COVID-19”. Il documento tecnico del ministero ricorda che si tratta di ulteriore misura determinante per la sicurezza. Al fine di tutelare la salute pubblica e mantenere adeguate condizioni di sicurezza nell’erogazione in presenza del servizio essenziale di istruzione, il decreto-legge (articolo 1, comma 6) introduce dal 1° settembre al 31 dicembre 2021 (attuale termine di cessazione dello stato di emergenza), la “certificazione verde COVID-19”10 per tutto il personale scolastico. La norma di che trattasi, definisce al contempo un obbligo di “possesso” e un dovere di “esibizione” della certificazione verde. La certificazione verde “costituisce una ulteriore misura di sicurezza” (Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi) ed è rilasciata nei seguenti casi:
– aver effettuato la prima dose o il vaccino monodose da 15 giorni;
– aver completato il ciclo vaccinale;
– essere risultati negativi a un tampone molecolare o rapido nelle 48 ore precedenti;;
-essere guariti da COVID-19 nei sei mesi precedenti.

Possono essere equiparati i tamponi al DPI?

L’Articolo 74 de TU in materia di sicurezza sul lavoro afferma:
Ai fini del presente decreto si intende per dispositivo di protezione individuale, di seguito denominato “DPI”, qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo. Si tiene conto, inoltre, delle finalità, del campo di applicazione e delle definizioni di cui agli articoli 1, 2 e 3, paragrafo 1, numero 1), del regolamento (UE) n. 2016/425.
L’articolo 18 comma 1 lettera D afferma che è dovere del datore di lavoro fornire ai lavoratori i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale, sentito il responsabile del servizio di prevenzione e protezione e il medico competente, ove presente. Quindi è dovere del datore di lavoro fornire il DPI al lavoratore. Ma il tampone è considerato equiparabile a DPI? Parrebbe di no. A conferma di ciò vi è una risposta dell’Agenzia delle Entrate.

La risposta dell’Agenzia delle entrate

“L’istante ritiene che le spese sostenute per l’esecuzione dei test sierologici ai dipendenti possano rientrare nell’ambito applicativo del credito d’imposta, tenuto conto che si tratta comunque di strumenti atti a contenere e contrastare la diffusione del Covid-19, a tutela della salute e sicurezza dei lavoratori. Pertanto, conclude l’istante, l’ammissione di tali costi al credito d’imposta in parola si porrebbe perfettamente in linea con la ratio normativa evidenziata dalla stessa Agenzia delle Entrate, nella citata Circolare n. 20/E del 2020” . Nella risposta n. 510/E del 2 novembre 2020 l’Agenzia delle entrate afferma: “Ciò premesso, seppur il comma 2 rappresenti un elenco non esaustivo è necessario che le spese sostenute siano, in ogni caso, riferibili alle attività menzionate nel comma 1. Si tratta, in particolare: 1. della sanificazione degli ambienti (e degli strumenti utilizzati), come descritta nel paragrafo 2.2.1 della circolare n. 20/E del 2020; 2. dell’acquisto di dispositivi di protezione individuale (e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti), cfr. paragrafo 2.2.2 del menzionato documento di prassi. Alla luce di quanto sopra, si ritiene che le spese oggetto della presente istanza ( i.e. le spese sostenute per eseguire test sierologici sul personale dipendente), non essendo riferibili né all’attività di sanificazione, né all’acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute di lavoratori e utenti, non rientrino tra quelle ammissibili al credito d’imposta di cui all’articolo 125del decreto rilancio”.

Chiaramente tamponi e test sierologici sono strumenti diversi. Il tampone è un modo per prelevare materiale biologico da gola e naso, da usare nei successivi test, i test sierologici,invece, vengono eseguiti sul sangue del paziente. Ma il fine è sempre lo stesso è non sono considerabili come DPI.

Legittimo imporre i tamponi

Il Cons. Stato Sez. III, 10/03/2021, n. 1224 nel giudizio che riguardava una causa promossa contro la Regione Sardegna per la riforma del decreto cautelare del Tribunale Amministrativo Regionale per la Sardegna (Sezione Prima) n. 58/2021, resa tra le parti, concernente la previsione di tamponi molecolari obbligatori, il trattamento di dati sensibili non autorizzato e le ulteriori restrizioni alla libertà personale, di circolazione e trattamenti sanitari soggetti a riserva di legge, ai viaggiatori che sbarcano nella Regione Autonoma della Sardegna con ogni mezzo; si è pronunciato in questo modo:

il carattere di “invasività” e pericolosità di misure precauzionali, quali il tampone molecolare, è smentito dalla circostanza pacifica che non sono emersi, dopo circa dodici mesi dall’esplosione pandemica e la somministrazione di milioni di tamponi sia molecolari che antigenici, evidenze scientifiche tali da superare, a fronte del possibile limitato disagio di chi si sottopone alla misura precauzionale, il beneficio evidente, e prioritario, per la salute pubblica, consistente nella tracciatura e prevenzione – per i tamponi – e nella immunizzazione – per i vaccini – sicché la misura regionale contestata, che ha permesso sinora di garantire alla Sardegna da alcune settimane un costante livello assai limitato di contagio, appare coerente con gli obiettivi primari di precauzione che le autorità statali e regionali sono obbligate a perseguire”.

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